La prima guerra mondiale al cinema: Undici film in trincea

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Non ci sono molti film ambientati durante la Prima Guerra Mondiale, ma quelli che ci sono sono dei grandi film. Accomunati da uno spirito antimilitarista che qualche volta è costato la carriera agli autori (come Joseph Losey e Dalton Trumbo) sono film in cui i protagonisti lottano per restare vivi e per mantenere un briciolo di umanità anche nelle condizioni estreme della guerra di trincea. Sono grandi film, alcuni non danno scampo, altri lasciano speranza, qualcuno è divertente, ma tutti fanno stare male perché la guerra è una brutta cosa e il cinema doveva pur dirlo. Dirk Bogarde, Vittorio Gasman, Alberto Sordi, Jean Gabin, Donald Sutherland, Gian Maria Volonté, Audrey Tatou, Marion Cotillard, Silvana Mangano…sono alcuni dei protagonisti di questi film diretti da grandissimi autori come Stanley Kubrick, Jean Renoir, Mario Monicelli, Francesco Rosi, Ermanno Olmi…

Per il re e per la patria

(tit. orig. King and Country) di Joseph Losey, GB, 1964, drammatico, guerra, processuale
Con Dirk Bogarde, Tom Courtenay, Leo McKern, Barry Foster
Ricordo a questa corte che se non si rende giustizia anche a un uomo solo, allora tutti gli altri muoiono invano

Ricordo a questa corte che se non si rende giustizia anche a un uomo solo, allora tutti gli altri muoiono invano

Il tema: Se pensi che la guerra sia una passeggiata, sei morto (altrimenti sei morto lo stesso)
Consigliato a: giudici, avvocati, preti, atei
Sconsigliato a: fanatici del running

“Un uomo non può sopportarne tante, tanto sangue, tanto sudiciume, tanti morti”

La prima guerra mondiale è stata una guerra di trincea. Joseph Losey ci trasmette l’angoscia claustrofobica di questo ambiente stretto, bagnato, freddo e buio dove si cerca di sopravvivere aggrappandosi gli uni agli altri. Se vivere in trincea non è vivere, uscire dalla trincea significa morire. La guerra di Losey è una guerra che fa impazzire. Un soldato semplice inglese nel corso di una battaglia vede tutti i suoi compagni cadere ammazzati ed è letteralmente travolto dai corpi sbrindellati dalle esplosioni. Non sa come, ma si salva. “Per il re e per la patria” però  non è “Forrest Gump”: mettersi a correre può sembrare una diserzione. Lui si difenderà dicendo che non capiva più niente, che non voleva fuggire, che la sua era solo una passeggiata. Ma nello straziante processo che è il cuore del film emergerà che in guerra l’umanità che lotta per rimanere umana,esce sconfitta dalla giustizia marziale, in nome del re e della patria. “Quello che conta in tribunale è soltanto la legge, è un po’ da dilettanti invocare giustizia”. Le sequenze del processo ci fanno tornare in mente quello a Giovanna d’Arco nel film di Carl Theodor Dreyer, dove in un succedersi di primi piani di volti sempre più sfigurati emerge la follia di una giustizia che la guerra ha già scritto. La morte è inevitabile per il povero soldato. Serve un esempio. Nessuno si salverà.

Da vedere tenendosi stretti

La grande guerra

Di Mario Monicelli, Italia, 1959. Guerra, tragedia, commedia all’italiana
Con Alberto Sordi, Vittorio Gasman, Silvana Mangano

Il tema: l’italiano non è capace di fare la guerra, ma può morire (quasi) da eroe.

Solo alla morte non c'è rimedio

Solo alla morte non c’è rimedio

Consigliato a tutti gli italiani, a chi pensa che gli italiani siano sempre gli altri
Sconsigliato ai popoli invasori, che tanto non capirebbero

E pensare che anche stavolta quei due lavativi se la sono scampata!”

