La lunga vita di Tiziano Vecellio – seconda parte

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L’elezione del doge Andrea Gritti nel 1523 impegnò Tiziano con ulteriori affreschi per palazzo ducale, programmati nell’ambito della politica di promozione culturale che voleva fare di Venezia una nuova Roma del nord. Nel frattempo erano giunti in città due toscani, lo scrittore Pietro Aretino e l’architetto Jacopo Sansovino, trovandosi immediatamente a proprio agio e mettendovi su radici.I tre diventarono amici per la pelle: Aretino si portava dietro la fama di essere un pornografo e un cinico e spregiudicato libellista; era tuttavia capace di entrare con sicurezza negli ambienti intellettuali e questa importante qualità, unita alla sua lingua sciolta, dovettero piacere a Tiziano che nel giro di non molto tempo ne fece il suo agente. E fu proprio negli anni successivi al 1530 che, forse grazie alle manovre dell’amico scrittore, forse grazie ai buoni uffici di influenti protettori, il Vecellio ebbe la più fortunata occasione della sua già fortunata vita: riuscì a farsi introdurre presso Carlo V d’Asburgo, il sovrano più potente del mondo conosciuto.

Carlo V col cane, Museo del Prado, Madrid

Carlo V col cane, Museo del Prado, Madrid

L’imperatore era digiuno di arte rinascimentale italiana, ma nel giro di poco tempo si innamorò della pittura tizianesca al punto da commissionargli negli anni una serie di ritratti a figura intera – iconografia fino ad allora piuttosto rara – in piedi, seduto, a cavallo, che lo rappresentano senza adulazione e in tutta la sua bruttezza, ma anche come uomo di stato, come saggio sovrano e forte guerriero.

Diventato pittore della corte spagnola, Tiziano era però refrattario a quell’ambiente, in cui soggiornò solo molti anni dopo quando l’imperatore lo invitò in occasione della Dieta d’Augusta, preferendo lavorare principalmente a Venezia; proprio nel suo atelier si sarebbe svolto il celeberrimo ma leggendario episodio che vede Carlo V chinarsi per raccogliere il pennello caduto all’artista.

Un omaggio imprevedibile, al di fuori di ogni protocollo, che anche se non avvenuto, testimonia della fama internazionale di cui il Vecellio godeva. Vero è invece che Carlo lo nominò Conte del Palazzo del Laterano, del Concistoro e del Consiglio Aulico, Cavaliere dello sperone d’oro, e gli assegnò rendite e pensioni estendendo il diploma di nobiltà anche a figli e nipoti.
Raggiunto il patriziato, il pittore non resistette alla tentazione di firmarsi “Eques Cesareus”, ma non cambiò il suo stile di vita, mantenendo intatto il suo carattere amichevole e l’amore per le buone relazioni e la famiglia.

Nel 1538 Tiziano dipinse per Guidobaldo II della Rovere, duca di Urbino, una memorabile Venere in cui sviluppò il tema della dea morbidamente e sensualmente sdraiata già messo a punto precedentemente da Giorgione. Due anni prima, sempre per la corte urbinate, aveva realizzato lo splendido ritratto su fondo blu detto “La bella”, una fanciulla sconosciuta in abito sontuoso, realizzata con virtuosistiche variazioni di pennellate, ora levigate ora ruvide a seconda della materia rappresentata, incarnato o tessuto che fosse.

Proprio negli anni fra il trenta e il quaranta il suo stile si era andato modificando grazie alla conoscenza delle opere della classicità romana, al confronto con i lavori di Michelangelo e Raffaello – le cui incisioni circolavano in Italia – e all’arrivo a Venezia di diversi artisti toscani; si apre in questo periodo la fase “manierista” del pittore caratterizzata da una forte volumetria, dall’uso di scorci arditi, da pose ricercate e potenti contrasti chiaroscurali, pur nel rifiuto di abbandonare la naturale e sensuale luminosità del colore, ossia la cifra stilistica che nutriva la sua originalità.

