Inis Mór, la grande isola selvaggia

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“Ormeggeremo qui la nave solitaria vagando con la mano nella mano,
teneri mormorando bocca a bocca, lungo l’erba
e le sabbie, mormorando come siano lontane ormai le terre inquiete”
(William Butler Yeats, da “L’indiano alla sua amata”, 1886)

Prima di tutto, il vento. Il vento fortissimo, veloce, impertinente, sfacciato, sgarbato. Poi, la pioggia. A volte delicata, a volte irruenta, a volte scherzosa. Quel che si prova stando qui, in mezzo alle scogliere, è soprattutto un senso di piccolezza, di insignificanza dell’uomo di fronte alla natura. Quando si acquisisce la consapevolezza che una raffica di vento un po’ più forte può farti cadere e forse trascinare via, il senso dello stare al mondo cambia. Tutto ciò che riguarda la nostra esistenza fisica si rimpicciolisce e perde di importanza. Rimane null’altro che una sensazione fortissima di vita, una sensazione che difficilmente si potrà avere in mezzo a una città, o a un parco, o perfino un bosco. Forse è lo stesso brivido che si prova nei pressi di un’enorme montagna, o nel mezzo del deserto, quando le uniche presenze di traccia umana sono rappresentate null’altro che da noi stessi.

Sulle scogliere di Dún Aengus Inishmore. [foto: Andrea Lessona]

Sulle scogliere di Dún Aengus Inishmore.
[foto: Andrea Lessona]

Quassù, dalla scogliera di Dún Aengus, nelle magiche isole Aran, cento metri sopra il mare fanno la differenza. L’orizzonte sconfinato, la vista che offre la scogliera, come un grande terrazzo naturale, non è qualcosa di riproducibile ovunque, e ci si sente come in quel quadro di Caspar Friedrich, dove l’uomo ritratto guarda di spalle un paesaggio sconfinato, lande interminabili e forse ostili, provando allo stesso tempo un senso di inadeguatezza e fusione con ciò che si staglia davanti allo sguardo.

Mi trovo nell’isola più grande dell’arcipelago, Inis Mór, che è anche quella più popolata, galleggiante sull’Oceano Atlantico. Nei pressi della gigantesca scogliera, c’è “il più splendido monumento barbaro d’Europa”, un forte in pietra costruito migliaia di anni fa. Il forte è protetto a nord da aguzzi spuntoni di pietra che dovevano difenderlo da attacchi nemici. Le pietre sono lunghe mediamente un metro, incuneate nella roccia calcarea dell’isola; un formidabile sistema difensivo che si diffuse solo lungo l’estremo limite occidentale d’Europa, soltanto sulla costa atlantica d’Irlanda e della Spagna, là dove per i navigatori di un tempo finiva il mondo, là dove per i primi abitanti risiedeva il confine dell’unica terra conosciuta. Ed è questa l’altra sensazione che dà stare su un’isola: niente confini, niente barriere, un mondo dentro il mondo.

Galway-Rossaveal-AranLascio le scogliere alle mie spalle per raggiungere Na Seacht d’Teampaill, ovvero il sito delle Sette Chiese, un sito monastico eretto tra il IX e il XV secolo. L’atmosfera cambia improvvisamente: le rovine, le tombe in pietra con le grandi croci, l’erba che le avvolge, permeano tutto di un’atmosfera gotica e oscura ma allo stesso tempo di pace e tranquillità, e pare davvero di aver fatto un viaggio nel tempo, ma senza biglietto di ritorno. Del resto proprio grazie alla separazione dalla terraferma, nelle isole Aran è comune udire vecchi lupi di mare conversare in gaelico, lingua originaria di queste terre, rimasta intatta e preservata con il passare dei secoli; qui il tempo scorre lento, nonostante le frotte di turisti che ogni anno, in particolare d’estate, accorrono ad ammirare le meraviglie naturali.

In questi luoghi è naturale far nascere miti e leggende, soprattutto per dare una spiegazione a ciò che vi è di incomprensibile, come ad esempio la presenza di massi giganteschi che circondano le isole. Geologi e altri studiosi da sempre si chiedono chi o cosa abbia avuto quella gigantesca forza per posizionarli dove si trovano. L’ipotesi più logica avanzata dagli scienziati per spiegare lo spostamento di questi grandi massi, è quella di un forte sisma marino che avrebbe provocato un maremoto e di conseguenza lo spostamento dei massi verso l’interno dell’isola. Non sono però mai state trovate sufficienti prove scientifiche in grado di sostenere questa tesi e di testimoniare un sisma così violento. Le leggende narrano invece di lavori operati da giganti o creature extraterrestri.

Gli isolani irlandesi non sono però gli unici abitanti che popolano l’isola: in una baia lontana dalla presenza umana, vi è una colonia di foche, che godono tranquille delle carezze del mare, e dei flebili raggi di sole, quando si presentano. Le autoctone si fanno ammirare da lontano, facendo sentire il curioso avventore della terraferma come poco più che un ospite, in fondo un estraneo rispetto all’ambiente selvaggio, un “out of place” non sgradito ma evidente.

caspar_david_friedrich_-_der_wanderer_uber_dem_nebelmeerContinuo a passeggiare tra strade deserte, case colorate, fiori selvaggi, accompagno i miei passi solo dallo scrosciare delle onde sugli scogli, dal canto degli uccelli marini, dalla naturale assenza di pensieri. Oggi il cielo è nuvoloso, qui ad Inis Mór, ma nulla sembra intaccare la docile calma che pervade la terra. Viene solo voglia di indossare un Aran sweater per sentire un po’ più caldo e un po’ meno la forza del vento: si tratta di uno dei principali prodotti dell’isola, un caratteristico maglione di lana con motivi che variano a seconda delle famiglie del posto. Secondo la tradizione ogni famiglia usava una sua propria trama di tessuto, di modo che se un pescatore fosse perito in mare sarebbe stato possibile riconoscerlo dal maglione che indossava.

E’ giunto il momento di imbarcarsi di nuovo: prima o poi ogni isolano deve navigare di nuovo verso la terraferma, per rifornirsi di provviste o a volte per non tornare mai più, come hanno fatto e stanno facendo le giovani generazioni, in cerca di un lavoro o uno stile di vita differente.

Dal mare riguardo la costa di Inis Mór, insieme a quella di Inis Meáin e Inis Oírr, le più piccole isole sorelle che non ho scoperto, alle quali spero di approdare in una delle prossime navigazioni, fuori e dentro di me.

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