Stiamo sempre a magnà!

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No, non è la corruzione, e neanche è colpa della gerontocrazia. E’ fuorviante credere che sia dovuto alle collusioni mafia-politica o al voto di scambio. E la responsabilità non è nemmeno del rapporto cittadini-Stato, dell’astensionismo, dell’antipolitica, della cattiva politica, di “mafia capitale”, di Renzi, degli evasori fiscali, dell’indifferenza, del razzismo, del leghismo, dell’andreottismo, del berlusconismo del craxismo o del fascismo. No.

Noi italiani pensiamo sempre a mangiare. Forse ancor prima di imparare a pensare.

Noi italiani pensiamo sempre a mangiare. Forse ancor prima di imparare a pensare.

La ragione per cui in Italia non riusciamo a fare le riforme, a sistemare l’economia, ad abbattere la disoccupazione, a dimezzare i parlamentari, ecc. è soprattutto una sola: noi italiani stiamo tutto il tempo a parlare del mangiare e a mangiare, e quindi non abbiamo tempo per fare altro, non c’è tempo per tutte queste cose che rimetterebbero in piedi il nostro Paese! Stiamo sempre a parlare di cibo! E dove lo troviamo il tempo per fare altro?!

Il cibo è sacro, è la cosa più importante, quella alla quale dedichiamo più tempo ed energia. Muore un parente, nasce un bambino, abbiamo una scadenza, stiamo trattando l’affare del secolo? Non importa, al primo punto dell’ordine del giorno c’è sempre un’unica cosa: cosa mangiare a pranzo e quanto sono buone queste orate che ho comprato stamattina al porto.

Mettete insieme due italiani e, inevitabilmente e invariabilmente, dopo qualche minuto finiranno a parlare di cibo. Forse noi non ce ne rendiamo conto perché per noi è normale, ma si tratta di un comportamento tipicamente italiano: gli altri popoli non hanno questo rapporto così intimo, così familiare e totale con il cibo. Forse solo i francesi si avvicinano a questo atteggiamento. Mentre gli altri mangiano per vivere, noi viviamo per mangiare.

Il nostro è amore, è religione, è ragione di vita! Mangiare a pranzo e a cena la stessa cosa è un sacrilegio, quasi come sbagliare l’accoppiamento sugo-tipo di pasta. Per gli altri popoli, cibarsi è poco più di una necessità fisiologica, alla quale dedicare danaro e tempo solo in particolari occasioni. Per noi italiani cibarsi è la vita stessa, è ciò che ci identifica come italiani, è parte del nostro essere. Fateci caso, fate attenzione a quante conversazioni tra italiani finiscono ad avere come argomento il cibo. Quante telefonate, quanti scambi di WhatsApp hanno come oggetto il mangiare: come preparare l’intingolo per le melanzane, a quale esatta temperatura infilare le patate nel forno, come lavare correttamente il basilico. Due italiani possono disquisire per ore sul grado di durezza della pasta, un qualcosa che due stranieri non solo non fanno, ma nemmeno riescono a concepire. Ogni atto e momento della nostra esistenza di italiani è mediato dal cibo ed ha come sfondo il cibo. E come facciamo ad occuparci della riforma del sistema pensionistico? Dobbiamo andare a comprare la verdurina fresca in quel negozietto che solo noi conosciamo, prima che rimangano solo gli scarti.

Stiamo sempre a magnà!

Stiamo sempre a magnà!

Non si tratta di un’ossessione o di un gravoso obbligo, bensì di un impareggiabile piacere: pensare e parlare del cibo ci piace da morire. E’ bellissimo. Ed è per questo che ci dedichiamo tanta parte della nostra vita. Negli ultimi anni, il tempo e le energie dedicate al cibo sono addirittura aumentate. Il pane va comprato solo in quel determinato posto, l’olio dev’essere di quella particolare valle con quell’unico microclima, il sale può essere solo di quella salina costruita dai Romani qualche secolo fa. Lo sforzo intellettuale associato al “mangiare” è sempre maggiore: siamo arrivati all’“intellettualizzazione del cibo”. Prima, andavi in pizzeria e ordinavi birra media e margherita senza pensare, oggi leggere il menu richiede attenzione e impegno . Ma non si tratta di uno sforzo spiacevole, tutt’altro! Perché si tratta di unire un’attività intellettuale (pensare) con una prettamente sensoriale (ingerire il cibo), il cui piacere è paragonabile solo al sesso. Siamo quindi al non plus ultra: unire la mente e il corpo, il cervello e lo stomaco, la ragione e l’istinto! Altro che guru, altro che yoga, altro che life coach! La felicità degli italiani è direttamente proporzionale allo sconfinato piacere che deriva dal dedicarci al cibo.

"Ho comprato un radicchio stamattina....spettacolare!!"

“Ho comprato un radicchio stamattina….!!”