E’ difficile aggiungere qualcosa a quanto è già stato detto su “La grande guerra”, uno dei vertici del cinema italiano, girato da un maestro della commedia all’italiana come Mario Monicelli e interpretato dai due più grandi rappresentanti di quell’epoca d’oro del nostro cinema. La grande guerra è un film emblematico e un punto di svolta: fino a qui l’italiano medio era sì spregevole, cialtrone, codardo, egoista e opportunista, ma alla fine, anche negli episodi più acidi (da “Il Sorpasso” a “Lo scopone scientifico”) risultava essere un simpatico sbruffone dal cuore buono, un esperto nell’arte di arrangiarsi, un soggetto in fondo innocuo. Nel nostro film questo italiano medio viene calato nel contesto a lui meno congeniale: la vita militare con la sua disciplina e le sue rigide regole e la guerra, cioè il sacrifico e la morte. Ed è qui la svolta: anche in questo l’italiano medio mantiene tutte le sue caratteristiche e in più trova un’insperata via italiana all’erosimo. Cioè ci prova, perché l’unica strada all’eroismo concessa in questo paese sembra proprio l’arte di arrangiarsi. Così anche nella morte il nostro quasi eroe resta ancorato all’italianità di Alberto Sordi e il suo sacrificio giace ignorato dietro un muro, quasi a dirci che nel nel nostro paese non vale neanche la pena tentare di fare gli eroi. Insomma, cari compatrioti, la guerra non fa per noi perché, che tu sia un cialtrone o un eroe, in guerra si muore e alla morte non c’è rimedio.

Da vedere “e ridendo e scherzando”

Una lunga domenica di passioni

(tit. orig. Un long dimanche de fiançailles) di Jean-Pierre Jeunet, Francia, 2004.
Con Audrey Tatou, Gaspard Uliel, Marion Cotillard, Clovis Cornillac, Jodie Foster, Dominique Pinon

Il tema: torna! ‘sta casa aspietta a tte! (celebre canzone napoletana)

La guerra non è mai leale

La guerra non è mai leale

Consigliato: a fidanzate in attesa di fidanzati partiti/scomparsi/smarriti/disorientati, investigatori privati, amanti della Bretagna.
Sconsigliato: a militari di carriera, a chiunque diffidi del Grande amore, a indipendentisti corsi.
“Ecco, era laggiù, proprio laggiù e di fronte c’era la trincea Erlangen, quella dei crucchi.
I cinque con la mano bendata li hanno trovati laggià a venti metri, sotto un telone. Non era un bello spettacolo.”

Al momento dell’armistizio le armi tacciono, ma non terminano le vicende dei soldati né quelle di chi li ama. Specie se i soldati non tornano. Così Mathilde, in Bretagna, all’ombra del faro in cui giocavano da bambini, aspetta il ritorno del suo amato Manech per tre anni: senza alcuna notizia, ma con la certezza che tornerà. Poi, un uomo la cerca e le racconta che cosa è successo a Manech, nel gennaio del 1917 sul fronte della Somme. È l’inizio dell’avventura della testarda e disincantata Mathilde che, contro ogni ragione e logica, attaccandosi alle proprie piccole magie – segrete scommesse con se stessa e con la Sorte – si catapulta nella Storia alla ricerca di Manech (il quale, beninteso, secondo tutti è un “fu” amato), per ricomporre la propria felicità polverizzata dalla guerra. La Storia ha fatti e certezze, Mathilde ha soltanto i suoi “se”: “– Con i se puoi mettere una balena in una scatola di fiammiferi. – Può darsi, ma senza i se resta solo una corda per impiccarsi.” Jeunet macchia di ironia e di fiaba il racconto di un topos di tutte le guerre, quello dei dispersi, smemorati o meno, e approfitta della propria capacità di leggerezza e distrazione per colpirci al cuore con argomenti e dettagli spietati (la terribile punizione agli autolesionisti mandati a morire nella “terra di nessuno”, la crudeltà della trincea Bingo Crépuscule, l’orrore dei combattimenti). Molte donne, in questo film, innamorate, disperate o disperatamente speranzose, avide di vendetta, pronte a un corpo a corpo con le vite che la guerra ha scosso e capovolto.
Da vedere in mezzo a un campo dall’erba alta e costellata di fiori, un campo in cui una volta, cent’anni fa, c’era una trincea.

