Dove va la nostra testa?

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Settembre 1971: viene commercializzata la calcolatrice portatile di piccole dimensioni, la Bowmar 901B. Tutto cominciò quel giorno. Poi, arrivò internet e i motori di ricerca, infine i cellulari, i navigatori satellitare e altre diavolerie, e il processo iniziato con la Bowmar si accelerò così tanto che ha finito per cambiare la nostra stessa maniera di vivere ed utilizzare le nostre capacità mnemoniche e cerebrali .

 Quanti di noi sanno calcolare a mente o a mano un’operazione semplice come 84 / 9? Quanti numeri di telefono ricordiamo a memoria? Io a malapena ricordo il mio e più di una volta mi è capitato di dover guardarlo nella rubrica. Quanti di noi hanno idea degli appuntamenti della prossima settimana o i compleanni dei nostri amici o parenti? Per quanti secondi siamo capaci di tenere a mente una sequenza di numeri o un indirizzo che ci è stata appena dettato? Quanti di noi stanno dimenticando o non stanno imparando la strada per andare da una città ad un’altra o da un punto all’altra di una città di perlomeno medie dimensioni? Quanti di noi ricordano se si scrive “ciliegie” o “ciliege”?

La risposta a queste domande sta in altre domande: perché dovremmo farlo? Perché dovremmo sforzarci di calcolare quanto fa 84 / 9 o memorizzare un’informazione che ci è appena stata data, se disponiamo, in ogni istante, “a portata di mano” di un aggeggio (una calcolatrice o un cellulare) che risolve il problema per noi in maniera immediata e infallibile? Perché dovremmo memorizzare numeri di telefono, date, anniversari o orari se ci sono Google, Outlook, Facebook, cellulari, Skype che lo fanno per noi, perfettamente ed inviandoci anche promemoria? Se esistono navigatori satellitari che ci suggeriscono la strada migliore e più veloce anche sulla base dello stato del traffico, perché dovremmo fare noi la fatica di pensare a qual è l’opzione migliore? Perché ricordare a memoria l’ortografia se siamo circondati da correttori ortografici completi e aggiornatissimi che correggono tutto quello che scriviamo, mentre lo scriviamo?

Il nostro cervello, così come qualsiasi altro muscolo, non vuole sforzarsi: perché dovrebbe? Chi glielo fa fare? E’ sufficiente guardare cosa accade in un aeroporto o centro commerciale dove ci siano scale mobili e scale normali le une a fianco delle altre? Per quali sale la gente?….In quanti salgono a piedi all’ottavo piano di un edificio se c’è una veloce e comodissima ascensore a disposizione? Il cervello fa più o meno la stessa cosa….

Non potrebbero esserci comportamenti più “naturali” del resto: in Natura tutto si muove e vive con l’unico scopo di risparmiare energia per avere più possibilità di sopravvivere e riprodursi. Non è un caso che le due attività indispensabili a questo scopo, alimentarsi ed accoppiarsi, siano associate a sensazioni di piacere. Questo significa che, in quanto “animali”, ci sforziamo e consumiamo energie per procacciarci cibo e partner perché questo ci dona piacere. La Natura (o l’evoluzione se vogliamo) non è certo lungimirante: offre ricompense immediate e quindi minimizzare gli sforzi è una condotta assolutamente naturale.

Ovviamente, però, se non camminiamo, se prendiamo sempre l’ascensore e riduciamo fortemente la nostra attività muscolare, i nostri muscoli perderanno vigore, allenamento e capacità di funzionare. Non possiamo certo pensare di correre la maratona se il maggior sforzo che fanno le nostre gambe è premere i pedali della frizione e dell’acceleratore e l’allenamento delle nostre braccia consiste nel utilizzare mouse, tastiera e telecomando.

coverE così, è plausibile pensare che accada lo stesso con il cervello e la memoria. Da quel settembre 1971 e assai più sensibilmente dalla massiccia apparizione di cellulari ed internet nelle nostre esistenze, stiamo progressivamente perdendo la capacità di ricordare e di memorizzare.  Ma anche di osservare e di descrivere. Che cosa facciamo quando davanti ai nostri occhi c’è qualcosa di particolare, bello e che vogliamo ricordare? Quasi mai ci fermiamo ad osservare con attenzione: quasi sempre tiriamo fuori il cellulare e fotografiamo. Così avremo la possibilità di mostrare ad altri (o a noi stessi in futuro) quello che abbiamo visto, senza la necessità di ricordarlo e descriverlo. Pensiamo ai volti dei nostri cari che non ci sono più: abbiamo ben poche foto che li ritraggono in confronto ai terabytes di immagini e video che avranno a disposizione i nostri nipoti.