Quando si disquisisce sul carattere degli italiani, sui loro endemici vizi, difetti o qualità, si sottovaluta questa cruciale caratteristica che a noi sembra normale, ma che invece ci distingue da ogni altro popolo. Allo stesso modo, quando si analizzano i soprusi e le inefficienze dei nostri governanti o dei potenti, non si dovrebbe dimenticare una delle principali ragioni per cui essi fanno tutto ciò: perché il loro status, il loro potere consente loro di godere ai massimi livelli del piacere derivante dal cibo, dal mangiare in trattorie buonissime, di gustarsi piatti sopraffini preparati dai migliori chef.

La sublimazione di questo piacere arriva quando – ad un pranzo o cena tra italiani è matematico che succeda – si parla del cibo mentre lo si sta consumando. Ossia si parla di un piacere mentre lo si sta provando. Se ne ha piena coscienza, al punto da condividerlo e sottolinearlo con le parole. E’ il massimo! E’ come fare l’amore e dirsi a vicenda quanto è bello! Cosa si può chiedere di più? E’ il nirvana, la beatitudine, la felicità assoluta. E allora, come facciamo a concentrarci anche sull’aliquota IRPEF? Certo, si dovrebbe, ma non abbiamo tempo!

Il cibo è l’unico aspetto della società e del costume che non è stato quasi per nulla intaccato e contaminato dalla “colonizzazione” anglo-sassone che ha pervaso e devastato ogni altro tratto della nostra identità di italiani. Siamo italiani non tanto e non solo perché parliamo la stessa lingua e non certo perché ci sentiamo cittadini della Repubblica Italiana: siamo italiani perché amiamo il cibo e ne traiamo piacere come nessun altro popolo al mondo.

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Solo noi italiani abbiamo un rapporto d’amore così totale con il cibo

Noi stiamo sempre a magnà! O a pensare a magnà! Il tempo è finito, le energie sono finite, la giornata ha 24 ore…come facciamo a pensare al nuovo sistema elettorale? Dove troviamo il tempo per analizzare o concepire nuove politiche monetarie? E allora? E allora lasciamo il coordinamento delle politiche comunitarie a Juncker, che chissà che schifezze mangia! La soluzione del problema greco alla Merkel che si ciberà solo di crauti e patate, e la condivisione della sovranità attraverso istituzioni democratiche sovranazionali a Cameron che si ingurgiterà i soliti e unti fish and chips in cinque minuti. Noi adesso dobbiamo, anzi vogliamo pensare a che magnà a pranzo!….Questo o damo ar gatto! Questo ar sorcio, co questo ce ammazzamo e cimici….

 

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Costanza

    Ricordo quando venni in Brasile la prima volta, a luglio dell’anno passato. Dopo qualche giorno mi dissero “Voi italiani parlate sempre del cibo”. In effetti non ho potuto negare. Abbiamo un’attenzione quasi maniacale che ci accompagna in tutte le fasi, dalla scelta delle materie prime fino alla degustazione finale. Io credo che il problema non sia la quantità di cibo che mangiamo o la frequenza con cui mangiamo, ma il pensiero ossessivo del cibo.. Qui ad esempio mangiano continuamente; mentre si trovano davanti al pc, parlano, fanno riunioni, svuotano confezioni intere di dolci da forno, cioccolate, creckers, quando non trattasi di pastel, panini, “torrade”. C’è chi fa colazione, con latte e caffè e biscotti da inzuppare. E chiaramente il tutto accompagnato dai tradizionali giri di “cuia” (erva mate) che La differenza è che il pensiero nel frattempo è rivolto a altro. Mangiano ma senza il nostro stesso coinvolgimento, Hanno “semplicemente fame”,così si dedicano a quest’attività senza riflessioni, senza guardare etichette, senza capire quale sia il tenore di grassi, di zuccheri e di proteine.

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  2. maxkeefe

    Un altro popolo che pensa ossessivamente a magna’ è quello giapponese con cui, nessuno ci crederà, abbiamo molto più punti in comune di quanto si possa immaginare. Il cibo per un giapponese, persone timide e con problemi strutturali di comunicazione, è, spesso, l’unico argomento di conversazione tra persone che, magari, si conoscono e si frequentano. I giapponesi amano fotografare le tavole imbandite, in vacanza, naturalmente, non alla mensa aziendale, al punto che può essere snervante aspettare un’ora prima che venga fotografato tutto. Ci sono migliaia di riviste di cucina, ciascuna delle quali spiega con un’assurda incredibile quantità di dettagli, ogni singolo passo del taglio dell’aglio. Diversamente dagli italiani, però, i giapponesi guardano al cibo come ad un paradiso inarrivabile, di cui parlano come qualcosa che, forse, godranno in un olimpo beato. La realtà alla fine è quella della mensa da 5 euro dove si succhia una ciotola di spaghetti cinesi bollenti in trenta secondi prima di liberare un rutto e tornare, in solitudine, al proprio posto di lavoro. Il cibo è il paradiso che non hanno e anche per questo ci guardano con invidia.

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