Niente di nuovo sul fronte occidentale

(tit. orig. All Quiet on the Western Front) di Delbert Mann, Stati Uniti-Regno Unito, 1979.
Con Richard Thomas, Ernest Borgnine, Donald Pleasence, Ian Holm

Il tema: il bagno di sangue lava via di dosso ogni ideale

 …e il sangue del nemico sulle mani,da sciacquare malamente nel fango delle trincee È che non ti avevo mai visto da vicino, come adesso, ho visto solo il tuo fucile, la baionetta, le granate… Se gettassimo tutto via, potremmo essere fratelli…

…e il sangue del nemico sulle mani,da sciacquare malamente nel fango delle trincee È che non ti avevo mai visto da vicino, come adesso, ho visto solo il tuo fucile, la baionetta, le granate… Se gettassimo tutto via, potremmo essere fratelli…

Consigliato: a fautori del patriottismo, educatori, giovani imbevuti di ideali nazionalisti.
Sconsigliato: a chiunque abbia già saggiamente abbandonato ogni tipo di ideale nazionalista (non c’è bisogno che lo veda).

“Ogni soldato crede nel destino e confida nella propria fortuna, ma nessuno può sperare di farla franca quando il destino bussa così spesso alla porta.”

Un gruppo di sei compagni di scuola tedeschi, appena diplomati, va volontario in guerra. Per la Patria, per l’Impero, per il Kaiser. Giovanissimi e imbevuti di propaganda patriottica, dopo un addestramento spesso insensato e poco più che inutile, si ritrovano in prima linea, nel ventre dell’orrore bellico. Ad accompagnarli verso la morte e la disperazione, un rude e affettuoso veterano (Ernest Borgnine), come un padre bonario, che li assiste per quanto può: “al campo di addestramento vi hanno imbevuto il cervello di bellissime nozioni su come si diventa un soldato; noi ce la metteremo tutta per scordarcene. Io vi insegnerò cose pratiche; per esempio, come mettervi i pannolini in prima linea. E come uccidere i Francesi” dice loro accogliendoli. Non mente dicendo che gli insegnerà a non farsi ammazzare; e non rivela loro che la guerra li trasformerà da innocenti in assassini disposti a tutto pur di salvarsi dai nemici: “se vedessimo nostro padre avanzare con loro, non esiteremmo a tirargli contro una bomba”. Prodotta per la televisione, questa versione del romanzo di Erich Maria Remarque non eguaglia quella del 1930 di Lewis Milestone (premiata con due Oscar), ma trasmette anch’essa (anche grazie al racconto in prima persona del protagonista Paul Baumer, interpretato da Richard Thomas) con voluta brutalità la disperazione e il terrore di quei soldati, scaraventati dai banchi di scuola ai combattimenti corpo a corpo, con “i morti che si accatastano, inverno, estate” e “il sangue del nemico sulle mani,da sciacquare malamente nel fango delle trincee”.

Da vedere con i vostri compagni di scuola prima di imbarcarvi in un’avventura per cui occorrono divise e armi a tracolla

Joyeux Noël – Una verità dimenticata

(tit. orig. Joyeux Noël) di Christian Carion, Francia-Germania-Regno Unito, 2005.
Con Guillaume Canet, Daniel Brühl, Dany Boon, Benno Fürhmann, Gary Palmer , Diane Kruger

