La “nostra” Buona Scuola

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Premessa

Nelle presenti righe, daremo volo a quattro palloncini/rossi che disegnano in cielo la Scuola che vorremmo: condivisa dagli “attori” che recitano, giorno dopo giorno, il copione dell’istruzione pubblica. Parliamo di studenti, insegnanti, genitori, enti locali, associazioni sindacali e no/profit che si danno la mano sul portone d’ingresso di una Scuola democratica, inclusiva, plurale e solidale.

Siamo al cospetto di un Patto progressista che intende demolire i totem neoliberisti e neointegralisti celebrati, nei primi due lustri del duemila, dalle inguardabili Ministre berlusconiane Letizia Moratti e Mariastella Gelmini.
La Buona Scuola (d’ora in poi BS) – varata con furiosa irruenza dal Governo/Renzi – rivolge lo sguardo soltanto sull’Hardware (il corredo istituzionale e gestionale del sistema di istruzione), mentre ha gli occhi chiusi sul Software (il corredo disciplinare e culturale): ovvero, gli alfabeti che vorremmo in prima fila nel teatro di recita delle nuove generazioni.children-488409_640

In proposito, abbiamo il fondato dubbio che la BS vada a braccetto con l’idea classista di istruzione imposta dalle Ministre lombarde sedute, negli anni d’esordio del Secolo, sullo scranno più alto di viale Trastevere.
Chiudiamo la Premessa replicando che soltanto un Patto formativo “progressista” potrà demolire – con i muscoli delle scienze dell’Educazione - la Meritocrazia (ostile alla democrazia), l’Esclusione (ostile all’inclusione), il Pensiero/coccodé (ostile al pensiero plurale) e la Competitività (ostile alla solidarietà).

Un ultimo replay. Il presente contributo invita il Governo in carica ad arricchire il testo della BS: del tutto sincronico e centrato sul presente. Riconoscendole, anche, il volto diacronico che ha illuminato i fantastici modelli formativi dell’ultimo terzo del Novecento. Ovvero, a non dimenticare la linea pedagogica e didattica di nome scuola dell’infanzia a Nuovo indirizzo, scuola elementare a Tempo pieno, scuola media a Tempo lungo. Un sistema pubblico di base che vorremmo ricomposto nella neofita scuola Comprensiva.

Quattro bandiere per una Buona Scuola

IL DRAPPO DEMOCRATICO. La prima bandiera progressista testimonia una limpida opzione de-mocratica. Porta incise le seguenti parole.
Nell’odierna stagione inginocchiata all’altare del Mercato e del Mediatico (che santifica la discriminazione sociale e il consenso diffuso), la Scuola ha il compito di farsi scudo a difesa del diritto di accesso e di successo nel sistema formativo del belpaese. 
E’ un traguardo perseguibile. A patto che le politiche dell’istruzione sappiano affrontare, con determinazione, la Dispersione scolastica: sia materiale (frutto di bocciature, ripetenze e abbandoni), sia intellettuale (generata dall’abuso di saperi enciclopedici e parcellari che atrofizzano le potenzialità critiche ed euristiche della mente).

IL DRAPPO DELL’INCLUSIONE. La seconda bandiera progressista testimonia una limpida opzione inclusiva. Porta incise le seguenti parole.
La trincea della Formazione deve farsi garante dell’uguaglianza delle opportunità cognitive e conviviali dell’utenza femminile e maschile, agiata e povera, autoctona e di altra etnia.
La Scuola di casa nostra si fregia di un punto/orgoglio. Nell’ultimo terzo del Novecento ha avuto il merito di non flirtare mai con Governi europei, meritocratici e selettivi, sostenitori dell’esclusione dei disabili dalla Scuola-di-tutti. La loro antipedagogia separatista e classista si fonda su una perversa superbugia: trattenere i disabili in aule “eterogenee” significa far perdere a loro del tempo prezioso. Meglio l’avvento di classi speciali (per i disabili), di classi etniche (per gli extracomunitari) e di classi monogenere (i maschi con i maschi e le femmine con le femmine).

IL DRAPPO DELLE IDEE PLURALI. La terza bandiera progressista testimonia una limpida opzione culturale. Porta incise le seguenti parole.
Occorre dare voce a un’istruzione pubblica che assicuri alle giovani generazioni una redditizia navigazione lungo le rotte dei saperi curricolari. 
In una Scuola delle competenze e del pensiero plurale gli allievi potranno avventurarsi in una impresa titanica. Essere in grado di allacciare i fili di una gigantesca matassa alfabetica al fine di comprendere i nessi che legano insieme gli anelli sparsi delle conoscenze. A meno che le politiche dell’istruzione non intendano abbandonare le prime età generazionali, attonite e impotenti, tra flutti massmediatici e digitali che formattano menti plebiscitarie devote al consenso.

