La “malagita”

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Vorrei raccontarvi di quella volta che ai miei genitori è venuto in mente di andare a visitare la casa del Petrarca, ad Arquà. Non che possa importare a qualcuno, ne sono certo. Lo faccio solo per farvi capire che non tutto il male viene per nuocere, e che, in fondo, non è vero che l’erba del vicino sia sempre più verde. Dopo questa divagazione in luoghi comuni, talmente ingenui da suscitare compassione, vi renderete conto che, in fondo, al peggio non c’è mai fine. E dagli! Ci sono ricascato.

Intendevo dire che, dopo questa mia storia, non denigrerete più la vostra famiglia, e mi rivolgo agli adolescenti, come me.

Ebbene, la cosa era nell’aria già un po’. Era necessario immolarsi per la cultura.

«Facciamo sempre cose da ignoranti», era la frase tipo che mia madre, da giorni, rivolgeva a mio padre. E ogni volta io mi domandavo che cosa facessimo mai, di così tanto ignorante nella vita. Andare in centro dopo la scuola, e sedersi nella piazza con gli amici, era da ignoranti? Andare a fare la spesa nel supermercato che esponeva i prezzi più competitivi, era da ignoranti? Recarsi al lavoro ogni santo giorno da trent’anni a questa parte, era da ignoranti? Ah, ecco. Forse la cosa più burina riguardava mia sorella, innamorata persa di uno che “strascicava” la gomma da masticare come se si trovasse sempre ad una prova di doppiaggio per il cinema, e quel che più conta è che si chiamava Otello. Sì, avete capito bene. Non sapete quante volte gli ho riso in faccia.

I miei genitori, non propriamente acculturati, spesso sbagliavano l’appello, e giuro che una volta ho udito mio padre chiamarlo “Tinello”, ma era ancora nei primi giorni, quando mia sorella ce lo aveva appena presentato. E poi, sono sicuro che abbia fatto apposta, per far ridere la nonna.

Ebbene, dicevo, ad Arquà bisognava andare, un po’ come un ammalato deve recarsi a Lourdes almeno una volta nella vita. Scusate il paragone osceno, ma bisognava togliersi di dosso quell’aura d’ignoranza che gravava sul nostro nucleo familiare. Prima era, prima ci saremmo levati il pensiero. Così poi mia madre avrebbe potuto raccontarlo alla vicina, che aveva una figlia che faceva la guida turistica. Scoperto l’arcano.

Poiché Padova distava appena una ventina di km dal luogo che il grande poeta Francesco Petrarca aveva scelto come sua ultima dimora, mio padre decise di partire all’una. Era una domenica pomeriggio di maggio, ma, strano ma vero, un inizio maggio particolarmente caldo. Neanche a dirlo, la nostra macchina non aveva l’aria condizionata, e io e mia sorella ci sporgevamo dal finestrino, rientrando puntualmente con delle pettinature improbabili. Otello no, lui soffriva di cervicale, e si era messo al centro, cosicché ad ogni curva, il suo ginocchio sbatteva con violenza contro il mio. Ma era davvero una persona così molle?

Neppure mia madre si sporgeva: stoica nel suo tailleur pastello, con la messa in piega fresca di parrucchiere. Peccato che facesse davvero caldo, e che la lacca le si fosse appiccicata alla fronte. All’arrivo, ovviamente il parcheggio era tutto pieno, nella parte alta del paese. Un autentico miracolo ha fatto sì che trovassimo posto un po’ di sgembo, accanto ad un pullman di turisti. La camicia di papà era pericolosamente chiazzata di sudore. Macchie che gli partivano da sotto le ascelle, per ricongiungersi dietro la schiena. Giuro che mio padre ha capelli suoi, pochi, ma li ha. Allora perché, quel giorno, sembrava che portasse un parrucchino?

Imperterriti ci siamo messi in fila indiana, e abbiamo iniziato a scendere, seguendo la freccia che indicava “Casa del Petrarca”. Per chi non lo sa, Arquà fa parte dei colli Euganei, quindi le strade sono costituite da ripide salite e, ovviamente, altrettante sfrenate discese.

Siamo arrivati un po’ ballonzolanti, col tipico incedere di chi ha fatto molta strada giù per un pendio. Cinque corpi trasfigurati che parevano muoversi per inerzia, e senza volontà propria.

Una volta giunti davanti al cancello, posto in una stradina suggestiva, contornata da bancarelle di miele e salumi – i prodotti tipici del posto – stavamo per metterci in fila, ma a quel grande genio di mia sorella è venuto in mente che avremmo potuto mangiare, prima di entrare.

«Tanto, tardi per tardi? No? ». E lo ha detto accarezzando la faccia di quell’allocco di Orlando, scusate, Otello, che la guardava adorante, qualunque cosa dicesse, e che non la smetteva di aprire e chiudere la bocca, come fosse stato imprigionato in una morsa. Forse non l’aveva vista bene? È grassa da fare paura. Deve proprio pensare sempre a mangiare?

