Io, brigantessa

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Mio padre mi parlava per darmi coraggio e con la mano sfiorava lieve la mia camicia sudicia.

“Un disagio di breve durata, figlia mia” disse mio padre, guardando dritto davanti a sé. “Ho trovato e pagato già dei testimoni, sarai scarcerata e riprenderai la vita di sempre”. Lo guardai di sottecchi: dall’alta finestra gli pioveva sul volto un raggio di luce polverosa che evidenziava gli occhi tristi e la piega amara della bocca. Era stanco, prostrato.

“Perdonami, papà. Il risultato delle cose non dipende sempre dalla cura con cui le si prepara. Se fosse così io adesso continuerei ad essere la figlia di un proprietario terriero…ma sono una brigantessa..e sono fiera di esserlo” bisbigliai queste parole e poi chiusi gli occhi e li tenni chiusi finchè non sentii i passi stanchi di mio padre che andava via. Li tenni chiusi, stretti stretti finchè apparve la luna nel cielo che faceva capolino da una cortina spessa di nuvole scure in un silenzio così assoluto che anche un sussurro sarebbe stato percepito come un grido.

Pensai alla mia vita, intrisa dell’amore che stordisce, del dolore oscuro, della morte nera…. Sentii chiaramente che tutto quello che avevo vissuto era buono e giusto se mi aveva portato a quel momento di assoluta felicità che era stato stare con lui, il brigante Ronco. “Ma la libertà non è cambiare padrone, non è parola vana e astratta. È dire senza timore “È mio” e sentire forte il “MIO”, e sentire forte il possesso di qualcosa a cominciare dall’anima, è vivere di ciò che si ama, vento forte ed impetuoso, che in ogni generazione rinasce.”

Quando ascoltai per la prima volta Ronco che arringava così ai suoi, mi capitò di innamorarmi di lui, di lui che mi parlava di un mondo in cui si ama per istinto la libertà , in cui si sceglie di lottare per un bene comune.

Con lui, non so quando, non so come, eravamo corpo e anima, parte di una nuova esistenza, ci amavamo di un amore fisico e potente così naturale su cui non c’era niente da dire. Mi sono nutrita delle sue parole di libertà, ho sentito di appartenere alla sua stessa terra. E per difendere quella stessa terra ho imbracciato le armi con lui, mi sono nascosta con lui tra alberi, monti, anfratti… ho respirato paura, coraggio prima di ogni battaglia, ho goduto del bianco della neve, delle veglie silenziose, ho dominato immagini di combattimenti e violenze. La prima volta che ho ucciso un uomo: i suoi occhi riversi all’indietro, il corpo che cadeva pesantemente a terra, il battito del mio cuore impazzito, il vomito caldo che mi inondava la bocca. Mi pesava il dolore che avevo procurato e non basterebbe un’altra vita a fare pari perché non c’è un modo di pareggiare il dolore. Ho imparato che al male non bisogna mai dare principio, perché una volta nato vive di vita propria, si moltiplica, rinasce in ogni fibra del tuo essere… Sì… e quando mi uccisero Ronco mi sentii sprofondare in una dimensione infernale e piansi per la mia vita confusa, per quel corpo che mi mancava da subito ma mi imposi di continuare con i suoi compagni la sua vita, di difendere quella liberta per la quale lui aveva perso la vita, di essere forte. Forte. Cosa è essere forte? Significa resistere sempre, oppure arrendersi a quello che non si può impedire? È rinunciare alla battaglia o assecondare i calci della vita? Ma in me la rabbia, la disperazione del mio amore perduto diventarono ascessi purulenti di crudeltà: uccisi, uccisi per colmare quel vuoto grande, quegli uomini orribili che avevano ammazzato il mio eroe, il mio messia esistenziale.

E poi… poi fui catturata in un giorno di pioggia. Ho corso tanto quel giorno, sotto la pioggia battente, procedevo a memoria nel bosco, graffiandomi il volto, scivolando nel fango… ho tremato al latrare dei cani, ho chinato la testa sotto gli insulti dei soldati. Mi volevano catturare a tutti i costi. Presa. Mi hanno sputato addosso, mi hanno dato calci, a me la donna del brigante… mi hanno trascinato in questa prigione… Mi sembrava di ricordare tutto: le parole, gli odori, i suoni: ho conosciuto tutto nella mia vita. La presenza e l’assenza, la forza e l’annientamento e, sebbene capisca l’amore di mio padre, non potrei mai voltare le spalle al mio passato e riprendere una vita che non mi è mai appartenuta. Non ho scelta: frantumo il vetro con i miei stivali e l’ingoio tutto, piangendo, sentendo il sapore acre del sangue che inonderà tutto il mio corpo. Morirò così, con onore, guardando la luna bella e misteriosa. Io, contratta nell’oscurità, attorcigliata nel mio dolore.

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Chi lo ha scritto

Angela D'Agostino

Ho 46 anni, ho frequentato l'Accademia di Belle arti di Napoli e mi occupo da tanti anni di arte sia come restauratrice sia come decoratrice, sia come docente. Già ai tempi ormai lontani dell'Accademia mi interessava ricercare e soprattutto ricercare sulle vicende artistiche delle donne, chiedendomi spesso perchè si parla pochissimo delle donne artiste. La mia tesi fu proprio sulle artiste del Seicento e da allora il mio archivio si è arricchito di notizie che mi farebbe piacere condividere anche con voi.

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