La bella, palazzo Pitti, Galleria palatina, Firenze

La bella, palazzo Pitti, Galleria palatina, Firenze.

Coll’affacciarsi di altri rivali Tiziano riuscì comunque a mantenere la sua posizione di predominio, dovuta anche al perfezionismo instancabile che gli imponeva di non essere – come dichiara in una lettera – mai appagato delle sue fatiche. Aveva trasferito la sua bottega in un palazzo più ampio, e l’aveva trasformata in una vera e propria azienda organizzata con molti collaboratori che rifinivano i lavori che lui – troppo impegnato – non riusciva a portare a termine, con un paio di incisori che riproducevano le sue opere, e naturalmente l’amico Pietro Aretino che gli faceva da ufficio stampa.

Tra il 1545 e il 1546 su invito della famiglia Farnese, Tiziano si recò a Roma: nella città eterna fu messo al lavoro su una serie di ritratti di papa Paolo III e dei suoi congiunti, e si dovette confrontare con Michelangelo che in Vaticano era di casa. Il fiorentino apprezzò la sua pittura, ma sottolineò come “a Vinezia non s’imparasse da principio a disegnare bene”, dimostrando come fosse duro a morire l’antico pregiudizio toscano che la pittura dovesse essere impostata applicando colore su una bozza a chiaroscuro.

Quando tornò nella sua città l’ormai più che cinquantenne artista dovette affrontare molti problemi e pesanti lutti familiari: la rivalità con i nuovi astri nascenti della pittura lagunare Jacopo Tintoretto e Paolo Veronese, e la morte della sorella Orsola, che dopo la scomparsa della moglie gli aveva seguito la casa. Reagì continuando a lavorare su più commissioni contemporaneamente, quasi a dimostrare che con l’età il vigore e la creatività non l’avevano abbandonato.

Paolo III e i nipoti Alessandro e Ottavio Farnese, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli.

Paolo III e i nipoti Alessandro e Ottavio Farnese, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli

D’altro canto aveva solidi clienti nel resto d’Italia e in Europa: Carlo V stava lasciando il potere nelle mani del Delfino, il malinconico Filippo II, che avrebbe continuato a richiedere l’opera di Tiziano anche dopo la morte del padre, pur facendo diventar matto l’artista per riscuotere quanto dovuto.
Altre preoccupazioni gli furono causate dal figlio Pomponio,un gaudente e scapestrato giovanotto a cui il padre fu sempre costretto a coprire i debiti e appianare le malefatte.

Nel 1556 fu colpito da un altro grave lutto: la morte – forse per un colpo apoplettico – del suo miglior amico, Pietro Aretino; quattro anni dopo avrebbe perso anche l’amata figlia Lavinia, morta di parto come sua madre. Ormai vecchio l’artista vedeva sparire attorno a lui gli affetti più cari; inevitabilmente ne risentì anche il suo lavoro, in cui cominciarono a prevalere i toni drammatici e le tinte cupe. Era arrivato all’ultima fase della sua straordinaria ricerca pittorica e aveva raggiunto la capacità di maneggiare il colore come fosse materia viva: dopo averne steso uno strato sulla tela, delineava con forza le figure usando corpose pennellate di biacca, di rosso, di nero e giallo.

Pietà, Gallerie dell'accademia, Venezia.

Pietà, Gallerie dell’accademia, Venezia.

Dimenticava poi l’abbozzo per mesi e quando lo riprendeva interveniva ritoccando e rifinendo vigorosamente con le dita, sì che in taluni punti compaiono perfino le sue impronte digitali. Lo stile degli ultimi lavori, rivalutato solo in epoca recente, lasciò perplessi i contemporanei ai cui occhi queste pitture che sembravano appena abbozzate e frettolose apparivano “sporche”: nella Pietà, opera dipinta per essere esposta sulla propria tomba, le dolorose figure sono illuminate da una luce livida su cui risplendono tocchi di biacca e rosso fiamma. La grande tela, eseguita tra il 1575 e il 1576 quando Venezia era sotto l’incubo di un’epidemia di peste bubbonica, è anche un ex voto realizzato per impetrare la grazia per sé e la salvezza per l’ancor giovane figlio Orazio.

