L’anno prima della guerra. Maggio 1915

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Cosa accadeva cento anni fa in Italia? Ogni mese, dall’aprile 1914 al maggio 1915, l’Undici racconta gli avvenimenti del tempo prima della grande guerra: politica, arte, cultura, sport, cronaca. E siamo arrivati alle radiose giornate di maggio. Siamo seri. In questo mese non succede nulla. Potremmo scrivere due righe e dire che il 24 maggio entriamo formalmente in guerra contro l’Austria-Ungheria. Tutto il resto è rumore, commedia dell’arte, esercizi di retorica ottocentesca e prove di fascismo. I giochi si sono conclusi con la firma del patto di Londra il 26 aprile. L’hanno deciso tre uomini che non si fermeranno davanti a nulla: il presidente del consiglio Salandra, il ministro degli esteri Sonnino e sua maestà Vittorio Emanuele III. Una sola persona, Giolitti, potrebbe impedire una guerra inutile.

A che punto siamo rimasti?

Dal 26 aprile siamo ufficialmente alleati di Francia, Inghilterra e Russia con il Patto di Londra, coperto da un rigoroso segreto. Abbiamo tempo un mese per aprire le ostilità contro Austria, Germania e Turchia. Salandra informa i militari il 30 aprile. In tre settimane Cadorna deve cambiare completamente i piani militari. Salandra ha invece una dozzina di giorni per far digerire al paese l’entrata in guerra. Dal punto di vista costituzionale il re è sovrano per la firma dei trattati internazionali e la dichiarazione di guerra, ma il parlamento deve concedere i crediti di guerra, senza i quali non si va molto lontano. Proviamo a seguire in ordine cronologico gli avvenimenti di questo mese.

Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera.

Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera.

Il primo maggio trascorre tranquillamente. Sindacati e partito socialista si oppongono alla guerra con sterili dichiarazioni di principio. Cresce intanto la campagna interventista. In prima fila ci sono il Corriere della Sera di Albertini, il Popolo d’Italia di Mussolini, il Resto del Carlino di Nardi, la Gazzetta del Popolo, l’ultraministeriale Giornale d’Italia. Dei grandi giornali, solo La Stampa di Torino di Frassati resta convintamente neutralista. Si attende con ansia il cinque, giorno dell’inaugurazione a Quarto di un monumento all’impresa dei Mille. Saranno presenti il re e D’Annunzio. Si pensa che in tale occasione ci sarà l’annuncio della guerra. Nel massimo silenzio e con piglio piemontese, Cadorna si è messo a fare piani di guerra. Il due Cadorna chiede ufficialmente alla Russia di attaccare l’Austria in contemporanea con l’intervento italiano. Avverte che i nostri avanzeranno lentamente a causa della preparazione difensiva austriaca. C’è ancora spazio per notizie più piacevoli. Nella terza giornata del girone finale il Torino strapazza Genoa 6-1, mentre l’Inter vince il derby della Madonnina per 3-1 nel derby. Il Torino guida la classifica con 4 punti, seguono Genoa ed Inter a 3, chiude il Milan a 2. La lotta è apertissima.

Alfredo Frassati, proprietario e direttore de La Stampa.

Alfredo Frassati, proprietario e direttore de La Stampa.

Lunedì 3 il consiglio dei ministri blocca la partecipazione del re e dei ministri alla cerimonia di Quarto a causa della situazione internazionale. La vera ragione è che oggi l’Italia denuncia il trattato della Triplice alleanza con l’Austria, dietro il pretesto dell’impossibilità di raggiungere un accordo territoriale. L’Italia non denuncia invece l’alleanza con la Germania, come avrebbe dovuto, nell’illusione che si possa evitare la guerra contro il Kaiser, con cui non ci sono motivi di attrito. I tedeschi fanno immediatamente sapere che scenderanno in campo per difendere l’Austria dall’Italia. In serata D’Annunzio parte in treno da Parigi. Lascia la sua amante, Nathalie de Goloubeff, che non si rassegna ad essere abbandonata, dopo aver finanziato per anni il gaudente poetastro. La donna finirà male, morirà sola e alcolizzata nel 1941. Il vate d’Italia arriva a Bardonecchia la mattina del 4 tra molti simpatizzanti. Il corrispondente de La Stampa gli chiede “Resterà molto in Italia?” “Dipenderà dagli avvenimenti. Se si farà la guerra, resterò; se non si farà, riprenderò la via dell’esilio.” Esilio dorato a carico degli amici e delle amanti. Arriva nella sera a Genova, già riempita di gente proveniente da tutta Italia, soprattutto studenti e professori universitari. D’Annunzio fa un primo discorso davanti all’Hotel Eden Palace. Riempie la folla di paroloni: dovere, giovinezza rigeneratrice, eroe, patria, obbedisco, bronzo. D’Annunzio inizia a seminare l’Italia di dichiarazioni rimbombanti, clangore di tamburi e chiarine che stordiscono, e che lette oggi fanno semplicemente ridere. Ma allora erano prese molto sul serio. Questo era il nostro poeta più celebre.