IL DRAPPO DELLA CONVIVIALITA’. La quarta bandiera progressista testimonia una limpida opzione solidale. Porta incise le seguenti parole. Mai va rimossa nella Scuola la centralità della relazione “interpersonale”: l’ascolto, il dialogo, l’amicizia, la disponibilità e la cooperazione. A tal fine, i docenti sono chiamati a promuovere tra le pareti del Plesso un clima socioaffettivo positivo: conviviale, tollerante e gratificante. Anche perché le conoscenze che gli alunni incontrano in una classe ricca di traffico cooperativo durano molto più a lungo. Tanto da godere una buona manutenzione alfabetica durante le stagioni postscolastiche: adulte e senili. Siamo convinti che in un sistema di istruzione dallo stile solidaristico sventoli la bandiera di una Scuola/cattedrale: capace di coinvolgere le giovani generazioni per i suoi riti e per le sue
sacralità. In contropartita, chiede agli studenti impegno e fatica intellettuali per superare gli ostici sentieri dell’apprendimento.

Pensierino amaro. Beh, di quanto da noi auspicato non esiste traccia nella BS! 
Significa allora che simpatizza per il modello di istruzione berlusconiano – neoliberista e padronale – macchiato di meritocrazia, esclusione, saperi coccodé e competitività?

