J. Alfred Prufrock e il suo canto dell’amore

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Vorrei tanto dirvi che “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock”, la poesia che ha segnato la carriera di T.S Eliot (1888- 1965), uno dei più grandi poeti inglesi del XX secolo – Eliot era americano, ma naturalizzato inglese – giunge da personali reminiscenze scolastiche. Oppure dalla lettura di un’antologia poetica. Sarebbe bello, ma non posso. Perché non è vero.

Ho incontrato questa poesia, scritta da Eliot a soli 22 anni e pubblicata un centinaio di anni fa sulla rivista “Poetry” – su richiesta di Ezra Pound, mentore del giovane poeta- , leggendo “Colpa delle stelle”, il bestseller di John Grenn. Quello che si dice il privilegio della lettura!

È la poesia preferita da Hazel Grace, quella che in più occasioni recita ad Augustus, ma della quale si ricordano soprattutto le parole pronunciate durante la romantica cena ad Amsterdam. Nella trasposizione cinematografica ci sono parecchie omissioni, quindi mi riferisco esplicitamente al romanzo.
“Il canto dell’amore di J. Alfred Prufrock” si articola come fosse un racconto vero e proprio. In realtà è un poemetto di 140 versi che ha segnato la nascita di quello che viene considerato l’astro della poesia moderna. È stato pubblicato nel 1917 nella raccolta “Prufrock and other observations”, dedicato all’amico di Eliot, Jean Verdenal, ucciso nel 1915 nella spedizione anglofrancese dei Dardanelli.

T.S. Eliot, J. Alfred Prufrock e il suo canto dell’amore

T.S. Eliot, J. Alfred Prufrock e il suo canto dell’amore

Che dire di questa poesia, dai versi struggenti, che incantano?

Innanzitutto che J. Alfred Prufrock è un nome di fantasia, sul quale sono state formulate diverse teorie. Eliot si rifà ad una lirica di Kipling, “The Love Song of Har Dyal”, ma, al fine di quest’analisi, non ha importanza se il nome del suo protagonista derivi dal tedesco “Prufstein”, ovvero “pietra di paragone”; oppure da termini inglesi che abbiano a che fare col mettersi alla prova; o ancora dal nome di un mobilificio di Saint Louis, città natale dell’autore – ipotesi che personalmente trovo meno romantica.

La vera innovazione di questa poesia sono i suoi versi liberi che, essendo personificazione di chi nella vita non osa esprimersi, rappresentano un paradosso. Prufrock vede il male nel mondo, ma rimane a guardare, incapace di agire. Soprattutto, egli rimanda e pensa sempre che ci sia tempo, mentre invece si ritrova vecchio e capisce di avere sprecato la sua vita.

Si tratta di un monologo drammatico, filtrato attraverso la tecnica del flusso di coscienza. Quello “stream of consciousness” tanto caro ai poeti inglesi, e non solo. Perché la mente è come un fiume in piena e le viene naturale esprimersi attraverso tutto ciò che in quel momento l’attraversa. Per quanto ci si sforzi, il pensiero umano non è monotematico. È qualcosa di più complesso e di più esteso.

S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo
Questa fiamma staria senza più scosse
Ma perciocché giammai di questo fondo
Non tornò vivo alcun, s’ì odo il vero
Senza tema d’infamia ti rispondo..

L’epigrafe iniziale è tratta da un canto della Divina Commedia di Dante, ma quel che più conta è che in questi versi l’autore si confessa liberamente, pensando che il suo racconto non verrà mai letto. Essendo qualcosa di personale, che rivolge solo a se stesso, i pensieri emergono e si strutturano senza seguire regole di logica, bensì si concatenano attraverso le emozioni.

Prima vi ho mentito quando ho detto che Prufrock non esiste: in realtà è l’alter ego di Eliot stesso. Come lui, vive la crisi del primo Novecento, dove amore, poesia, arte e bellezza sembrano cose sorpassate, a cui nessuno sembra fare più caso, e pertanto, ai suoi occhi, non appaiono più possibili. La sofferenza di Prufrock si espande e diventa la sofferenza del poeta stesso. Prufrock si trasforma nel tramite attraverso cui Eliot può esprimersi e fare domande. E questo poema è oberato di domande.

Egli si rivolge ad un ascoltatore silente; un destinatario imprecisato, col quale inizia un “viaggio” alla ricerca di conoscenza. Un interlocutore che non lo tradirà mai, e che in molti hanno individuato nella sua stessa coscienza. Forse ci troviamo di fronte ad uno dei monologhi più intimi e personali della storia della poesia.

Allora andiamo, tu ed io
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola
Andiamo, per certe strade semideserte
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche…

L’opera pullula di metafore. La sera viene paragonata ad un paziente anestetizzato, disteso su una lettiga, per indicare l’incapacità ad agire, l’impotenza davanti a ciò che accade.

Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere «Cosa?»
Andiamo a fare la nostra visita.

E le cose che Prufrock vede sono “figlie” di quell’”età dell’ansia”, dove coesistono desideri contrastanti e moderna disillusione. Le metafore rimandano alla sfera del quotidiano, ma con l’avanzare dell’età prevalgono immagini di decadenza. Molte sono le citazioni, riprese dalla Bibbia; da Esiodo a Chaucer; dallo stesso Shakespeare. Ma quando cita Michelangelo, Prufrock lo fa per alludere alla mancanza di arte e alla volgarità che ha gettato ormai le sue basi sulla società.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

Dove il quotidiano invade l’arte, la poesia, e non vi è più un giusto distacco, il rispetto dovuto. Si tratta di una poesia senza dubbio complessa e ricca di significati. Che parla di un uomo, Prufrock, che ha un segreto, un segreto d’amore. Egli è innamorato ma non riesce a rivelarsi. Non necessariamente di una donna, ma di un’idea, o della bellezza che ancora vede nel mondo.

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…
Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

È il canto di chi non osa nella vita, di chi sempre rimanda perché pensa che ci sia tempo. E sempre se lo chiede:
“Posso osare?”. “Ci sarà tempo”.

the love song of alfred j prufrock_by_muffin bob

the love song of alfred j prufrock_by_muffin bob

Ma Prufrock non è Dorian Gray. Non ne ha le velleità né la consapevolezza. Egli invecchia, i capelli si diradano e le gambe diventano sottili. Non intende paragonarsi ad Amleto, bensì ad un cortigiano o addirittura ad un buffone, e, dopo avere affrontato percorsi labirintici, dove ad ogni svolta avrebbe potuto esserci un’occasione, Prufrock sente che la sua figura è incapace di turbare l’universo. E, non essendogli rimasto altro che abbandonarsi alle sirene, affonda, in quel suicidio intellettuale e simbolico, di chi ha troppo atteso.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

Ecco quindi ripercorso il racconto di un’anima, che cerca la verità quando ormai è tardi e, nel finale, diventa la tomba di una disperazione. Una lirica che esorta a cogliere l’attimo e a vivere tutto intensamente, nel momento.
Perché come diceva il grande Lorenzo de’ Medici: “Di doman non c’è certezza”.

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