Mia mamma, dalla quale Rosa (mia sorella) ha preso di sicuro, ha realizzato che fosse una buona idea. «Stefano, tu che sei giovane, fatti dare le chiavi da papà, e vai a prendere il cestino. Noi intanto troviamo un posto per fare il picnic».

Ti pareva?! Mica siamo una famiglia come tutte le altre, che ogni tanto va al ristorante. No, noi abbiamo il cestino, confezionato in casa. E questo perché siamo dei maledetti tirchi.

Ripassando mentalmente tutte le bestemmie che conosco – chiedere perché mi avessero fatto fare tutta quella strada per poi tornare subito indietro era inutile – mi sono incamminato su per la salita, facendo il percorso a ritroso fino alla macchina. Durante il tragitto mi si è fatto strada sempre più il sospetto che quella puzza di gas butano, che ho sentito per tutto il viaggio, non fosse poi tanto casuale. Non veniva da fuori. E infatti…Una volta aperto il bagagliaio: eccolo lì, il panino alla mostarda di mia mamma, che col caldo aveva pure fermentato e appestato tutto. Fortunatamente, gli altri erano alla mortadella e parevano ancora commestibili. Così, con un cestino di non so quanti chili – oltre alle bibite c’era pure il termos col caffè – sono tornato indietro.

Quando ero ormai senza forze, e la mia maglietta col supereroe si era trasformata nella pubblicità dell’Aquafan di Riccione, eccola lì la mia bella famigliola. Seduta su una panchina, in un giardino pubblico. Proprio al centro del paese. Con mia sorella che agitava la mano e faceva versi per attirare la mia attenzione.

«Signore, fai che nessuno mi conosca» è stato il mio unico pensiero.

Sarò breve: paradossalmente il resto della giornata è andato anche peggio. Mio padre si è ubriacato, col vinello che mia madre gli aveva preparato, e si è messo a russare sotto ad un albero, nella speranza che la sbornia gli passasse prima di tornare a casa. Ormai, fra capelli veri o parrucchino, la distinzione era diventata davvero irrilevante. Mia madre ruttava alla mostarda, e si era tolta i sandali, perché diceva che le si erano gonfiati i piedi.

«Devo stare qui a badare a tuo padre» diceva, guardandomi attraverso il cinturino di un sandalo, che era uscito di sede e proprio non ne voleva sapere di rientrare.

Mia sorella Rosa e Fringuello erano spariti chissà dove, ma sarebbero tornati dopo qualche ora, lei con la faccia tutta rossa e lui col rossetto su quella fornace che si ritrovava al posto della bocca. Rigorosamente senza chewing-gum.

Non sapendo cosa fare, a casa dal Petrarca ci sono andato io. Posso farvi una breve sintesi di quello che ho visto. Primo, Petrarca era molto più grande e grosso di quello che sembrava nei libri di storia, e aveva il doppio mento. L’ho potuto constatare da una statua all’ingresso. Secondo, la sua gatta imbalsamata, che guarda i visitatori da una teca posta sopra una porta, doveva essere già allora alquanto spelacchiata. E poi, sembrava incazzata. Anch’io lo sarei, se mi avessero appeso per secoli sopra ad una porta. Terzo, il suo studiolo, il luogo dove è morto, era la stanza più angusta di tutta la casa. Piccolo e senza finestre.

Una cosa è certa, noi saremo anche ignoranti, ed è stato ampiamente dimostrato che la mia famiglia non sia tagliata per la cultura, ma che dire di questo Francesco Petrarca? Aveva gusti assai strani. Parola mia, che a visitare la sua casa ci sono andato per davvero.

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Sergio Rivelli

    Mi son divertito tanto a leggere questo racconto! Complimenti a Cristina Biolcati.

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  2. Cristina Biolcati

    Certo che anche la tua deve essere stata una gita rocambolesca, mica da poco! Grazie per la “comprensione”, Tamara.
    Della mia gita ad Arqua’ mi è rimasta impressa la statua in ingresso e il doppio mento del poeta. Proprio come dice il protagonista.
    Un saluto.

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  3. Tamara V. Mussio

    Un racconto davvero singolare. Il signor Petrarca di certo non è stato un’attrazione fenomenale al suo tempo! Bellissima l’idea di raccontare questa gita, perché è proprio così che funziona. Ricordo un giorno, credo fosse il 1998 o il 2000. Mio padre ha pensato bene di andare a visitare una “villa” (non ricordo se sul Lago di Como o sul Lago Maggiore), famosa per i suoi giardini. Dopo ore di coda, caldo e autostrada, la villa era chiusa e siamo andati a visitare il “San Carlone”. Ovviamente il frigo da viaggio con ogni ben di Dio e il termos del caffè non devono mancare!

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