Yad Yashem. Un posto. Un luogo

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Si pensa di Israele come ad un posto pericoloso. C’è chi n’è affascinato e chi al solo sentirne parlare si scalda. Ho visitato questo paese qualche settimana fa, partendo piena di aspettative e desideri. Era da quando il mio professore di diritto Ivano Artioli, me ne parlava e discutevamo del conflitto Israele-Palestina, che desideravo andarci.

Partivo con quella sensazione che qualcosa di importante sarebbe accaduto, non sapevo cosa, ma lo sentivo.

Atterrati a Tel Aviv abbiamo passato qualche giorno nella Barcellona del Medio Oriente, una città discussa, piena di contraddizioni, frizzante, non scontata.

Una città all’avanguardia, dove neanche il giorno di Shabbat i locali sono chiusi.

E’ il centro del mondo, punto di ritrovo di hippie, borghesi, francesi, lavoratori, persone normali, come noi.

Il lungo mare assomiglia a un grande agglomerato di edifici senza gusto estetico, che se la giocano tra pacchianità ed altezza. La parte più bella inizia all’ora del tramonto quando le persone che hanno finito di lavorare raggiungono il lungo mare, chi si porta una birra e la sorseggia con gli amici, il narghilè per i musulmani e tutti ammirano in silenzio la bellezza del sole che muore.

20150517_193053L’ora del tramonto è sempre magica, ma qui ha un’energia inspiegabile, il lungo mare diventa il punto di ritrovo per tutti. Gli sportivi raggiungono questo luogo per correre, fare yoga, arti marziali.

Ed è quando la luce si spegne che questa città sprigiona la sua bellezza non evidente e scontata.

La trovi nelle stradine di Allenby Street, dove i ristorantini e giardini nascosti parlano di poesia. Imprenditori israeliani, francesi, arredano con buon gusto ed essenzialità i locali. Ti perdi nella semplicità, nel gusto culinario, nella sperimentazione, tra influenze arabe ed europee.

Israele, non è solo questo, lo sappiamo. Terra di un acceso conflitto, terra santa per tre religioni, terra di rivendicazione e lotta, che sprigiona la sua bellezza nelle strade che collegano il paese.

11350642_10206810841892188_2706743679809860129_nIsraele è il contendere i confini e gli spazi. Ti rendi conto di questo debole equilibrio quando attraversi il paese in macchina. Il muro che delimita questo pezzo di terra con la Palestina sa di sangue, rabbia, dittatura. Le case dei palestinesi si contraddistinguono non solo per l’architettura ma per le cisterne d’acqua sopra le case, in quanto il governo israeliano controlla l’acqua. Gli accessi vengono controllati dall’esercito israeliano, nessuno è libero di uscire dal paese senza un permesso, tutto ciò delimitato da un muro di cemento. Recentemente è stato approvato che i palestinesi che devono raggiungere Israele per lavorare, non possono prendere l’autobus. Anche una semplice scelta di mezzi di trasporto diventa complicata. Ma non si tratta solo di questo, è la sensazione di oppressione e pesantezza che percepisci quando attraversi il paese, non sanno cosa significa essere liberi, e forse noi ce lo dimentichiamo talvolta. Una grande tristezza.

11406846_10206810854732509_5030621325157554103_nPerò esistono israeliani che lottano affinché questo infinito conflitto termini. Lottano in maniera silenziosa e non violenta tra le arti. Eldad Prives (nella foto), attore israeliano famoso per il premiato film “Seven minutes in Heaven” ed “Everything but here”, produttore di documentari, sta girando un documentario che parla dell’effetto post traumatico che affligge i militari dopo una guerra. Una storia di soldati, violenza e sofferenza. Lotta silenziosamente e in maniera sottile critica il sistema. Perché gli israeliani non sono un popolo di forti comunicazioni, lottano silenziosamente, se criticano lo fanno tra le righe, una critica mirata a chi può capire.