Il tema: il Natale quando arriva, arriva

Non si preoccupi, è solo per stanotte…

Non si preoccupi, è solo per stanotte…

Consigliato: ad amanti del Natale, delle tregue, dei cori e delle partitelle di calcio tra sconosciuti.
Sconsigliato: a guerrafondai, cultori delle regole e a tutti quelli che brucerebbero gli alberi di Natale scintillanti.
“– Mi dica tenente, che cosa ha messo nel suo rapporto per il Quartier Generale? – Ho scritto: 24 dicembre 1914: nessuna ostilità sul Fronte tedesco stanotte.”
Secondo i vertici militari tedeschi, il Natale del 1914 sarebbe stato non solo il primo Natale di quella guerra, ma anche l’ultimo. Certo, i primi mesi di guerra avevano imposto un enorme tributo di vite umane: per esempio, un mese dopo l’inizio della guerra la metà dei volontari inglesi arruolatisi nell’immediatezza dell’inizio delle operazioni belliche era già morto. Per confortare i soldati al fronte, lo Stato Maggiore tedesco fece inviare in trincea migliaia di piccoli alberi di Natale da illuminare nella “notte santa”; fu mandato in visita al fronte in quella notte un celebre tenore tedesco, perché col suo canto rallegrasse i soldati in trincea e, sentendolo cantare, i soldati francesi dirimpettai di trincea applaudirono. Episodi di fraternizzazione in quei giorni si ripeterono sul fronte del nord della Francia, specie vicino a Ypres, tanto che gli Stati maggiori dovettero porvi rimedio trasferendo i soldati coinvolti. È da queste vicende che prende spunto la sceneggiatura di Christian Carion, scritta dopo la lettura di migliaia di lettere spedite alle famiglie dai soldati impegnati nella Prima guerra mondiale, specialmente in quei primi mesi. Nemici che si ritrovano riuniti nella “terra di nessuno”, a parlarsi (parlando lingue diverse) e a seppellire i morti. Più della violenza dei combattimenti, è dominante in questa storia il senso della distanza tra le massime autorità militari (e non solo, anche religiose…) e i soldati sul campo, nel freddo e nella paura delle trincee, che “non combattono la stessa guerra”; per usare un vecchio adagio, la distanza che c’è tra chi comanda e chi suda. Presentato a Cannes fuori concorso nel 2005, poi candidato all’Oscar come miglior film straniero.
Da vedere insieme al vostro vicino di casa con cui litigate tutti i giorni per il posto auto.

Addio alle armi

(tit. orig. A Farewell to Arms) di Charles Vidor (e, non accreditato, John Houston), Stati Uniti-Italia, 1957.
Con Rock Hudson, Jennifer Jones, Vittorio De Sica, Oscar Homolka, Alberto Sordi, Mercedes McCambridge, Franco Interlenghi, Leopoldo Trieste

Il tema: tu, io , la guerra e la Croce Rossa

Non si ammettono mogli al fronte.

Non si ammettono mogli al fronte.

Consigliato: a cultori degli amori infelici, infermiere e giovani medici (aficionados di E.R., anche, per esempio).
Sconsigliato: a caposala autoritarie, barellieri pasticcioni, studiosi di Hemingway.
“– Conosce Caporetto? – Sissignore, è un bel paese con una fontana in mezzo alla piazza. – Dubito che la fontana ci sia ancora…”

C’è quello bello di Franck Borzage, del 1932, con Gary Cooper; c’è la versione brutta del 1996 di Richard Attenborough con Chris O’Donnell e una Sandra Bullock veramente poco credibile come infermiera di inizio Novecento, ma ai miei occhi il vero e unico Addio alle armi in pellicola è quello con Rock Hudson e Jennifer Jones, prodotto da David O’Selznick, insomma uno sciroppo di Hollywood per la (come viene definita nei titoli di testa) Ernst Hemingway’s romantic tragedy of World War I. Girato in Italia (a differenza di quello del 1932), racconta la storia d’amore tra Frederic Henry, statunitense arruolato nell’esercito italiano come autista di ambulanze (ma voleva fare il corrispondente di guerra) e l’infermiera Catherine Barkley, tra “le vette innevate e le pianure fangose dell’Italia settentrionale”. Nello scenario bellico, i due si conoscono e si amano, soffrono e soccombono al destino – mi correggo: il Destino, quello con la maiuscola. Ma, appunto, è uno sciroppone hollywoodiano, e la storia d’amore prevale sulla narrazione della cattiva guerra italiana, della rotta e di Caporetto. Fu un flop: O’Selznick (marito di Jennifer Jones) rinunciò a produrre film. Da vedere per gustarsi Sordi eroico cappellano militare, e per l’interpretazione di De Sica, ufficiale medico, che gli valse una candidatura all’Oscar come migliore attore non protagonista.
Da vedere insieme a quella vostra amica che ci tiene così tanto a fare l’infermiera.

E Johnny prese il fucile

(tit. orig. Johnny got his gun) di Dalton Trumbo, USa, 1971.
Con Con Donald Sutherland, Jason Robards, Timothy Bottoms, Marsha A. Hunt

Tema: se pensate che la guerra sia una roba brutta, bhe, sappiate che è anche molto peggio

Gesù in guerra fa l'angolista (quello che sta in un angolo a guardare gli altri che giocano a carte)

Durante la guerra Gesù fa l’angolista (quello che mentre gli altri giuocano a carte, sta in un angolo a guardare)

Consigliato: volontari, irredentisti, crocerossine
Sconsigliato a: ipercinetici (scapperebbero dopo pochi minuti).

