Lavoratori senza vergogna. L’ambiente fa il monaco

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Questi non sono i “soliti” e neanche “ignoti”. Hanno nomi, cognomi e soprattutto facce… facce toste. I soggetti di cui si tratta sono 85 dipendenti (su circa 120) del comune di Orta di Atella, nel casertano; oltre ai reati di truffa aggravata e false attestazioni, le telecamere delle forze dell’ordine hanno messo in luce un aspetto dal riflesso psicologico la cui caratteristica di novità lo pone, quindi, in una posizione ancor più grave degli innumerevoli casi di assenteismo scoperti in molte regioni italiane, soprattutto del Centro-Sud, dove si registrano, fra gli ultimi: i vigili di Roma (e i medici compiacenti che rischiano la radiazione dall’albo), i 62 indagati del comune di Acerra (NA), i 214 di Pompei, i dipendenti del comune di La Maddalena (Olbia-Tempio), gli assenteisti Asl di Brindisi, o ancora del comune di Manfredonia. L’elenco – nel quale rientrerebbero anche molti parlamentari ed europarlamentari – potrebbe continuare all’infinito.

Telecamere e segnali nascosti

Questi lavoratori – organizzati nel non-lavoro, nella non-vita in cui tutto gli è dovuto, soprattutto lo stipendio senza svolgere alcuna attività, se non quella rientrante nello sforzo fisico di passare il badge, molto spesso ognuno per più colleghi (quindi senza recarsi sempre sul posto di lavoro) – hanno avuto la sfrontatezza di prendersi addirittura gioco dei loro osservatori quando, una volta avvedutisi di essere ripresi dalle telecamere, anziché vergognarsi per i vili atti ripetuti, hanno cominciato a lanciare smorfie all’indirizzo degli obiettivi e di chi vi stava dietro.

Un segnale di una società i cui membri sembrano influenzarsi a vicenda, immersi in questo pantano della corruzione morale che, in questa storia, non è l’unica responsabile… [A.C.]

Gli inquietanti risvolti della natura umana

Di questi tempi, sempre più spesso, sentiamo notizie di cui ci indigniamo. La nostra società sembra destinata ad un inarrestabile declino di valori e di buoni propositi. Siamo giornalmente testimoni di azioni perpetrate ai danni di persone deboli, di atteggiamenti lesivi e offensivi nei confronti di chi non ha mezzi per difendersi, di chi è diverso, degli animali e persino dei bambini. Inorridiamo di fronte alle immagini mostrate senza pudore sui social. Quando ci sentiamo schifati dai comportamenti altrui e ne parliamo indignati con i nostri famigliari e i nostri amici non ci viene mai in mente di chiederci se qualcosa del genere sarebbe potuto capitare anche a noi. Siamo davvero tutti così perfetti? Non abbiamo mai fatto qualcosa che non avremmo dovuto e magari, dopo, ce ne siamo pentiti e persino vergognati?

Dunque, chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Il modo in cui le persone agiscono ha sempre delle spiegazioni ma i motivi, ai più, sfuggono perché il giudizio spontaneo è qualcosa di non mediato dalla conoscenza ma qualcosa di veicolato dall’emotività.

In psicologia sono stati fatti molti studi su quello che è il comportamento sociale e ciò che ne viene fuori è che se l’abito non fa il monaco, l’ambiente sicuramente si.

Forse molti lettori lo conosceranno già ma vale la pena di ricordare un famoso esperimento che si poneva come obiettivo la comprensione dei cosiddetti comportamenti devianti.

800px-Stanford_University_-_Hoover_Tower_2[1]Nel 1971, il professor Philip Zimbardo, docente dell’Università di Stanford, in California, decise di condurre uno dei più famosi e controversi esperimenti di psicologia sociale per vedere cosa succede se si mette della brava gente in un posto “cattivo”. L’obiettivo era quello di comprendere come delle persone sane e “normali” avrebbero reagito ad un cambiamento radicale dei loro ruoli. I risultati di questo studio furono davvero sconvolgenti.

Per partecipare all’esperimento che si sarebbe svolto nei sotterranei dell’università dove sarebbe stata simulata una prigione, si presentarono volontariamente in 75 studenti ma ne furono scelti solo 24, tra i più equilibrati. A metà dei partecipanti fu attribuito il ruolo di carceriere e all’altra metà quello di prigioniero. Tutti furono avvisati che, affinché l’esperimento potesse essere efficace, si sarebbe avvicinato il più possibile all’esperienza reale e quindi avrebbero dovuto adottare delle norme sociali implicite associate ai loro ruoli. Le guardie avrebbero dovuto essere  autoritarie e commettere abusi sui detenuti che avrebbero dovuto subire le punizioni. I volontari firmarono e accettarono le regole.