Il Popolo d'Italia celebra il Primo Maggio con toni bellicosi.

Il Popolo d’Italia celebra il Primo Maggio con toni bellicosi.

La realtà è diversa. In questi nove mesi non abbiamo risolto le carenze strutturali dell’esercito: mezzi, uomini e cervelli. Scarsa artiglieria, pochi mitragliatrici. Mancano gli ufficiali. I generali non sono all’altezza. Solo la marina è decente. Salandra vuole fare la guerra con poca spesa, né si è preoccupato di avere aiuti finanziari e materiali dagli alleati. La realtà delle trincee era evidente a tutti da mesi ma a Roma, con il tipico idealismo da irresponsabili di cui è costellata la storia patria, si crede che basteranno poche migliaia di morti per sedersi al tavolo della pace. Mercoledì 5 è il giorno del discorso di Quarto. L’atmosfera si è un po’ sgonfiata dopo la rinuncia del re e delle autorità nazionali. C’è un’atmosfera caciarona ed anarchica, ma senza incidenti. D’Annunzio pronuncia un discorso, come al solito, incomprensibile, erudito e narcisistico. Lo sentono solo i più vicini perché la confusione è enorme, tra le sirene delle navi e le salve di cannone. Ecco le frasi conclusive “Tutto ciò che siete, tutto ciò che avete, o voi datele alla fiammeggiante Italia! O beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere. Beati quelli che hanno vent’anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa. Beati quelli che aspettando e confidando, non dissiparono la loro forza ma la custodirono nella disciplina del guerriero. Beati quelli che disdegnarono gli amori sterili per esser vergini a questo primo e ultimo amore.” Poteva sbattere due pentole ed ottenere lo stesso effetto. Protesta l’Osservatore romano per l’uso blasfemo del Vangelo. A Montecitorio si commenta favorevolmente ma senza gran trasporto. Quando lascia Genova, D’Annunzio lascia il conto dell’albergo al Comune per se e altre due signore sue amiche.

D'Annunzio a Quarto il 5 maggio.

D’Annunzio a Quarto il 5 maggio.

Giovedì 6 giungono nuove offerte territoriali. L’Austria è disposta a cedere la parte italiana del Trentino e della Venezia Giulia, a concedere un’ampia autonomia a Trieste e a lasciare mano libera in Albania. La consegna dei territori dopo la guerra con garanzia della Germania. Il giorno dopo comincia il rimpatrio degli italiani da Austria e Germania. Il gabinetto governativo viene finalmente informato del Patto di Londra. Sonnino comunica le ultime offerte austriache. Dopo un lungo dibattito il consiglio approva la scelta dell’intervento e si impegna a dimettersi nel caso di un voto contrario della Camera. Salandra non è sicuro di avere la maggioranza alla Camera, le cui chiavi risiedono nel neutralista Giolitti. Il re è nervoso: ha dato la sua parola d’onore ai nuovi amichetti dell’Intesa. Come uscire da questo pasticcio? Per guadagnare tempo si rinvia la riapertura del parlamento al 20 maggio. Nel primo pomeriggio Von Bulow si reca dal re portando una lettera del Kaiser. Non abbiamo alcun contrasto con la Germania, tutt’altro. Nel frattempo giunge notizia che un sottomarino tedesco ha affondato il transatlantico Lusitania. Muoiono 1.201 persone. A bordo doveva esserci Toscanini, che aveva litigato con gli americani e aveva deciso di tornare in Italia.