“Non voglio più sentir dire che dio è amore perché se no finirò con l’odiarlo”

Joe è un soldato americano sul fronte francese. L’ultimo giorno di guerra viene colpito, si salva per miracolo, ma ormai è ridotto quasi a un vegetale: senza arti, cieco, sordo e muto, impossibilitato a comunicare. Un film che è un flusso di coscienza, che fa male, perché non dà via di scampo, non dà speranza. In un presente che è un incubo, ci si può rifugiare nei sogni, nei flashback di un passato che cerchiamo di fare rivivere, perché il presente non è vita. Il nostro protagonista fa vivere dentro di sé il mondo con cui non può più interagire, un mondo in cui si può provare a parlare col padre o con un Gesù dal volto di Donald Sutherland, ma che resta un mondo irreale . Nel mondo reale la guerra, le istituzioni, il potere sono il male, l’opportunismo , la mancanza di umanità.
Traendo questo film dal proprio romanzo, Dalton Trumbo portò alle estreme conseguenze il suo credo antimilitarista e così facendo, in un epoca di caccia alle streghe e di guerra in Viet Nam, fu fatto fuori prima da Hollywood e poi dalla quella patria della libertà e della democrazia che era l’America di quegli anni di imperialismo e caccia alle streghe. Un film raro, difficile, ma che va visto per capire quale incubo senza fine sia stata la prima guerra mondiale. Come lo sono state e lo sono tuttora le guerre che l’hanno preceduta e l’hanno seguita.

Da vedere insieme a qualcuno che abbia l’umanità di un’infermiera in guerra

Orizzonti di Gloria

(tit. orig. Path of Glory) di Stanley Kubrick, USA, 1957
Con Kirk Douglas, Ralph Meeker, Adolphe Menjou, George Macready, Wayne Morris, Richard Anderson, Joe Turkel, Timothy Carey

Il tema: di glorioso qui non c’è proprio niente, meno che mai l’orizzonte.

In guerra per non finire ammazzato devi portare il cappello giusto

“L’eterno riposo dona loro Signore” dato che in guerra per non finire ammazzato devi portare il cappello giusto.

Consigliato a: a chi Kubrick è Il Maestro, a chi ha fatto l’obiettore di coscienza ai tempi che ti mandavano a Gaeta, a chi “Dio stramaledica i francesi”
Sconsigliato a chi “Kirk Douglas con quella faccia lì vuol fare il francese?”
“Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”

Fronte occidentale, esercito francese; il colonnello Dax, idealista ed amatissimo dai suoi uomini si trova a combattere più che con i tedeschi, con i superiori che ordinano assalti suicidi e poi puniscono gli uomini con fucilazioni a sorteggio, che non risparmiano nemmeno i feriti (la scena del soldato fucilato in barella è tratta da un episodio realmente accaduto). Kubrick gira quello che diventerà la pietra miliare assoluta dell’antimilitarismo e lo fa nel 1957, con la Francia che ancora deve metabolizzare la fine della sua pretesa Grandeur (la cacciata dell’Indocina, che di fatto chiude la stagione del colonialismo francese, risale ad appena tre anni prima) e, tanto per cambiare, quello che gli viene è un capolavoro. I Francesi comunque la presero bene: il film uscirà in Francia solo nel 1975.
Da vedere e rivedere, ancora e sempre (io l’ho visto otto volte)

Uomini contro

di Francesco Rosi, Italia-Jugoslavia, 1970
Con Gian Maria Volonté, Pier Paolo Capponi, Alain Cuny, Franco Graziosi, Mark Frechette, Nino Vingelli, Mario Feliciani:

Il tema: I cecchini sono come gli idraulici, mai che se ne trovi uno quando ne hai bisogno.

"Tutti defunti, tranne i morti"

“Tutti defunti, tranne i morti”

Consigliato: Ai fan di Volonté e della lotta di classe (spesso coincidono)
Sconsigliato: a chi “Dio, Patria e Famiglia (con le maiuscole)”, a chi la Grande Guerra come momento eroico di Fondazione.

