“Hai da accendere?”

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Centro Omega per la Cura dei Disturbi dello Spettro Ossessivo-Compulsivo

Sala Rorschach – Gruppo di Incontro del martedì

“Ciao, sono Lara.”
“Ciao Lara.”
(silenzio)
(applausi di incoraggiamento)
“Ho iniziato quando avevo solo quattordici anni. Beh, in fondo non ero poi così giovane… c’è chi inizia molto prima. Ad ogni modo, non ricordo nulla delle tappe fondamentali che spettano per contratto ad ogni essere umano: il consolidamento della dentatura, la pubertà, la maggior età. Non saprei distinguere la mia infanzia – se mai ne ho avuta una – dall’adolescenza e nemmeno dalla maturità. Per me esiste solo un prima e un dopo l’estate dei miei quattordici anni. L’estate in cui ho iniziato a fumare.

Prima: smarrimento, solitudine, inadeguatezza.

Dopo: smarrimento, solitudine, inadeguatezza e fumo. Tanto, tanto fumo.

Oggi ho quarant’anni, quattordici dei quali vissuti nella nebbia e ventisei nel fumo.

Non posso dire di aver cominciato per gioco e nemmeno per sentirmi parte di un gruppo; non ho mai sentito il bisogno di appartenenza. Io non sono un animale sociale, caro Aristotele. Ho iniziato per riempire un vuoto; un buco profondo. Già, fa sorridere, lo so; pensare di poter riempire un buco con del fumo. Eppure funziona, per qualche istante.

Sapete qual è il buco che voglio riempire? Lo stesso buco che volete riempire voi: la vita. Cioè il lasso di tempo che va dalla nascita alla morte. Non è presunzione. Si tratta semplicemente di un bisogno comune che ci rende umani. Io non credo in Dio e non credo nella reincarnazione, ma credo nella vita. Per me l’unico mondo possibile è questo. E’ qui che devo trovare un senso e il senso non è fumare.

E’ buffo sentirsi soli in un mondo sovraffollato di persone, cose e meravigliosi elementi naturali. La bellezza dell’universo mi disorienta. Eppure, quegli istanti di serenità contemplativa non arrivano alle viscere dove, invece, pulsa il tormento per una mancanza latente e insopportabile.

Traggo nutrimento e compagnia dal fumo. Lui sì, penetra senza fretta ogni mio tessuto, ogni organo, ogni cellula lasciando traccia del suo passaggio. Traccia tangibile di un “contatto” che non riesco ad avere con gli altri esseri umani, spesso sfuggenti, evasivi, superficiali; presenze astratte. Ma non basta.

Ho una vita ricca di impegni, oggi va di moda così: lavoro, sport, musica, letteratura, affetti… ma non basta.

La mia giornata ha 24h come quella di tutti, il tempo si sa, è democratico. Io, però, sono sveglia per gran parte di quelle 24h. Penso, mangio, scrivo, sorrido, piango… e fumo. Ma ancora non basta e il buco si allarga.

Fumo per tenere occupate le mani, la bocca, il respiro e i pensieri. Fumo per non dover parlare, per poter uscire dall’ufficio, per restare sola durante tediosi pranzi conviviali. Fumo per noia, forse per egocentrismo; fumo per farmi del male ed essere costretta a rimettermi in piedi, perché io combatto e se va tutto bene, non so più cosa fare; fumo per fuggire una realtà che non voglio accettare, per scomparire, per protesta, per contraddizione, per vigliaccheria. Fumo perché sono fragile, nonostante là fuori mi vedano forte e determinata.

C’è chi fuma come me, chi, invece mangia o beve eccessivamente, chi gioca d’azzardo, chi stupra, chi ruba, chi si droga, chi fa sesso in maniera ossessiva, chi cerca la simmetria perfetta e chi fa finta di nulla… per riempire quel buco.

In fondo siamo tutti uguali nella nostra unicità indiscutibile. Esseri umani con la debolezza endemica dell’essere umani: trovare un senso ad una cosa così affascinante e misteriosa che è la vita.

Voi perchè siete qui? non credo siate tutti pensionati, disoccupati o casalinghe annoiate. Forse avete solo troppo tempo libero, oppure una prescrizione medica. E se fosse semplicemente per sfuggire al vuoto e affermare la vostra esistenza?

Io fumo perché nonostante il dolore che provo prima e dopo, c’è il durante. Quel durante fatto di illusioni istantanee che anestetizzano anima e corpo.

Prima: il dolore è esistenziale. Sono vittima e carnefice di me stessa. La mia voglia di vivere è destabilizzante; sogno ed incubo al tempo stesso. Lotto di giorno, così come di notte contro i fantasmi della mia inquietudine per vincere la paura di dover accettare un mondo che non comprendo.

Dopo: il dolore è organico e psichico. Fisicamente mi sto uccidendo. Lentamente, giorno dopo giorno, mi sto spegnendo. E’ il destino dell’uomo, lo so. Il mio, però è un suicidio premeditato. Fumo tanto, troppo; a volte faccio fatica a respirare. La gola e lo stomaco mi bruciano costantemente. Dal punto di vista psichico, invece… a dir la verità, non so nemmeno se c’è ancora una parte sana o se è tutto irrimediabilmente compromesso.

Non ho più un ritmo sonno-veglia; non sento la stanchezza fisica, né quella mentale; non sento lo stimolo della fame, né quello della sete e non percepisco il senso di sazietà. Eppure resisto. Ho un’energia infinita e una tenacia imbarazzante; vorrei poter staccare la spina, ma non la trovo.

