Il tratto essenziale della bellezza

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Dettagli numerici di misure, forme e dimensioni. Valori universali che, esercitando una dittatura della bellezza, abusivamente annientano la variabilità di corpi, menti, anime, emozioni che s’incontrano, condividono e lottano nella successione casuale dell’esistenza. Infinite sfaccettature e molteplici aspetti e figure sono così catalogati sulla base di criteri superficiali e quantitativi e sottoposti a imposizioni nette, mutevoli, vulnerabili e incostanti che decretano spietatamente la nostra vittoria o la nostra sconfitta.

L’anno delle piccole taglie: care cicciottelle rimanete pure nascoste sotto i vostri maglioni ingombranti per non contaminare lo spettacolo di trentotto e quaranta che spopolano con successo nella vita reale e virtuale. Le taglie piccole rischiano poi di passare di moda. Una rivoluzione di quei corpi formosi e generosi che riescono a rubare la scena; si strappano di dosso i veli della vergogna per mostrare liberamente le loro nudità, fiere per aver finalmente ottenuto il marchio dignitoso della bellezza.

Non soltanto questo. Ci ritroviamo ormai ad uno stesso livello di apparenza superficiale e crudele, che si è imposto attraverso una classificazione feroce e la consequenziale costruzione di pareti altissime che permettono soltanto di rintanarsi da una parte o dall’altra. Vince la pigrizia, vince il potere meschino e ipocrita che distrugge la particolarità di un essere, dei suoi intenti e delle sue aspirazioni. Un potere che ostacola il lungo processo di coscienza personale, volto ad acquisire il coraggio di esporsi secondo una propria bellezza che si distingue dalle altre infinite bellezze che lo circondano, pur condividendone l’essenza. Nel suo cammino l’uomo si è trovato a dover scegliere tra due sentieri: un primo sentiero, sin dall’inizio tortuoso, con ripide salite e vortici pericolosi, volto a una conoscenza viva della natura del suo essere e della complessità in cui si manifesta, e un secondo, apparentemente breve e rettilineo, dal manto liscio e regolare, attraverso cui poter ricondurre tale complessità a una serie di simboli d’immediata comprensione. La paura, il bisogno di un riscontro pratico e immediato e di un rigido controllo esercitato con la sottomissione e la soggiogazione che si alimentano delle debolezze altrui, hanno condotto lungo il secondo sentiero: la convenienza di una facile identificazione ha così privato della capacità di guardare a fondo, di sviscerare la realtà per ritrovare il tratto particolare e inconfondibile di ogni cosa che esiste.

Di Franco Piervenanzi

Di Franco Piervenanzi

“La bellezza può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune. E dunque la bellezza si vede perché è viva e quindi reale. Diciamo meglio che può capitare di vederla. Dipende da dove svela. Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l’ordito minimo della realtà. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio” (Pier Paolo Pasolini).

La volontà di scorgere con occhi sinceri il segnale tangibile di una bellezza pura richiede non solo un impegno maggiore dell’accontentarsi di poche attrazioni frivole affermate prepotentemente, ma anche una coerenza d’intelletto che esula dagli attuali concetti semplicistici di conformismo e anticonformismo, ormai in una lotta perenne e silenziosa, senza senso e senza fine.

Chi sia stato educato fin qui nelle questioni d’amore attraverso la contemplazione graduale e giusta delle diverse bellezze, giunto che sia ormai al grado supremo dell’iniziazione amorosa, all’improvviso gli si rivelerà una bellezza meravigliosa per sua natura, quella stessa, o [211 a] Socrate, in vista della quale ci sono state tutte le fatiche di prima: bellezza eterna, che non nasce e non muore, non s’accresce né diminuisce, che non è bella per un verso e brutta per l’altro, né ora sí e ora no; né bella o brutta secondo certi rapporti; né bella qui e brutta là, né come se fosse bella per alcuni, ma brutta per altri….Che cosa allora dovremmo pensare, [e] se capitasse ad uno di vedere la bellezza in sé, pura, schietta, non tocca, non contagiata da carne umana né da colori, né da altra vana frivolezza mortale, ma potesse contemplare la stessa bellezza divina nell’unicità della sua forma? [212 a] Forse credi che sia una vita da sciocco quella di un uomo che tenga lo sguardo su di lei e la contempli con il mezzo che le conviene e viva insieme a lei? O non pensi che solo qui, mirando la bellezza per mezzo di ciò per cui è visibile, potrà produrre non simulacri di virtú, in quanto non è a contatto di un simulacro, ma virtú vera, perché è a contatto col vero…”(Simposio, 209 e-212c, Platone).