“Basta di questa guerra di morti di fame, il nemico è quello lì dietro di noi”
Scene di lotta di classe su “Un anno sull’Altipiano” di Lussu, con più di un richiamo alle stesse situazioni raccontate da Kubrick in Orizzonti di gloria. Anche qui, un generale pazzo ed incapace, che manda gli uomini al macello, li sottopone a decimazione disciplinare se indietreggiano, li manda a sabotare le linee nemiche con corazze che sono bare di alluminio. Sotto i colpi dell’insensatezza, anche il tenente idealista ed interventista si accorge dell’abominio. Si farà fucilare, difendendo fino all’ultimo i suoi uomini. Il film subirà ogni tipo di boicottaggio, da una distribuzione a singhiozzo nelle sale a una denuncia al regista per vilipendio dell’Esercito. Resta lo “Orizzonti di gloria” italiano, ma venendo 13 anni dopo l’originale e due anni dopo il maggio parigino, l’afflato pacifista si impasta (appunto) con una rivendicazione di classe non del tutto riuscita. Forse troppo simile nelle situazioni principali al film di Kubrick, ma comunque un film da non mancare.
Da vedere trincando grappa con un Ragazzo del ’99 (si scherza… l’ultimo è morto nel 2008)

Torneranno i prati

di Ermanno Olmi, Italia, 2014
Con Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Francesco Nardelli

Il tema: la guerra di trincea, che noia mortale…

Sotto la neve, le tracce della guerra sono indelebili

Torneranno i prati, ma voi non ci sarete

Consigliato a chi ama i film di Olmi, a chi “bella fotografia”, a chi adora Il Deserto dei Tartari
Sconsigliato a chi “andiamo a vedere un bel film di guerra!”, a chi inizia a non sopportare più il cinema italiano

“Quando tutto sarà finito, dice, quando anche qui torneranno i prati, della nostra pena non resterà più niente, neppure il ricordo”

Olmi torna al cinema, dopo avere qualche anno fa annunciato il ritiro, con un film sulla Grande Guerra, una storia minima, girata in tempo reale, ispirata parzialmente da un racconto di Federico De Roberto del 1921 e in parte dai racconti dello stesso padre del regista: la storia sta tutta nell’arrivo ad un avamposto dimenticato dell’Altipiano di Asiago, in una fredda notte dell’ultimo inverno di guerra, di un maggiore che reca con sé un ordine impossibile: posizionare un posto di osservazione in un rudere a neanche 50 metri dalla trincea, ma sotto il tiro dei cecchini. L’ordine è irrealizzabile, il maggiore lo sa (è scelto lui proprio per l’amicizia con il capitano che comanda l’avamposto), il capitano lo sa e si fa sollevare dall’incarico, il soldato che ci prova lo sa e si fa ammazzare, l’altro soldato lo sa e preferisce spararsi. Poi, dopo due successivi bombardamenti di artiglieria austriaca, l’ordine di abbandonare la posizione, che tutta questa importanza a quanto pare non l’aveva. Film sulla follia e l’inutilità della guerra dal punto di vista di chi la subisce veramente, bellissima l’idea di utilizzare veri cimeli di guerra come oggetti di scena, ma assolutamente niente di nuovo. Basta un anniversario per motivare un film?

Da vedere in un rifugio alpino sul Carso, al freddo e al gelo

Gallipoli – Gli anni spezzati

(tit. orig “Gallipoli”) di Peter Weir, Australia, 1981
Con: Mel Gibson, Mark Lee, David Argue, Bill Kerr

Il tema: La Grande Guerra non si è combattuta solo sul Carso

Il mare e il Sole della guerra se ne fregano

Il mare e il Sole sono uno spettacolo meraviglioso perché possono permettersi di fregarsene della guerra

Consigliato ai patiti di Peter Weir (già meno ai patiti di Mel Gibson)
Sconsigliato a chi della Storia e della Grande Guerra, non gliene frega niente