Giovanni Giolitti

Giovanni Giolitti

Arriva Giolitti per fermare la guerra Nella mattina di sabato 8 Salandra e Sonnino discutono della situazione con il re a Villa Ada. Il re è pronto ad abdicare nel caso in cui la Camera respinga l’ingresso in guerra. In serata Giolitti parte per Roma in vagone letto. Alla stazione di Torino viene contestato da un piccolo gruppo di interventisti. “Cosa volete?” chiede lo statista. “Vogliamo la guerra!” “Chi di voi si è arruolato?” risponde senza perdere la calma. Lettera di Salandra a Sonnino. Si parla delle difficoltà di concludere la convenzione militare e navale, per cui il presidente del consiglio suggerisce di tenersi le mani libere ordinando la mobilitazione ma senza dichiarare guerra. Un altro esempio della superficialità del duo. La mattina successiva Giolitti arriva a Roma. Nel tragitto dalla stazione a casa, che compie a piedi, Giolitti viene contestato dagli interventisti, tenuti a bada dalla polizia. All’ennesimo “Abbasso!” Giolitti, che non ha mai perso la calma si rivolge ai manifestanti dicendo “E adesso almeno gridate con me una volta Viva l’Italia!” Confessa a Olindo Malagodi, direttore della Tribuna, “La gente che è al governo meriterebbe di essere fucilata. Vogliono portare l’Italia alla guerra, per gli altri, senza bisogno; quando già sono state fatte concessioni adeguate. E’ un’idea fissa di Sonnino, di fare la guerra per salvare la monarchia, che non è affatto in pericolo.” Salandra spedisce il ministro del tesoro Carcano a sondare Giolitti. Nelle sue Memorie Giolitti afferma di aver ricevuto soltanto indicazioni generiche e di non essere stato informato del trattato già firmato e delle relative clausole. Ciò sembra plausibile alla luce degli avvenimenti successivi. Nel pomeriggio si svolge la quarta giornata del torneo finale di campionato. Genoa-Milan 3-0. Inter-Torino 2-1. Genoa ed Inter in testa con 5 punti. Torino segue con 4 punti. Milan ormai fuori dai giochi ultimo con solo 2 punti. L’arrivo di Giolitti mette in subbuglio la politica romana. Lunedì 10 è un turbine di incontri al vertice. Nella mattina Giolitti espone apertamente al re le sue ragioni contro la guerra. Il paese e l’esercito non sono pronti. Ritiene che si possa ottenere ancora molto dai negoziati con l’Austria. Ma, ed è qui la debolezza della sua posizione, non intende tornare al governo e promette di sostenere Salandra nel suo obiettivo di liberarsi dagli obblighi dell’Intesa. Il re, astuto manovratore, non gli dice nulla del Patto di Londra e lo manda a sentire Salandra. I due uomini si vedono nel pomeriggio. Giolitti ricorda che  “Salandra mi rispose che il Governo aveva ormai presa la deliberazione di entrare in guerra; che gli era impossibile tornare indietro, e che se non avesse potuto dichiarare la guerra per ostacoli da parte del Parlamento, avrebbe dovuto dimettersi. Egli era informato della quantità di adesioni che i deputati avevano espresso al mio punto di vista, donde desumeva la possibilità che il Parlamento potesse votargli contro.” Nel frattempo a Parigi si conclude la Convenzione navale per le operazioni nell’Adriatico.

D'Annunzio conciona dal balcone dell'Hotel Regina a Roma.

D’Annunzio conciona dal balcone dell’Hotel Regina a Roma.

