Un primato italiano

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Sicuramente dietro ogni uomo che mette piede a Lampedusa, che oggi è un fortino nel “far south” d’Europa, c’è un guadagno ed è possibile anche che ognuno degli uomini che sbarca in occidente porti con sé un pezzo del cavallo di Troia che occulti registi di un ordine mondiale di stampo islamico vogliono costruire.

Non si può negare, tuttavia, che ogni volta che dalle sponde del nord dell’Africa qualcuno prende il mare per venire qui stia facendo transitare prima di tutto, da un mondo all’altro, una vita.

Fioriscono con facilità tesi apocalittiche sul destino del nostro occidente, come d’altro canto riscuotono facili commozioni, a distanza, le foto delle periodiche ecatombi. Il vocabolario della cronaca si presenta impreparato al confronto con i numeri. I media parlano genericamente di flusso migratorio, cercando di confinare in un concetto ottocentesco l’onda dei centosessantamila ingressi ufficiali registrati nel 2014. Dal cuore dell’Africa, attaccati a una speranza e a una scialuppa, gli scampati ai marosi hanno fondato in dodici mesi una città popolosa come Perugia. Neapolis clandestine della magnitudine di Viterbo vengono popolate nei tre mesi estivi, quando sulla costa nazionale, in direzione contraria al flusso dei bagnanti diretti verso le spiagge del sud d’Italia, s’oppone la spinta speranzosa e disperata che viaggia verso il benessere del Nord del mondo, alleggerita dal numero incalcolabile dei senza nome che non ce l’hanno fatta.

La massa umana che sta risalendo la penisola ingrossa ormai l’esercito di accattoni, mendicanti, e tristi elemosinieri che già affollavano gli incroci. Hanno tutti un motivo per tendere la mano sapendo che non avranno indietro niente.

Non avranno niente perché viviamo in un Paese che non può dare altro, se non continuare a fare quello che sta facendo in quel rettangolo di mare che ci separa da quell’altro mondo, dove la vita di un uomo di venti anni vale meno del prezzo del salvagente che non gli daranno mai.

La misura dello sbaglio in cui siamo caduti è anche nella presunzione con cui usiamo la retorica nella descrizione dei fatti. Quelle parole foto 3“mare nostrum” che riecheggiano in ogni commemorazione negano con forza il significato vero che esse assunsero quando i romani le mutarono in “mare internum”.

Perché di ciò si tratta, di una zona che è un’area di nessuno solamente perché non è abitabile, ma non è terza nel rapporto tra l’Occidente e l’Africa. È uno scomodo punto di passaggio attraverso il quale una fetta di umanità si sposterà da un mondo oggi senza futuro a un mondo che oggi governa le fila della prosperità - che è altra cosa che dire che è prospero.

La nostra propaganda mediatica ha già archiviato uno dei suoi cavalli di battaglia più noti dell’era antisovietica. La celebre frase di Kennedy pronunciata a Berlino sugli errori compiuti dalle democrazie, tra i quali non è ascrivibile quello di aver costruito un muro per impedire ai popoli di quell’ordinamento di andarsene. Questa frase è vera anche nel suo complemento, laddove all’epoca (la techinical fence di Netanyahu è uno strumento recente) nessun ordinamento democratico aveva mai costruito un muro per impedire a un uomo di poter vivere in una democrazia. Oggi dare la colpa dell’arretratezza strutturale della nostra nazione, che non è più in grado di sostenere il prezzo della propria burocrazia (che è cosa ben diversa dal poterne sopportare il costo), a un senegalese che ancora deve sbarcare scalzo a Pantelleria significa cercare una scusa troppo piccola per poterla nascondere dietro il volume delle nostre mancanze civiche. Perché se negli anni ci è mancato qualcosa è stato proprio quello di non saper pareggiare la qualità nostra civiltà con la maturità del nostro senso civico.

Sono gli italiani quelli che al massimo sanno organizzare dei forum superblindati per pochi eletti (non è un participio a caso, anzi è auspicato poiché spesso si tratta di autoeletti), stanno sopportando la pressione dello spostamento dell’Africa. Lo stanno facendo con i pansoccorsi, lo stanno facendo con il volontariato, lo stanno facendo subendo l’inevitabile marcio che mescolato al buono arriva dall’Africa portando a 180 milioni di anni fa l’orologio dell’umanità – quando, racchiuso nella Pangea, il suolo di Tripoli non si distingueva da quello di Siracusa.

Per ognuno di quegli uomini che viene sottratto all’annegamento risuonano le parole del Comandante Todaro quando, rimproverato dal suo superiore gerarchico per aver messo a repentaglio la sicurezza del sommergibile di cui era comandante per trasportare in salvo dei civili naufraghi in mare, disse che lo aveva fatto rispondendo alla eco di 2000 anni di civiltà che soffiavano alle sue spalle.

Così, ogni volta che tendiamo la mano a uomo che sta per annegare e lo rimettiamo al mondo, un mondo che forse gli sarà ostile o nel quale anche lui darà il suo contributo affinché sia un posto ostile, siamo orgogliosi di essere italiani perché oggi nel mondo siamo i portatori sani di umanità.

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