Il team di ricercatori e psicologi guidato da Zimbardo – che assunse il ruolo di direttore del carcere – seguì l’intero esperimento attraverso delle videocamere, senza mai interferire con i soggetti e le loro azioni.

Tutto iniziò quando i prigionieri vennero prelevati mentre svolgevano le loro attività quotidiane, senza preavviso, con una macchina della polizia a sirene spiegate e portati in prigione. Furono immediatamente rilevate le impronte digitali a tutti, furono bendati, perquisiti, denudati, disinfestati. Poi venne data loro una divisa con un numero, un berretto di plastica, a ognuno fu legata una catena alla caviglia e poi furono sbattuti in cella. Il tutto secondo le vere procedure allora in vigore negli Stati Uniti.zimbardo2

Alle guardie fu consegnata una divisa color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardarli negli occhi e vennero dotati di manganello, fischietto e manette. Venne loro detto che per mantenere l’ordine nella prigione potevano fare qualsiasi cosa, unico divieto era nuocere all’integrità fisica dei detenuti.

Già il secondo giorno tutti i partecipanti riferirono di sentirsi come se le loro vecchie identità fossero state cancellate.

Le guardie – anche coloro che in fase di selezione si erano dichiarati pacifisti – iniziarono a schernire, picchiare e umiliare i loro prigionieri costringendoli a cantare canzoni oscene, pulire le latrine con le mani nude e defecare in secchi che non potevano vuotare. I detenuti tentarono delle rivolte e delle fughe che vennero prontamente sedate e interrotte con l’uso della forza. Dopo cinque giorni i prigionieri erano allo stremo e mostravano un’inquietante rassegnazione e una profonda compromissione del senso di realtà. Alcuni furono costretti ad abbandonare l’esperimento quasi subito a causa di una pericolosa prostrazione emotiva.

Zimbardo e i suoi collaboratori decisero di porre fine all’esperimento – che sarebbe dovuto durare quattordici giorni – sei giorni dopo l’inizio. Nei colloqui successivi i prigionieri dimostrarono tutti di essere sollevati e contenti della conclusione anticipata, le guardie invece avrebbero voluto continuare fino alla fine.

Questo esperimento, pur molto controverso e criticato, rimane una delle più famose ricerche della psicologia sociale e ci svela che anche le brave persone, se inserite in un contesto disfunzionale, possono prendere una cattiva strada. Dunque se Zimbardo ci suggerisce la teoria del “cattivo cesto” invece di quella delle “mele marce” dovremmo cominciare a prendere in seria considerazione delle variabili che finora ci erano sfuggite. Pur senza generalizzare, sarebbe un errore gravissimo ritenersi al sicuro, certi delle proprie reazioni in base alle proprie personali caratteristiche e senza considerare l’ambiente di riferimento.

Ma allora, sono l’ambiente in cui viviamo e la realtà con cui ci dobbiamo confrontare che determinano il nostro comportamento? Questa è solo una domanda che potremmo porci al di là delle facili critiche a buon mercato.

Pur in uno scenario completamente diverso, dovremmo chiederci se i lavoratori che si approfittano delle situazioni, che non timbrano il cartellino, che usano stratagemmi poco ortodossi per ingannare il datore di lavoro e di conseguenza anche i colleghi più rispettosi – che sono tanti -  e che poi si fanno sberleffi se vengono presi in castagna, lo facciano per superficialità, perché l’hanno sempre fatto, perché non sono i soli oppure perché non sono mai stati educati a un comportamento rispettoso delle regole e, al momento opportuno, richiamati da chi avrebbe dovuto farlo? In questo caso, forse, l’assenza di qualcuno che supervisioni  in modo proattivo le azioni e le modalità comportamentali dei lavoratori e li richiami all’etica della responsabilità è il punto focale della situazione. Ogni gruppo sociale funziona bene se ha regole chiare e condivise e un buon leader in grado di farle rispettare. Si sa che l’occasione fa l’uomo ladro e che, se è pur vero che per tante persone il senso del dovere e l’onore non sono solo parole al vento, per molti altri, il mandriano che raggruppa il branco e lo guida diventa un imperativo. [D.C.]

 

 

 

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