Martedì 11 una nota congiunta Macchio-Von Bulow a Sonnino formalizza pubblicamente le offerte austriache già preannunciate nei giorni precedenti: il Trentino, tutto il Tirolo italiano, Trieste come città libera e la riva occidentale dell’Isonzo. Col senno di poi è quasi quello che otterremo con seicentomila morti. Sonnino risponde che le proposte sono ancora troppo vaghe. Di sera gli interventisti milanesi inscenano una violenta dimostrazione sotto il consolato germanico. Mussolini arringa la folla. “Sembra che, complice Giovanni Giolitti, si mercanteggi nel modo più abbietto l’avvenire d’Italia. (…) Se l’Italia non avrà la guerra alla frontiera, essa avrà fatalmente, inevitabilmente, la guerra interna!” Gli avvenimenti incalzano. Giolitti non prende l’iniziativa contro Salandra nonostante 320 deputati e un centinaio di senatori lascino a casa sua il proprio biglietto di visita per sottolineare pubblicamente la loro adesione alla linea neutralista. Nella sera del 12 arriva a Roma D’Annunzio accolto da una grande folla. Il poeta accende le passioni. La massa urlante lo accompagna in corteo fino all’albergo Regina in via Veneto. Discorso dal balcone con inni bellicosi “Com’è romano forti cose operare e patire, così è romano vincere e vivere nella vita eterna della Patria.” E’ la guerra per la guerra. D’Annunzio non sarebbe capace di spiegare cosa vuole dalla guerra. In una lettera, Salandra confessa a Sonnino di temere di non farcela. Si mostra sicuro con l’ambasciatore russo che vuole una data per la mobilitazione. Sonnino teme che l’Intesa manovri per far precipitare la situazione rapidamente prima della riapertura del parlamento.

Mussolini ad una manifestazione a Milano il 14 maggio.

Mussolini ad una manifestazione a Milano il 14 maggio.

E finalmente è crisi. All’ora di cena di giovedì 13 Salandra si dimette. Si tratta di un’abile e rischiosissima manovra per costringere Giolitti a venire pubblicamente allo scoperto. Gli interventisti sono costernati e si abbandonano a tumulti e proteste in giro per Roma. Già nella mattinata squadracce di esaltati assalgono i rivenditori dei giornali neutralisti, minacciano uomini politici come gli ex ministri Bertolini e Facta. Di sera, dopo aver seminato il caos nel centro, gli interventisti convergono all’Hotel Regina. D’Annunzio si scatena con un violentissimo discorso contro Giolitti, definito il “mestatore di Dronero” e “il vecchio boia labbrone”. “Compagni, non è più tempo di parlare ma di fare; non è più tempo di concioni ma di azioni, e di azioni romane. Se considerato è come crimine l’incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine.” D’Annunzio accusa Giolitti di tradimento, che vuole svilire la patria con bieche trattative mercantili, ovvero quelle che ha svolto Salandra senza alcuna vergogna. Afferma “Le nostre sorti non si misurano con la spanna del merciaio, ma con la spada lunga. Però con bastone e col ceffone, con la pedata e col pugno si misurano i manutengoli e i mezzani, i leccapiatti e i leccazampe dell’ex-cancelliere tedesco che sopra un colle quirite fa il grosso Giove trasformandosi a volta a volta in bue tenero e in pioggia d’oro.” Parole. Più interessante sapere cosa dice della nostra classe politica il nostro ambasciatore a Vienna Avarna in una lettera al collega Bollati a Berlino. “Nella mia lunga carriera non ho mai visto condurre la nostra politica estera in modo così bestiale e così poco leale come è stata condotta dacché Sonnino è alla Consulta.” Si illudono il vate ducesco, il futuro duce e gli altri guerrafondai che le loro parole abbiano un peso. Il re ha già deciso cosa fare. Non ci pensa affatto ad abdicare e vuole rimettere Salandra al suo posto. Venerdì 14 il re tiene le consultazioni. Comincia con Giolitti che propone i nomi del presidente della camera Marcora e del ministro del tesoro Carcano, entrambi convinti interventisti, per un governo autorevole che prosegua le trattative con l’Austria. Perché Giolitti non sostituisce Salandra? Probabilmente non se la sente di mettere la faccia in un momento in cui le piazze sono agitate e forse si illude che mandar via Salandra sia sufficiente per fermare la guerra. Ma dietro Salandra c’è il re, che manovra con rara astuzia. La Stampa continua, isolata, ad invocare la ragione contro i propositi bellici. “A non voler la guerra sono tutti i ministri di Stato, tutti gli ex ministri che si sono succeduti al Governo del Paese da venti anni a questa parte senza distinzione di parte politica. Tutti, nessuno escluso: contraria la grande maggioranza della Camera, contrario il Senato. Ma chi dunque ha il diritto di rappresentare l’Italia? Ma chi ha il diritto di curare le sue sorti, di essere vigili sui suoi destini se non la maggioranza di costoro?” Inutili appelli alla ragione. A Roma scoppiano disordini causati dagli interventisti contro i giolittiani. Nella mattina una folla di studenti partiti dall’università irrompe dentro Montecitorio, un atto senza precedenti. E’ uno strano episodio in quanto il centro della città è presidiato militarmente in ogni angolo. Salvemini fa un discorso incendiario alla Sapienza davanti a gruppi di studenti. Si scaglia contro Giolitti e anche contro il re che deve scegliere la via della dignità e dell’onore della nazione, “se no, di lui non sappiamo che farcene!