La bellezza allora, secondo un antico significato di cui si sono perdute le fondamenta, non può limitarsi a pochi segnali estetici, effimeri, labili e in continuo mutamento. La sua origine primordiale, cui si giunge attraverso una partecipazione sensibile e un lavoro introspettivo lento e meticoloso, prevede di certo una semplificazione, ma intesa come una riduzione degli eccessi e delle definizioni soggette a mode e rituali altalenanti. Essa abbraccia e accoglie ogni sua manifestazione, particolare e unica, la cui individuazione comporta il coraggio di spogliarsi di oggetti materiali e di accessori inutili, opponendosi all’unificazione di pensieri, di pulsioni e di prospettive che ci costringe a uno stato d’insoddisfazione perenne.

Lungo quel sentiero scelto ci muoviamo per raggiungere una meta che qualcuno ha comodamente selezionato per noi, accettata quasi come un dogma religioso. A un passo dall’arrivo però, questa meta si trasforma, obbligandoci a dimenticare la strada fatta sino a quel momento. Così nuovi tragitti e obiettivi sfuggenti: una serie di brevi cammini per rincorrere falsi miti e illusorie speranze di successo, la cui durata è talmente ridotta da impedirne la fissazione nella nostra memoria. Se ci fermiamo, coscientemente o perché stanchi e affaticati da quel senso di continua sconfitta, ci accorgiamo allora di cosa davvero la scelta iniziale ha comportato: la totale mancanza di esperienze significative passate, niente con cui consolarsi o che abbia la forza di arrestare quell’inseguimento senza sosta. La frangetta e il taglio corto, poi i capelli lunghi e ricci. La stagione della pochette succeduta da quella delle maxi borse. Il rosso, anzi il nero. L’epoca delle tinte floreali, delle camicie a tre bottoni sorpassata dalla moda delle tinte chiare, poi scure, e dei colletti francesi. L’addominale scolpito, ma forse un pochino di pancetta è più sexy. Indottrinati, secondo un’errata convinzione di poter scegliere tra infinte opportunità, ma di fatto privati della lucidità per capire che nessuna di queste è relazionata a una nostra volontà, a un nostro ardore o un nostro reale bisogno.

Abbiamo però ancora il potere di cambiare rotta, nella nostra intima sfera personale, ritornando davanti a quel bivio per intraprendere l’altro percorso. Seppure l’attraversamento sia intricato e comporti la messa in discussione, ad ogni passo, di quanto osservato e sperimentato, consente di connettersi, gradualmente, con la verità delle cose, riaprendo gli occhi, stuzzicandoli con il desiderio di scovare, in noi e fuori di noi, il senso della bellezza attraverso le sue particolari rappresentazioni. Il fine ultimo è la comprensione della realtà espressa mediante elementi reali, come i fermo immagine dei volti rudi e passionali della cinematografia pasoliniana; una successione di figure elementari e leggere, non artefatte da combinazioni di decorazioni pacchiane.

Possiamo percorrere questo tragitto come se ci ritrovassimo nello sguardo e nelle mani di Matisse, smossi dalla sua stessa esigenza di osservare il mondo senza filtri o suggerimenti altrui, per riproporlo con le sue forme ancestrali. Un primo schizzo. Una ripresa successiva per introdurre nuovi particolari. Di seguito, i tratti già delineati si congiungono e si cancellano, definendo figure diverse, mentre i vecchi colori si accentuano e si confondono. Una mente curiosa e mani che lo assecondano alla ricerca disperata di quelle linee che si rivestono della complessità dello scorcio di vita osservato, il quale esplode con forza nella tela splendendo del suo reale fascino. Niente da aggiungere, da modificare e da eliminare a quella rappresentazione finale di armonica sintonia tra aspetti estetici, emotivi e suggestivi.

Oltre uno strato superficiale, attraente di certo, si può scorgere la “bellezza eterna, non tocca, non contagiata” che continua a brillare mentre si alternano circostanze e ambientazioni. Se fossimo disposti a intraprendere questo cammino di autentica scoperta, potremmo strappare quelle vesta pesanti che ci hanno cucito addosso, sconfiggendo in tal modo il senso di paura e di pudore indotto.