Khalil Gibran ha scritto “quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potrete contenere”. Il mio dolore è come una metastasi, sta colonizzando tutti i miei organi interni. Sarò in grado, poi, di sopportare tanta gioia?

Questo è il prima e il dopo sigaretta: dolore. Durante, però, mentre fumo, è l’estasi. Il tabacco fa la differenza, anche se io non lo distinguo; odori e sapori per me sono tutti uguali. Ma non importa. Aspiro nicotina e trasudo vita. Un paradosso.

Capita che mi guardi allo specchio e resti impietrita per ciò che vedo; vedo quello che neppure lo specchio ha il coraggio di riflettere. Un viso grazioso, all’apparenza. Osservo meglio e vedo il viso di una donna che soffre; vedo le rughe attorno agli occhi solcare la pelle in maniera sempre più profonda; vedo le pieghe attorno alle labbra creare una fitta ragnatela; vedo il labbro inferiore deformarsi ogni giorno di più. Ormai sull’estremità sinistra del labbro inferiore si è formato un incavo per la sigaretta che sta appoggiata lì ore ed ore. E vedo gli occhi, quegli occhi radiosi che illuminano il volto di chi li incontra, smarrirsi nella malinconia dei miei pensieri.

Non nascondo il disagio che dilaga dentro di me. Tuttavia, spesso inconsapevole, sprigiono una vitalità contagiosa che dissolve ogni ombra. A volte, infatti, mentre passeggio, noto sguardi estranei indugiare sulla mia figura; penso sia l’odore del marcio che ho dentro ad attirare l’attenzione, l’odore acre della mia anima in putrefazione, assuefatta al fumo e al vuoto. Ma sbaglio, è proprio la mia vitalità, dicono.

La fiamma che mi ostino a maltrattare non si spegne; continua ad ardere e a fare luce. Resiste. Forse dovrei fermarmi e cedere al suo calore, ma io voglio combattere, non può essere così facile. Allora fumo.

Da qualche anno, però, ho cambiato atteggiamento, sono più fiduciosa: esco di casa senza accendino. Non lo faccio per trovare amici, l’ho già detto, sono un animale solitario; lo faccio per dare un senso. Pare che il senso della vita è che la vita abbia un senso. Cerco ispirazione.

“Hai da accendere?” è un gioco di parole. Un gioco di vitale importanza per me: ho bisogno di fumare, certo. Ancor di più, però, ho bisogno di dare un senso.

Fino ad oggi ho collezionato solamente banali “no, non fumo”, “si, prego”, “mi dispiace, non fumo, “chieda a lui”, ma non è la fiamma dell’accendino quella che cerco.

Sono sicura che un giorno la mia anima affamata troverà nutrimento nel turbamento della passione, anziché in quello dell’inquietudine. Allora le insicurezze andranno in fumo, una volta per tutte, e quel buco si riempirà; dipanata la nebbia, godrò la magia di esistere.

“Hai da accendere?”

Quanto vorrei che qualcuno si soffermasse su questa domanda, senza fretta e superficialità; quanto vorrei che qualcuno mi guardasse negli occhi e cogliesse la sana disperazione che brama vita; quanto vorrei sentirmi parte di quel nulla – che è tutto – là fuori…

E’ proprio per questo che sono qui. Qualcuno ha da accendere?”

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

6 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Stellanigra

    Lascio qui un gran complimento all’autrice per il profondo racconto e un cenno di sdegno e pena per i volgari commentatori.

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    • Erica

      Grazie. Per il resto… ognuno “arriva” fino a dove è in grado di arrivare (quarto rigo è un inizio!) e usa i termini che conosce.

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  2. Mariarosa

    Io fumo, e so per certo per quel che mi riguarda naturalmente e’ prendersi una pausa uno stop e’ come fermarsi e bere un caffe’ ciao

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  3. Ludo

    Non so se l’autrice dell’articolo sia una fumatrice, o abbia raccolto informazioni o abbia soltanto provato a immedesimarsi. L’articolo è ben scritto, e alcuni tratti sono magnetici. Io sono fumatrice. Da tantissimo tempo. Nella mia vita però ho conosciuto altro, ho conosciuto qualcosa che premeva con forza, passione, quasi come un despota, trovando poi in quel buco la sua dimensione e il suo nutrimento. Francamente non esiste paragone e credo che sia errato comparare la sigaretta alla droga e soprattutto ai problemi alimentari. Io ammetto che il fumo sia un vizio, chiamiamolo anche debolezza, dipendenza, ma quel confronto è davvero irrispettoso e forse legato a luoghi e sensi comuni, che potrebbero essere pericolosi. Sebbene io abbia vinto la battaglia principale contro Lei, quella che per tutti è nota come anoressia, continua imperterrita con i suoi tentativi subdoli, trovando un’altra me: forte, determinata, ma in qualche modo sempre minimamente attratta da Lei, che fuma, come fumava ai tempi di quella battaglia. Io credo che l’articolo forse sia a volte esagerato. Il problema del fumo (io sono vittima e carnefice, per questo le do ragione) va affrontato in maniera opportuna e appropriata. Il mio commento chiaramente si basa su sensazioni e pensieri suscitati dall’articolo; non conosco l’autrice e non voglio assolutamente giudicarla personalmente,

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  4. Daria Cozzi

    Brava Erica, forte inquietante e travolgente allo stesso tempo il tuo racconto!

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