D'Annunzio al Teatro Costanzi di Roma.

D’Annunzio al Teatro Costanzi di Roma la sera del 14 maggio.

D’Annunzio non smette di concionare. “Udite. Udite. Gravissime cose io vi dirò, da voi non conosciute. State in silenzio. Ascoltatemi. Poi balzerete in piedi, tutti.” Racconta che l’Italia ha denunciato il trattato della Triplice alleanza, accusa Giolitti di tradimento, quando semmai era stata l’Italia ad ingannare e poi abbandonare l’alleata di trent’anni, dopo aver mercanteggiato con chiunque. Non sono discorsi razionali. Sono immagini, suoni, emozioni, violenza condensata in parole. Usa parole mistico-religiose per imbonire la folla, farle credere di far parte di un popolo eletto: la Nazione, la Razza, il Diritto divino. D’Annunzio è l’utile idiota della monarchia, per creare quel caos di cui il governo si serve per giustificare la guerra. Sabato 15 è la giornata decisiva. Sia Marcora che Carcano rifiutano l’incarico. A Roma gli interventisti sono padroni delle piazze. Anche gli impiegati dei ministeri si schierano per la guerra. Il rettore della Sapienza Tonelli tiene un discorso patriottico a varie migliaia di studenti delle scuole e dell’università. Gli impiegati del ministero delle finanze e del tesoro inscenano una manifestazione spontanea per Carcano e Salandra. Altre dimostrazioni simili all’Agricoltura e alla Guerra. Gli avvocati romani si schierano per l’intervento e contro Giolitti, dichiarato servo degli stranieri. Un paese schiavo della retorica e del conformismo. Le voci dissidenti sono messe a tacere. Fallisce lo sciopero generale neutralista a Milano. Incidenti a Napoli. Gruppi di interventisti lanciano pietre contro Il Mattino. Manifestazioni pro e contro la guerra anche a Torino e in altre città. Domenica 16 viene proclamato uno sciopero generale a Torino per lunedì contro la guerra e gli interventisti. Ma è troppo tardi per cambiare gli eventi. Alle 15 giunge l’annuncio che il re ha rifiutato le dimissioni di Salandra. Duecentomila romani gremiscono Piazza del Popolo festeggiando la certezza della guerra. Giolitti ha fallito, non ha avuto il coraggio, è stato ingannato. Uomo d’ordine, non avrebbe mai messo a repentaglio la monarchia. Nel pomeriggio, tra squadre già falcidiate dai richiami militari, si svolge la quinta giornata del torneo finale di calcio. Nello scontro diretto, prevale il Genoa sull’Inter per 3-1, mentre il Torino non va oltre il pareggio 1-1 col Milan. Genoa in testa con 7 punti. Inter e Torino a 5. Milan a 3. Sono le ultime partite. Ormai è questione di giorni prima che parli il cannone. Lunedì 17 il consiglio dei ministri del redivivo Salandra prepara la riapertura della Camera per il 20. Un unico punto all’ordine del giorno “comunicazioni del governo”. Sul colle del Campidogliosi svolge una grande manifestazione. D’Annunzio riceve la spada di Nino Bixio. Il lurido poetastro innalza un altro incomprensibile inno alla guerra, a Roma all’Italia. “Sonate la Campana a stormo! Oggi il Campidoglio è vostro come quando il popolo se ne fece padrone, or è otto secoli, v’istituì il suo parlamento. O Romani, è questo il vero parlamento. Qui oggi da voi si delibera e si bandisce la guerra. Sonate la Campana!” Editoriale di Mussolini. “La terribile settimana di passione dell’Italia, si è chiusa con la vittoria del Popolo (…) Non si hanno più notizie del cav. Giolitti. E’ forse fuggito ancora una volta a Berlino? Anche il giolittismo versa in condizioni disperate. È latitante. I suoi partigiani scivolano via e tacciono.” 
Ha ragione Mussolini. Giolitti ritorna oggi in Piemonte, consapevole della sconfitta. I neutralisti hanno perso. In quei giorni si svolge a Bologna una riunione dei dirigenti del PSI e della CGL, durante il quale viene approvata la formula del “né aderire né sabotare”, che non significa nulla. A Torino lo sciopero generale si conclude con incidenti, arresti e un morto. Le truppe occupano la Camera del Lavoro. Tanta forza non fu mai usata contro gli interventisti. A Roma Von Bulow e Macchio non nutrono più speranze. Eppure quest’ultimo vuole fare l’ultimo tentativo il 18 maggio con ulteriori proposte migliorative per un accordo.