I suoi occhi si schiusero. Non più spietati e scrutatori, ma meravigliati, quasi invadenti, riconobbero in quel gesto della mano che lascia scendere la spallina lungo il braccio, la bellezza di un’espressione disinibita e maliziosa e di linee sinuose e morbide del suo corpo nudo, attraverso cui ogni emozione finalmente libera, può rivelarsi e così prendere vita.

“Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. 

Come finirà tutto ciò? Lo ignoro.”(Pier Paolo Pasolini)

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Chi lo ha scritto

Costanza

In costante evoluzione. Spirito nomade, animo irrequieto,  in movimento lungo un percorso di partenze e arrivi, soste temporanee e amori folli, come il Brasile, incantatore, magico, incoerente e indimenticabile. Curiosa come  Amelie  nel suo mondo favoloso, alla ricerca di quella bellezza “che può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune". E mi diletto in cucina, chissà se con i risultati attesi, perché in fin dei conti non si può essere soltanto ingegneri.

Franco Piervenanzi

Nato 23 anni fa, sembra quasi con la matita in mano. Ho iniziato sin da piccolo con i miei primi “schizzi”, e da quel momento non ho mai smesso. Il disegno è la mia passione e l’amore verso l’arte, secondo ogni sua manifestazione, e la continua ricerca di particolari e tecniche rappresentative costituiscono la mia felicità. Mi ritrovo da solo, davanti alla tela, e attraverso la realizzazione della mia opera, fino al suo componimento ultimo, esprimo la mia anima, nella sua forma più pura.

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Costanza

    Grazie Tamara per il tuo apprezzamento. In effetti il senso dell’articolo era proprio quello di far riflettere sull’immenso significato, complesso, a volte indefinibile, della bellezza, in contrapposizione con concezioni e idee che seppure contrapposte tendono a ridurre tale complessità. Ma è altrettanto vero che rispetto all’idea attuale e alla definizione di criteri meramente estetici, a volte dai risvolti pericolosi, io esalto l’idea platonica della bellezza, definita come un’essenza, come il centro, come questo tocco particolare che distingue ogni figura, ogni essere, ogni scenario. Ma di fatto anche secondo tale visuale, la bellezza si discosta dalla comprensione umana, e dalla sua esperienza, pratica, sensoriale, visiva, con la realtà, fondamentale lungo il sentiero tortuoso che definisco nell’articolo. Del resto, la comprensione di noi stessi e di ciò che ci circonda è un sentiero, che passa attraverso un rapporto profondo con le cose, accompagnato dalla volontà e dalla curiosità di sviscerare, di andare oltre l’apparenza, di osservare da differenti punti di vista. Io difendo lo sguardo di Pasolini,occhi curiosi che sappiano vedere e riconoscere la bellezza, nascosta ovunque. Ciò che credo sia importante sottolineare è che di fatto questa assume un significato soggettivo, personale: ognuno, secondo il proprio pensiero, la propria sensibilità, le proprie emozioni, può ritrovarla in maniera e in forme differenti. Per questo non può esistere l’idea di perfezione legata a una taglia, a una misura, a un taglio di capelli. Il problema è che queste idee stereotipate riguardano ogni cosa, non soltanto l’aspetto estetico: mi riferisco anche ai commenti del tuo articolo, che dimostrano rigidità, bigottismo, e incapacità di accettare pensieri e opinioni differenti. Un atteggiamento purtroppo generale che tende a spegnere il nostro estro, la nostra personale interpretazione e di fatto la libertà di relazionarsi intimamente, con una persona, un libro, una musica, uno scenario naturale e chiaramente con noi stessi e la nostra esteticità.

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  2. Tamara V. Mussio

    Un articolo meraviglioso e molto ricco di spunti. Effettivamente la ricerca della bellezza nel contesto attuale è la ricerca della “forma unica perfetta”. La primordiale idea di bellezza delle veneri primitive che incarnavano la ricchezza di Madre Natura, si accompagna perfettamente con le teorie espresse nel Simposio. In più sia Socrate che Platone non potevano accettare che una donna fosse “la più bella”. Per il primo nessuno sapeva cosa fosse la vera bellezza perché non la sapeva definire effettivamente. Per il secondo la Bellezza era un concetto, un’idea tanto lontana dalla comprensione umana, che nessun uomo o donna avrebbe potuto incarnarla. Ci si poteva avvicinare, nulla di più. Anche ai giorni nostri si dovrebbe abbandonare questa idea di perfezione della taglia 40, perché spesso sono i piccoli difetti a rendere unica una persona.

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