Berlusconi e la Storia

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Primi cenni per una futura storiografia.

Prima o poi questi anni andranno storicizzati, saranno studiati sui libri di storia, e qualcuno dovrà rendere conto del giudizio che si darà alla classe dirigente partitica della cosiddetta Seconda Repubblica.

Della quale, è già naturale pensare, non si ricorderà che una sola personalità che abbia in qualche modo orientato e condotto il gioco: Silvio Berlusconi.

La cesura tra prima e seconda repubblica, come noto, avviene nel 1994 quando, con Berlusconi, l’Italia uscì dal pentapartito, dal consociativismo, dalle leggi elettorali che stabilivano unicamente chi sarebbero stati gli alleati più forti del partito della nazione (spiace, ma che qualcuno comunichi a Renzi che già è esistito), al secolo la Democrazia Cristiana.

Berlusconi sarà a tutti gli effetti l’unico protagonista di questo ventennio, così come Mussolini lo fu nell’altro ventennio concluso con la tragedia della guerra.

bernluglio1Come Mussolini, Berlusconi non ha mai amato il suo partito e sopratutto i quadri dirigenti dello stesso.

Berlusconi si è servito della sua creatura politica, Forza Italia, per conquistare il consenso e il potere; ma, mai, ha avuto velleità, né caratura politica, di fornire ad esso un’idea di mondo e una linea politica certa. Sempre che non si vogliano considerare per buoni gli slogan urlati quali il “liberismo” (che è un concetto serio, svilito da anni di talk show e provincialismo) o “la magistratura è il cancro”.

Alcuni, anche tra i cosiddetti intellettuali vicini al berlusconismo, hanno artatamente propagandato suddetti refrain come una marca politica, finanche ideologica della società. Chi per convenienza, chi per reale convinzione (il che fa sospettare di un certo qual deficit di comprendonio), in molti hanno creduto fortemente che Berlusconi fosse un Reagan italiano pronto al libero mercato più sfrenato, e un imponente voce per il primato della polita sulla magistratura.

È indubbio che laddove si dovessero trovare giudizi storici lambenti queste credulonerie ci si troverebbe di fronte a una truffa.

Berlusconi è stato un grande venditore di se stesso, un attento e geniale scrutatore di noi italiani, un eccezionale sobillatore di sicurezze domestiche (la casa e il benessere), capace di risultare nuovo quando era già ben inserito nell’establishment (era amico e in affari qual volta illeciti con tutti, da Cosa Nostra alla DC, dal PSI al minuscolo Partito Liberale), straordinario nel traslare gli stilemi del marketing nella politica (in America c’erano arrivati almeno un quindicennio prima) e piegare così i suoi temi inculcando la sua storia – personale e personalistica sino alla nausea – nella storia del popolo italiano.

Niente importava a lui del popolo italiano se non un certo indefinito livello di populismo che gli fece promettere, in serie, misure fiabesche sul lavoro – il nuovo miracolo italiano e il milione di posti di lavoro -, sulle parti più deboli della società che costituivano una larga fetta del suo elettorato – i provvedimenti sulle minime delle pensioni furono assenti o, quanto meno, insufficienti – e su un non solido programma di liberalizzazione dell’iniziativa privata in Italia, vieppiù bloccata dopo venti anni di berlusconismo.

In politica estera, oltre al coro unanime di dileggio e faciloneria con cui gli organi di stampa e istituzionali hanno sempre trattato l’Italia di Berlusconi, vi fu invece un modus operandi dei due forni incentrato sul vassallaggio verso gli USA (politica ereditata dalla Democrazia Cristiana e mai elisa neanche dai governi di sinistra, semmai rafforzata) e un’apertura, questa la pallida novità, verso le istanze russe – più per una ammirazione personale nei confronti di Putin che per un’alta strategia di sganciamento dal mondo euro-americano che avrebbe bernluglio3reso il Paese finalmente indipendente e libero di giocare in una posizione di vantaggio nello scacchiere delle nuove econome emergenti – la politica piuttosto indipendente sulla Libia non fu farina del suo sacco ma del colosso pubblico-privato Eni e del suo gran visir Scaroni.

Saranno senza dubbio ricordati i processi e il lato muscolare della sua propaganda; nelle note, senza dubbio, la sua voracità sessuale che gli ha procurato grattacapi giudiziari che tuttora vivono e ricorrono, senza essere più centrali nel dibattito pubblico. Vi era un tempo, per esempio all’epoca della lettera della sua ex moglie Veronica Lario che denunciò ante litteram e prima dei giudici il fenomeno “olgettine”, dove in Italia la politica parlamentare era bloccata sui suoi processi e l’opinione pubblica si divideva tra innocentisti e colpevolisti, tra Ruby nipote di Mubarak e Ruby odalisca al soldo dei lenoni; si votò persino in Parlamento, in ragione (costruita dolosamente) di un conflitto di attribuzione per chiedere alla Consulta di pronunciarsi sulla competenza del tribunale dei Ministri rispetto al Tribunale di Milano.

Non si potrà non sviluppare un onesto giudizio sulla sua figura, non tenendo conto della politica privatistica atta al salvataggio della sua persona e delle sue aziende: le leggi ad personam non sono, già ad oggi, più negate dai suoi stessi sodali o ex sodali (basti pensare alle dichiarazioni dell’avvocato Taormina che ammise candidamente, pentendosene, di aver lavorato al fine di costruire scappatoie legislative per il Berlusconi inseguito dai processi giudiziari).