La storica e tragica seduta del 20 maggio con cui la Camera dei deputati abdicò alle proprie responsabilità verso il paese.

La storica e tragica seduta del 20 maggio con cui la Camera dei deputati abdicò alle proprie responsabilità verso il paese.

Mercoledì 19 Cadorna emana una rigida circolare sulla disciplina nel periodo di guerra. Salandra, con una circolare “riservatissima urgente” ai prefetti delle città principali di formare uffici per la revisione preventiva della stampa. D’Annunzio viene ricevuto dal re a Villa Savoia. Tre quarti d’ora a passeggio per il parco. Non si sa cosa si siano detti. Il cancelliere tedesco Bethmann presenta le ultime offerte, che prevedono una rapida consegna dei territori austriaci. Sono praticamente quelle che conquisteremo a prezzo di centinaia di migliaia di morti. Giovedì 20 alle 14 riapre il parlamento di fronte a tribune gremite. Ci sono gli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Russia. Compostezza ma anche generale entusiasmo. D’Annunzio viene portato a dorso di folla nell’unico posto libero rimasto. I socialisti restano seduti in silenzio tra grida di “Viva l’Italia! Viva la guerra! Viva Trento e Trieste!” Salandra fa un discorso da imbonitore, che maschera la guerra di aggressione che l’Italia intende scatenare contro l’ex alleata, in cui nemmeno una volta dichiara cosa vuole l’Italia e perché dovrebbe prenderselo con la guerra. Afferma comicamente che l’alleanza con l’Austria è stata violata dall’ultimatum alla Serbia. Ce ne accorgiamo dopo nove mesi? Dopo aver chiesto all’Austria compensi territoriali? Sono affermazioni pubbliche che farebbero arrossire persone in grado di ragionare.
 “Il Governo del Re si vide costretto a notificare al Governo imperiale e reale dell’Austria-Ungheria, il giorno 4 di questo mese, il ritiro di ogni sua proposta di accordo, la denuncia del trattato d’alleanza e la dichiarazione della propria libertà d’azione. Né, d’altra parte, era più possibile lasciar l’Italia in un isolamento senza sicurtà e senza prestigio proprio nel momento in cui la storia del mondo sta attraversando una fase decisiva.”

Il re appare sul balcone del Quirinale la sera del 21 maggio.

Il re appare sul balcone del Quirinale la sera del 21 maggio.