“Com’è cominciato tutto?” “Non lo so esattamente, comunque è per colpa dei Crucchi”
Ma Gallipoli non stava in Salento? Dai su, non siate i soliti provinciali. Questa volta D’Alema e Buttiglione non c’entrano niente, questa volta l’eroe negativo è nientemeno che Winston Churchill, nel 1915 Primo Lord dell’Ammiragliato Inglese, che pensa ad un audace sbarco di terra per impossessarsi dei Dardanelli; affida agli inglesi lo sbarco e alle truppe del corpo di spedizione australiano-neozelandese (l’ANZAC) un attacco diversivo, successivo a un bel bombardamento inglese. Solo che gli inglesi sbagliano i tempi del bombardamento e quando gli australiani attaccano sulla penisola di Gallipoli (Gelibolu in turco), si trovano di fronte le mitragliatrici di “Johnny Turkey” a falciarli. Su questo episodio, che rappresenta una profonda radice nella storia delle due nazioni australi, un semisconosciuto Peter Weir costruisce un film robusto, antimilitarista (come ogni film sulla Grande Guerra), ma che sfrutta gli spazi ed i paesaggi per abbacinare lo spettatore. Mel Gibson ha già alle spalle il primo Mad Max (ancora a basso costo), ma è anche grazie a questo film che inizia a imporsi al pubblico internazionale.
Da vedere cantando in coro con D’Alema e Buttiglione “And the band played Waltzing Matilda” dei Pogues

Bonus track: il film di cui abbiamo già parlato:

La grande illusione

(tit. orig. “La grande illusion”) di Jean Renoir, 1937.
Con Jean Gabin, Pierre Fresnay, Erich von Stroheim, Dita Parlo

Il tema: in guerra il lieto fine è una grande illusione

In guerra, come nella vita,   è importante trovare il motivo per illudersi

In guerra, come nella vita, trovare il motivo per illudersi aiuta a sopravvivere

Consigliato: a chi sa trovare il motivo per essere ottimista, anche quando il motivo non c’è.
Sconsigliato: ai cinici, ai pessimisti.

“A me sembra tutto uguale, qui”
“Eh, che cosa vuoi… Le frontiere non si vedono mica. Sono un’invenzione dell’uomo: la natura se ne fotte!”

“La grande illusione” è uno dei più bei film della storia, uno di quei film che restano dentro e che piacciono a tutti, anche chi non sopporta i film di guerra o i film in bianco e nero o i film francesi. Non potevamo non proporvelo anche se ne abbiamo già parlato qui, insieme ad altri film con un lieto fine. Anzi dopo questa carrellata di grandi film dolorosi, vi consigliamo vivamente di guardare uno di quei film che forse vi riporteranno un sorriso ottimista.

Da vedere con un italiano, un francese, un tedesco e un inglese. In Svizzera

Bonus Track: il film non visto

Soldato semplice

di Paolo Cevoli, Italia, 2015.
Con Paolo Cevoli, Antonio Orefice, Luca Lionello, Massimo De Lorenzo, Matteo Cremon

Il tema: scemo di guerra in tempo di guerra
Consigliato: ad amanti di vecchi e nuovi comici, a chi preferisce riderci sopra.
Sconsigliato: ai prevenuti

“Venite giù a governarci? Adesso sono tutti cazzi vostri!”
Il 2 aprile scorso è uscito al cinema questo film scritto e diretto da un comico italiano. Un comico italiano che nel 2015 decide di fare un film sulla prima guerra mondiale andrebbe comunque premiato per il coraggio. Noi questo film non lo abbiamo visto, non siamo riusciti perché è stato in una manciata di cinema solamente per pochissimi giorni. Non possiamo commentarlo, ma ve lo consigliamo ugualmente.

Da vedere al posto di una puntata di Zelig

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6 commentiCosa ne è stato scritto

  1. kiki

    Per chi sta dalle parti d Bologna, segnalo che il film di Cevoli è in programmazione nelle due arene estive della città (Puccini e Gran Reno, Casalecchio)

    Rispondi
    • Antonio N.

      Ho sentito dire che il film di Cevoli è davvero terribile. Ok, sono prevenuto, ma almeno in una puntata di Zelig uno ha il telecomando in mano.

      Rispondi
  2. Alisarda

    Ho letto gli undici film, grazie ad un link col gruppo fb Grande guerra 15/18. Ottima lista , quasi tutti capolavori. Purtroppo mi manca la visione di 4 di loro. Ci rivedremo, vi ho messo nei segnalibri. cordialmente
    Piero

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