Oltre ad esserci la questione di Hamas, è presente con tutta la sua forza la questione religiosa. Tutto è delimitato a Gerusalemme, tutto viene sottoposto allo Status Quo che detta le sue regole e spazi dentro ai luoghi sacri. Con grande tristezza il patrimonio artistico viene lasciato deperire perché le religioni non si mettono d’accordo. C’è una piccola scala sopra alla porta del Santo Sepolcro che non viene spostata da due secoli, questo perché le cinque religioni presenti dentro le chiese non raggiungono un compromesso.

Al di fuori della cupola d’oro, sulla spianata, c’è un posto dove vengono lasciati i desideri in piccoli foglietti di carta che vengono incastrati nella insenature del muro. Le donne divise dagli uomini pregano appoggiate sul muro, tutto allineate, chi seduta, chi in ginocchio, chi appoggiata alla roccia con le sue preghiere, desideri e ringraziamenti. Ed è forse il simbolo più conosciuto di Gerusalemme è il posto dove sicuramente mi sono emozionata di più, il Muro del pianto.

11427196_10206810841412176_492118579609230676_nE’ stata una grande bella emozione attraversare insieme alla guida ebrea (Giordana Moscati) la città vecchia e vivere insieme a lei le tensioni, la delusione, la sorpresa, lo stupore che ti regala questa parte di storia. I musulmani che gridano contro gli ebrei, chi canta in chiesa, chi lascia andare la prepotenza. Ti sembra di camminare sopra un pavimento di bicchieri di cristallo, dove al minimo movimento ti sembra di rompere qualcosa. La città vecchia è contraddittoria ed assurda, ma ti fa vivere la spiritualità che hai perso, la fede degli altri. Mi sono chiesta se tutto questo, tutti i confini invisibili che hanno creato siano veramente motivati, se in quel posto, in quel momento storico siano veramente successe quelle cose, o siano frutto di prepotenza e limitatezza umana. Mi sono chiesta se la definizione di religione è questo. E’ aggiudicarsi gli spazi dentro i luoghi sacri, gli agghindamenti d’oro, gli sfarzi inutili, quando non dovrebbe essere dimostrazione ed apparenza, dovrebbe essere semplicemente la spiegazione di ciò che non vedi.

La città santa è bella, è bella nelle strade del mercato, dove militari, turisti, ortodossi comprano e pranzano, è bella nel quartiere ortodosso dove trovi gli uomini con le loro bassette lunghe, che indossano il kippah e la gartel (cintura a frange), ti sa tutto cio’ di un mondo lontano, di tradizioni ritrovate.

E ti rendi conto che sposti il tuo punto di vista, quello ch’è importante da quello che è superfluo… Quell’effimerità che in occidente chiamiamo consumismo, la nostra superficialità nel vivere la quotidianità, quello che siamo, così materialisti. Lo capisci quando osservi le persone, israeliani, palestinesi, che ti guardano con occhi diversi, con paura ma fierezza. Ognuno di loro con la sua ragione, con la propria storia, la propria dottrina, in comune il senso di orgoglio e di appartenenza a quella terra, una sensazione quasi estranea ai miei occhi.

11407043_10206810840012141_836971505944909886_nMi sono promessa di fare sempre un passo indietro, di ricordarmi sempre da dove sono venuta per rimanere con i piedi per terra, perché alla fine quello che conta non lo vediamo o meglio non ci rendiamo del valore che acquisisce finchè non lo perdiamo.

Un paese di enorme cultura, le rovine di Cesarea sul mare ti stregano. E quello che di più fa star bene sono le persone, aperte al dialogo, curiose e sorridenti, ognuna pronta a raccontarti la sua storia, tutto ciò ti coccola, ti fa sentire a casa. Nessun di loro con un interesse da perseguire nel parlarti, nessuno che si avvicina per venderti qualcosa, se non la propria storia, il proprio vissuto. Così arida di calore umano la nostra realtà, che mi ero dimenticata cosa si prova a ricevere uno sorriso spontaneo, ascoltare un racconto di semplicità. Separati ma aperti, accoglienti, pronti a smentire quello che conosci per sentito dire.

Un paese in movimento, progressista, un posto, un luogo, dove andare. Yad, Vashem.

(Fotografie di Freida F)

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?