Forse può sorprenderci che – si dice – Pico della Mirandola fosse capace di recitare “La Divina Commedia” al contrario o che i Vangeli siano stati scritti decine di anni dopo la morte di Gesù. Ci viene, oggi, naturale pensare che quegli scritti non possano riportare fedelmente gli avvenimenti che raccontano perché nessuno poteva ricordarsene. Certo, è probabile che quelle storie siano cambiate passando da un “memorizzatore” all’altro, ma ci sentiamo di affermare che a quell’epoca le persone dovevano avere una capacità di memoria enormemente superiore alla nostra. Per il semplice fatto che per millenni, gli uomini e le donne non ebbero altro strumento per ricordare se non il proprio cervello. Omero mise per iscritto racconti che si erano tramandati oralmente chissà per quanto tempo. Probabilmente senza quell’operazione, noi oggi non conosceremmo le gesta di Achille ed Ettore.  E’ anche vero che quando passarono dall’oralità ad un libro persero vita ed eliminarono la necessità e quindi la pratica della memorizzazione e della successiva narrazione orale.

Google calendar tiene a mente per noi ogni appuntamento, scadenza, anniversario.

Google calendar tiene a mente per noi ogni appuntamento, scadenza, anniversario.

Insomma, grazie e a causa di cellulari, Google, internet e strumenti elettronici vari, possiamo oggi evitare lo sforzo di memorizzare e quindi abbiamo perduto la dimestichezza e la capacità di farlo (almeno per alcune cose). Ma è anche vero che questi strumenti ci permettono di ricordare perfettamente tutto e dunque, se consideriamo questi strumenti come “parte di noi” (giacché li abbiamo sempre a disposizione), allora possiamo concludere che la nostra memoria è molto più efficiente di quella di un greco dell’epoca di Omero. In altre parole, abbiamo “appaltato” a cellulari, Google, internet e strumenti elettronici vari il faticoso esercizio di immagazzinare e gestire informazioni, anche perché essi lo fanno molto meglio di noi.

E allora? A cosa servono il nostro cervello e la nostra memoria se è disponibile una “loro estensione” che lavora meglio e più velocemente? Ha ancora senso insegnare agli studenti a scuola nomi, date di battaglie, nozioni di ortografia o formule chimiche o matematiche, se tutto ciò è lì a loro disposizione in una parte dei loro cervelli che seppure – per ora… – non fa parte di loro, è tuttavia ad immediata portata di click?

La risposta è complessa, per varie ragioni, a cominciare dal fatto che è sempre pericoloso rifiutare o accettare “in toto” la modernità in quanto tale. Ossia non si può far finta che Google o le calcolatrici non esistano e quindi – ad esempio – pretendere che gli studenti di un corso di chimica o fisica facciano i calcoli con l’abaco o che non utilizzino Google. Ma ugualmente non si può delegare a Google e simili altre attività cerebrali che invece possono – perlomeno per ora – essere svolte con magnifica efficacia dal nostro cervello.

Se è vero quanto detto sopra riguardo alla “naturalezza” dell’evitare lo sforzo, è anche vero che siamo “animali intelligenti”, abbiamo millenni di cultura alle spalle e possediamo perciò la capacità di comprendere che uno sforzo può essere utile e necessario oggi, perché ci renderà migliori domani. Dove per “migliori” intendiamo “meglio preparati” per affrontare la vita, intesa come percorso di esplorazione e apprendimento. Così come sappiamo che è bene fare esercizio fisico, anche se la nostra “natura” ci induce ad evitarlo, alla stessa maniera dovremmo esercitare la nostra memoria per mantenerla efficiente e funzionante; perché, altrimenti, potremmo perdere la capacità di ricordare cose ben più importanti del risultato di 84 / 9. Un esempio per tutti: esercitare il cervello aumenta la sua flessibilità, un ingrediente fondamentale per evitare o perlomeno posticipare l’insorgere di disturbi neurodegenerativi a livello cerebrale.

Impigrire il cervello non ci conduce quindi, solamente a perdere la capacità di ricordare, ma anche quella di utilizzare a pieno quel meraviglioso e in gran parte ancora misterioso strumento che è il nostro cervello.

Infatti, un altra conseguenza dell’uso massiccio (e ossessivo) di tutti questi aggeggi elettronici è la possibilità di evitare situazioni non familiari, nelle quali rischiamo di perderci o di non avere tutto sotto controllo. Sapere che c’è sempre un navigatore satellitare che ci indica la via, un Google che ci fornisce ogni risposta o un cellulare che “si ricorda” tutti i numeri di telefono ci rassicura enormemente. Perché ci allontana da una delle più grandi paure, ossia la paura dell’ignoto, dell’incontrollabile, dell’imprevedibile. Eppure, questa bolla di sicurezza di cui ci circondiamo non cancella questo nostro timore atavico, anzi, paradossalmente lo amplifica. Sia perché è estremamente fragile (cosa accade se si scarica il cellulare o siamo in un luogo dove il segnale di internet o del GPS non arriva?), sia perché – come detto – vivere dentro questa bolla ci “disallena” ad affrontare il mondo fuori di essa che inevitabilmente, prima o poi, ci si presenta davanti e  dove le situazioni sono ingarbugliate, non familiari, stressanti e ci viene richiesta capacità di risolvere problemi nuovi e complessi. Ossia ci viene richiesto di utilizzare la nostra intelligenza.