Nè si potrà ignorare la vicenda grave della compravendita dei parlamentari con il fatto conclamato della corruzione dell’ex parlamentare Berlusconi Convention Italiani nel Mondo Sergio De GregorioIDV De Gregorio (reo confesso, avendo inoltre patteggiato la pena) asservito, grazie al tintinnar di tre milioni di euro, per far cadere il governo Prodi del 2008. Al di là della condanna a tre anni in primo grado attribuita a Berlusconi, è indubbio che la sua azione politica si è fatta sempre spregiudicata dalla sua discesa in campo in poi ogni qual volta egli volesse prendere o riprendere il potere. Il potere giustificava ogni mezzo per Mr.B., in politica e in affari – basti ricordare come il suo gruppo orientò la storia editoriale del Paese con la vicenda della corruzione del giudice Metta ai danni del gruppo De Benedetti.

Non sarà al centro della diatriba storiografica il gusto sessuale di Berlusconi sdoganato nel 2009 (con il primo caso della diciottenne Noemi), se non altro per rendere esplicito all’uomo del 2060 quanto Silvio Berlusconi fosse stato in grado di monopolizzare un Paese imponendogli la sua storia, il suo tema, la sua personalità.

Sarà altrettanto avvilente constatare che nel 2009 il mondo si muoveva, e le prime avvisaglie di idiosincrasia dell’impalcatura europea si andavano a palesare – nel 2009, infatti, il nuovo governo socialista del primo ministro George Papandreou annunciò che il deficit di bilancio greco era al 12% del Pil, il doppio rispetto alle stime precedenti: i conti sul debito della Grecia erano stati truccati.

Eppure, Berlusconi era conosciuto in tutto il mondo e tutto il mondo sapeva che l’Italia era governata da un personaggio considerato dall’opinione pubblica occidentale, e non solo, niente più e niente meno che un dittatorello in aperto conflitto d’interesse. La domanda era: perché voi italiani siete fermi a Silvio Berlusconi? E per rispondere, qualsiasi italiano avrebbe dovuto spiegare (o ha dovuto spiegare) difficilmente, e non senza fatica, la complessità della politica italiana.

Berlusconi, a differenza di Mussolini, non si contornò di alti profili professionali; se si escludono i primi abboccamenti di intellettuali di un certo peso (Lucio Colletti e Saverio Vertone), la classe dirigente partorita da Arcore fu mediocre e priva di una cultura politica degna (poche le eccezioni, tra queste si può ricordare l’ottimo testo unico sui beni culturali di Giuliano Urbani o la buona riforma della PA di Brunetta).

Ma, a Berlusconi, non importava, diversamente da Mussolini, di creare delle robuste basi di Paese.

Sebbene i tratti del regime fascista fossero ridicoli, non si possono dimenticare le opere pubbliche del fascismo o le grandi personalità economiche del regime. In seguito, la Storia ne sentenziò il disastro: un disastro nei termini dei diritti civili e personali distrutti dal regime (le squadracce, le tessere, la censura e la colpevole compromissione nella Shoah) e, in primis, la politica estera con la scelta scellerata di allearsi col bernluglio5Terzo Reich, sebbene Mussolini non amasse Hitler e i gerarchi (e d’altra parte disprezzava anche i suoi di gerarchi).

A Mussolini interessava il suo Paese per mezzo del quale far riflettere il culto della propria personalità (che lo avrebbe portato a commettere scelte criminali), a Silvio Berlusconi interessava la sua persona, e unicamente quella.

Era puro egoismo? Certamente, ma non solo. A Berlusconi, all’uomo politico, il quadro tornava: credeva fermamente nel suo Paese che considerava grande e non mutabile. Mai avrebbe acconsentito a cambiamenti radicali e necessari; e la sua storia politica e imprenditoriale lo dimostra.

Da piccolo uomo della Brianza aveva raggiunto le vette della società via via imponendosi nei salotti buoni della politica e della finanza. A Berlusconi il suo Paese piaceva così come era e non doveva essere cambiato, per nulla al mondo (“L’Italia è il Paese che amo”).

Ecco per quale ragione uno dei più grandi conservatori che la storia patria ricordi, fu scambiato per alfiere del rinnovamento: egli è stato un imagegran bugiardo capace di irretire un popolo (cose che capitano nella Storia di ogni Paese), dissimulando il suo amore per lo status quo e evidenziando un falso bisogno di cambiamento. L’Italia veniva da Tangentopoli, dalle bombe della mafia (o della trattativa Stato-mafia), Berlusconi, da affabulatore quale egli era, riuscì a camuffare il suo vero obiettivo – salvare l’Italia da qualsiasi cambiamento. E ad alcuni potrà sembrare opera di un finissimo politico nella grande tradizione dei gattopardi italiani.

Il suo problema fu la crisi del 2009 e in seguito “quella dello spread” che evidenziò con una forza ancor maggiore tutte le fragilità che fanno dell’Italia, oggi, un Paese marginale sulla mappa geopolitica.

La sua colpa politica, di cui paghiamo le conseguenze oggi e per qualche anno ancora, fu di non aver modernizzato il Paese. L’Italia non avrebbe oltrepassato la crisi ma l’avrebbe sopportata in una maniera tale da evitare la miseria economica e culturale a cui oggi si cerca di sopravvivere. Ma a lui, come detto, non interessava.

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