Salandra mente. Non dice che lui ha impegnato l’Italia con il Patto di Londra. Non pronuncia mai la parola guerra. Chiede però i pieni poteri “in caso di guerra”, un’altra piccola meschina ipocrisia. Turati parla a nome del gruppo socialista tra continue interruzioni. Ricorda che fino ad una settimana fa la maggioranza del parlamento, interprete del sentimento popolare, era contro la guerra, ed oggi ha cambiato bandiera nonostante non vi fossero fatti nuovi; denuncia la campagna di intimidazioni e di denigrazione degli interventisti contro i politici contrari alla guerra; chiede che siano le classi agiate a pagate il prezzo della guerra e non il popolo. La Camera è chiamata a votare a scrutinio segreto la concessione dei pieni poteri. Alle 18.30 la proclamazione dei risultati: 407 voti a favore, 74 contrari, molti di più dei 41 socialisti. Nei giorni successivi si scatenerà la ricerca dei cosiddetti traditori. La seduta si conclude tra applausi, canti patriottici, inni al re e a D’Annunzio. Una collettiva manifestazione di irresponsabilità. Il giorno dopo i primi segnali di ostilità al confine. L’Austria ritira i doganieri, respinge la posta italiana e rimuove le rotaie ferroviarie. Anche il Senato concede i pieni poteri al governo Salandra con 282 voti favorevoli e solo 2 contrari. Nel pomeriggio il ministro degli esteri austriaco Burian consegna una nota di accusa della doppiezza e dell’ipocrisia del governo italiano. Non si può dar torto a Vienna. Il re appare ad un balcone del Quirinale per rivolgersi direttamente al popolo romano, vestito in uniforme grigio-verde, con la regina Elena, i principini e il sindaco di Roma. E’ la prima volta che accade durante il suo regno. Sabato sera 22 viene decretata la mobilitazione generale. Termina la pubblicazione della rivista “Lacerba”. Lo scopo della rivista è raggiunto. Papini scrive “Abbiamo vinto!” Nel pomeriggio si recano alla consulta, per l’ultimo colloquio, Von Bulow e Macchio. I due imperi non vogliono dare all’Italia la soddisfazione di dichiararle guerra. Facciamolo noi, se ne abbiamo coraggio. Il consiglio dei ministri approva la dichiarazione di guerra all’Austria che viene spedito per telegramma a Vienna alle 17.20. La consegna effettiva il giorno dopo alle 16.15.

Il Corriere della Sera del 24 maggio 1915.

Il Corriere della Sera del 24 maggio 1915.

A Trieste scoppiano domenica 23 gravi incidenti antiitaliani. La sede de Il Piccolo viene incendiata. Viene sospeso anche il campionato. Invece di fischiare l’inizio delle partite, gli arbitri leggono ai giocatori già in campo il comunicato FIGC che ordina la sospensione di ogni gara. Protesta il Genoa e anche il Torino. La FIGC crede che la guerra finirà presto. Bisognerà aspettare il 1919 per la consegna dello scudetto al Genoa. Non molti genoani sopravviveranno alla guerra. Lunedì 24 maggio le prime truppe italiane varcano il confine dell’Isonzo, dove si intende condurre l’offensiva con l’obiettivo di prendere Trieste rapidamente. Ma i nostri soldati sono ancora pochi. Alle 2 del mattino muore il primo italiano, l’alpino udinese Riccardo Giusto. Ferroviere di 19 anni, viene colpito alla nuca. Morì in pochi minuti dopo aver chiamato la madre.

Riccardo Di Giusto, il primo caduto italiano della Grande Guerra.

Riccardo Di Giusto, il primo caduto italiano della Grande Guerra.

E’ il primo dei seicentomila soldati e marinai che moriranno nei tre anni e mezzo della più terribile guerra combattuta sul suolo italiano. A cui si dovranno aggiungere quasi altri seicentomila vittime civili. In totale, il 3,5% della popolazione e tralasciando i 430mila morti per l’influenza spagnola, diretta conseguenza della guerra. Tutto questo per strappare territori che avremmo ottenuto anche senza le armi e che non volevano far parte di un regno arretrato come quello dei Savoia. Tutto questo per soddisfare la vanità di un piccolo monarca provinciale e di altrettante mediocri figure coinvolte in un gioco ben più grande di loro.

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Cosa ne è stato scritto

  1. Mirko

    Consiglio una buona lettura: “Il libro verde di Sonnino”. Capirà i motivi dell’intervento Italiano nella grande guerra. Come capirà, spero, che le effusioni austriache sono cominciate solamente dopo, aver saputo del Patto di Londra.

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