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Di che materia sia costituita la Buona Scuola mi pare ormai chiaro che neppure i pensatori più stimati né gli operatori scolastici più impegnati siano ben sicuri. Forse si tratta di un parto lungo e travagliato che potrebbe dare i suoi frutti più avanti nel tempo, chissà. Forse si tratta di un elenco di buone intenzioni che mancano tuttavia di una programmazione progettuale e pragmatica che ne consente il varo. Forse mancano quei presupposti finalistici che potrebbero far partire all’ unisono tutte le forze umane e sociali coinvolte nella scuola, magari nel contrasto e nella contrapposizione, ma finalmente indirizzate verso un progetto di scuola chiaro a tutti, ben identificato, e che indica una direzione.
    Si odono invece solo lagnanze: docenti che viaggiano da un estremo all’ altro della penisola, ricorsi all’ autorità giudiziaria per assegnazioni erronee, mense che non sono in grado di garantire una corretta e condivisa somministrazione dei pasti ed anche qui i ricorsi all’ autorità giudiziaria, insegnanti che hanno decenni di operosità sulle spalle che si ritrovano trattati in malo modo da collaboratori del dirigente che collaborano più che altro ad aumentare la confusione e il proprio ego, avido di incentivi e malata visibilità. Io ho visto che i collaboratori più retti hanno rapidamente rimesso il mandato di fronte alle molteplici incongruenze e alle incombenze loro attribuite dal dirigente che s’ avvicinavano piuttosto ai compiti dei Kapo di triste memoria. I docenti paiono piuttosto dispersi nel loro operare e cercano sovente di dare i classici colpi a cerchi e botti, un po’ insegnando come possono in contesti difficili, complessi, onnicomprensivi di tutte le difficoltà pedagogiche, un po’ blandendo i sempre più arrabbiati ed esigenti genitori con rassicurazioni incongrue con la situazione, un po’ portando i fanciulli qua e là in gite e gitarelle fuori porta che hanno un legame soltanto sulla carta con l’ attività di studio extra-moenia, ma hanno sempre funzionato molto bene per far contenti e felici gli allievi e, soprattutto per rasserenare e rendere più docili i genitori che han sempre visto nella gita una certa qual valenza del docente e una nota di apertura alla modernità. Salvo il ritrovarsi con una disgrazia su cui piangere.
    Io vedo che molte cose non son cambiate, altre son cambiate in peggio, almeno apparentemente. Dunque sul futuro non resta che attendere gli sviluppi di questi progetto.
    Certamente tutti coloro che hanno attraversato i tempi che andarono dagli anni ’70 agli ultimi anni del novecento, non possono che provare nostalgia per un mondo scolastico che si preannunciava ricco di progettualità: la chiusura delle classi differenziali, dei centri per alunni disabili e il loro inserimento in classi normali col supporto degli insegnanti di sostegno, la partecipazione delle famiglie a tutta l’ attività scolastica attraverso le assemblee di classe, le riunioni di interclasse e di plesso, i consigli di istituto e gli incontri docente- famiglia ben calendarizzati. Soprattutto ai docenti della scuola primaria venne chiesto negli anni settanta un impegno straordinario in ordine a nuove metodiche di insegnamento, in ordine a diverse organizzazioni dell’ aula didattica, in ordine all’ accoglienza dei ragazzi in grave difficoltà che arrivavano in classe spesso col solo supporto di mezzo orario a sostegno, orario che pian piano scendeva a quattro ore settimanali quando andava bene. Le riunioni di programmazione per classi parallele le facevamo tra noi, nelle rispettive abitazioni, al pomeriggio lasciando i nostri piccoli figlioli giocare fra loro nella cameretta di turno, perché capivano che programmando assieme appendevano l’ una dall’ altra, eravamo spinte ad approfondire ed andavamo alla ricerca di guide scolastiche e testi specifici che nell’ impegno solipsistico non avremmo potuto conoscere. Partirono nuove metodiche di alfabetizzazione linguistica e matematica, i laboratori scientifici ricavati magari nello stanzino del materiale di pulizia che mettevamo in sesto alla bell’ e meglio.
    Qualcuno, già prefigurando l’ avvento dell’ era digitale, già insegnava ai bambini il calcolo multibase, il calcolo binario. Arrivarono gli specialisti di musica e attività motoria, che venivano o distaccati dalla loro sede o chiamati dalle graduatorie dei supplenti, l’ importante è che sapessero le materie e riuscissero a coprire tutte le classi del Circolo Didattico. Fu un fiorire di nuovi metodi ed indirizzi che impegnarono molto i docenti sui versanti fondanti la Scuola, qualsiasi scuola: la Didattica e la Partecipazione.
    Quando arrivarono i Nuovi Programmi del 1985 con tutto il corollario di norme per la loro applicazione, tutto era già collaudato e magari superato. Di nuovo c’ erano le diverse figure magistrali per le diverse discipline coi rispettivi ambiti ed orari. Chissà, io penso talvolta che proprio dalla coercizione messa nero su bianco siano nati i successivi malanni e guasti del sistema-scuola che per funzionare deve invece basarsi sulla passione e sulla personale disponibilità. Fatto sta che pian piano, in modo strisciante e neanche poi tanto silente, i rapporti fra docenti andarono alla deriva, guastati dal micidiale” tu stai facendo quel che spettava fare a me”. I Direttori Didattici e i Presidi che prima erano stimati ” primus inter pares” diventarono irrimediabilmente Dirigenti, spesso di parte, spesso prepotenti, spesso legati a doppio filo ai loro viceré, talvolta immischiati in poco chiari affari di ipotizzati danni al pubblico erario che la magistratura deve acclarare.
    Ora sono addirittura i Dirigenti scolastici i preposti alla chiamata del docente nel suo dominio, come se le pubbliche scuole di stato potessero differenziarsi di così tanto nel conseguimento degli obiettivi di apprendimento. Come se la scuola materna, primaria e la media italiana fossero le prestigiose università britanniche e statunitensi, e non dovessero comunque garantire gli standard che uno stato deve imporre per le scuole di base. Ma andiamo! Io al momento non so come il marchingegno della chiamata del preside funzioni, se già funziona, ma mi sembra una trovata inutile se non pericolosa: e se non sei suo amico?, e se lo hai giustamente contestato, ché di infallibile pare ci sia solo il padreterno?
    Mah! Chi vivrà vedrà.
    Rimane una sofferta nostalgia per l’ epoca passata di una scuola che molto ti chiedeva e molto ti restutiva in gratificazione.
    Rimane il dolente rammarico di aver tanto faticato, sacrificando anche la famiglia, per vedere che il tempo e la società hanno stritolato le fatiche e la passione di tanti che allora erano giovani pieni di buona volontà.
    Rimane, greve sul cuore, il monito che i vecchi insegnanti di allora non facevano a meno di esplicare, magari con voce forte e ferma: – Illusi, poveri illusi, dove credete di arrivare con questo mondo che credete nuovo? Abbiamo anche noi lavorato in modo nuovo, che ora vien detto superato ed errato. Toccherà pure a voi vedere la fine delle vostre inutili fatiche. Cercate almeno di non perdere mai la vostra dignità professionale, tirando comunque dritti per la strada dei vostri convincimenti, senza piegare la schiena al volere di utenti che non possono conoscere il mestiere, è già tanto se combinan qualcosa nel loro, senza piegarvi se un farlocco superiore vuole piegarvi ai suoi voleri. Tutta questa apertura non porterà che a una chiusura dura e amara. Speriamo che almeno non intacchino i tempi di pensionamento-.

    I tempi pensionistici sono andati a finire presso l’ eta’ di Matusalemme. Tutto il resto vedete un po’ voi.

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