Invano: il vecchio gigante ormai novantenne vide scomparire anche il penultimo membro della sua famiglia, ed ebbe la sola consolazione di poter morire in casa sua – infettato dallo stesso, terribile morbo – grazie a un provvedimento speciale che gli risparmiò il lazzaretto prima e la fossa comune poi.
La sua casa vuota fu saccheggiata, i suoi beni e gli oggetti preziosi dispersi.
L’ultimo erede rimasto, Pomponio, venderà le residue tele del padre e i beni immobiliari e fondiari, per finire la vita in povertà.

Bibliografia: Flavio Caroli, Stefano Zuffi: Tiziano, Rusconi, 1990 Tiziano, I classici dell’arte, Rizzoli-Skira, RCS quotidiani, 2003

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Cristina

    Gradirei che qualche erede facesse celebrare delle SS. Messe “gregoriane” per Tiziano Vecellio.
    Grazie

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    • Viviana Alessia

      Non me ne intendo granché di pratiche di devozione, ma mi pare di aver sentito che le messe gregoriane vadano celebrate per trenta giorni consecutivamente per far ascendere l’ anima dolente dalle pene del purgatorio alla gioia del paradiso. Ovviamente si paga. Ovviamente si dà per scontato che l’ anima in questione soggiorni in purgatorio. Quello che non capisco e che mi incuriosisce è perché si debba pensare che la buon’ anima del Tiziano stia ancora in purgatorio. Biancamaria ci ha illustrato come sempre in modo magistrale come l’ artista ha costruito la sua arte decisamente incomparabile ( non toccatemi le opere del Tiziano! ), come abbia amato le compagne, i figli, i parenti, gli amici. Non si può accreditargli neppure una scappatella. È stato lesto e pragmatico nel procurarsi lavoro e sicurezza finanziaria, certo, ma, per il bene di chi amava e non mi sembra abbia depredato le tasche di alcuno o ammazzato qualche altro. Ha salvato quel tanto da non finire nel lazzaretto e in fossa comune ed ancora l’ ultimo erede rimastogli dovette vendere quel che restava per finire comunque in povertà. Camminasse sulle strade del malmesso mondo d’ oggi che direbbe la buon’ anima del Tiziano?
      Quanta gente ieri ed oggi, con e senza talenti, lei, Cristina, può dirmi meritare almeno il purgatorio? Io, francamente, ho il dubbio che il surriscaldamento terrestre sia dovuto ad un notevole incremento del fuoco degli inferi.
      Gli eredi del Tiziano, se mai ce ne fossero, avrebbero di che mangiarsi le mani considerando che al grande artista i ladruncoli dell’ ultima ora rubarono proprio tutto. Qualche prosaica invocazione che stiano ad arrostire, altro che messe per mandarlo dove già il buon Tiziano sta!
      Biancamaria Rizzoli ci illustra un personaggio eccezionale sia sotto il profilo artistico, che comportamentale, ci dà tutte le dritte per valutare un artista sotto tutti gli aspetti, come fa sempre, con stile agile e chiarezza espressiva, e con una competenza indiscussa. Il giornale non sarebbe più lo stesso senza i puntuali , discreti, eleganti articoli di Bianca, la sua sottigliezza e la sua sagacia che ne fanno una docente preziosa e una comunicatrice di prestigio.
      Sa, mia cara Cristina, i grandi artisti io me li vedo in ogni caso luminosi ed eterni, come gli innocenti perduti, perché hanno senza dubbio saputo cogliere ed intravedere da quaggiù squarci di un mistero che né io né lei vediamo. Tutt’ al più potremmo fare a metà per lasciare un’ equa offerta ad un fraticello per le future (auguro lontanissime per lei) messe in nostro suffragio, ammesso che lei non ascenda dritta in paradiso ed io non discenda definitivamente all’ inferno, come non pochi m’ augurano fra i denti.

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