Quello che dunque dobbiamo imparare ed insegnare “nell’era di Google” è proprio la capacità di cavarcela quando Google non c’è e soprattutto quando Google non può aiutarci (almeno per ora…), ossia in tantissime situazioni della vita che sono impreviste ed imprevedibili, nelle quali è necessario concepire e mettere in pratica soluzioni creative e nuove, spesso sotto pressione e sotto stress. Senza però, anacronisticamente, negare l’esistenza dell’innegabile esistenza di Google, che, ci offre anche enormi ed evidenti vantaggi e possibilità sulle quali qui non vogliamo soffermarci.

L’altra abilità che dobbiamo imparare (o imparare a non perdere)  è non tanto ricordare nozioni e date (per quello – appunto – c’è Google), quanto essere capaci di recuperare dalla nostra memoria informazioni appartenenti a contesti diversi e saperle gestire e manipolare per costruire nuovi cammini e nuovi scenari. Quello che si chiama “trasferimento analogico”, ossia la capacità di stabilire analogie e somiglianze tra fenomeni apparentemente non correlati tra loro. Google e simili ci “disallenano” a fare questo, perché ci offrono risposte e informazioni per problemi specifici e puntuali, mentre il nostro cervello ha la possibilità di abbracciare e mettere insieme dati e ricordi che appaiono sconnessi per creare qualcosa di nuovo.

Studenti thailandesi ad un esame....

Studenti thailandesi ad un esame….

Le scoperte scientifiche o altri risultati che sembrano dovuti al “caso”, in realtà sono figli, non solo e non tanto di qualche accadimento fortuito, quanto proprio di quest’abilità di relazionare esperienze ed informazioni che abbiamo immagazzinato in situazioni molto diverse e che sembrano totalmente scollegate. Lavorare e pensare non per compartimenti e scatole chiuse, ma unendo i puntini di tutto il nostro sapere: tutto può diventare importante se lo abbiamo appreso, osservato e memorizzato; e se appunto coltiviamo la capacità di costruire collegamenti.

Questo dunque dobbiamo “tenere a mente” ed insegnare agli studenti e alle nuove generazioni: utilizzare Google (e simili) come strumenti al servizio del nostro cervello e non sostituti di esso ed essere capaci di spaziare tra diverse discipline, tra interessi distinti, andando oltre le barriere e le divisioni interdisciplinari che rischiano di limitarci quando invece il nostro cervello è in grado di abbracciare tutto il mondo!

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Paolo Aizza

    La Bowmar non è stata la prima calcolatrice elettronica tascabile ( per giacche larghe ) ma la prima prodotta negli Stati Uniti

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  2. Grazia

    Insegno da 28 anni e nei ragazzi la competenza che sempre più manca é wuella di collegare le diverse informazioni che hanno dalle varie discipline ed utilizzarle in maniera creativa. Questo emerge soprattutto agli esami di maturità quando si richiede loro questa interdisciplinarietà ma anche i più diligenti e studiosi, pur avendo tante informazioni, non le sanno utilizzare in ambiti diversi.

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  3. Paolo Agnoli

    Grazie. Contributo istruttivo e interessante. Mi permetto una riflessione ulteriore. Quando scrivi ‘per millenni, gli uomini e le donne non ebbero altro strumento per ricordare se non il proprio cervello’ sono ovviamente d’accordo. Come condivido il fatto che dovremmo allenarlo di più di quanto facciamo. Non dobbiamo però dimenticare che in quegli ambienti ‘primitivi’ (in realtà anche in quelli di pochi decenni fa!) le quantità di informazioni erano incomparabilmente inferiori a quelle disponibili oggi. Secondo una ricerca di Google del 2004 bastano solo 2 giorni (oggi probabilmente uno!) per generare più informazioni di quante ne siano state create nel corso della storia della civiltà. Siamo di fronte a un processo che non sembra destinato ad arrestarsi, e le trasformazioni sono continue, radicali e sotto gli occhi di tutti. Il nostro cervello è invece molto più vicino a quello degli uomini della savana di quanto crediamo, allenato o meno. Le soluzioni al problema di come gestire e come memorizzare quelle moli di informazioni farà sempre più affidamento su computer e reti di telecomunicazione potenti e efficaci. Del resto quelle enormi moli di dati generano valore economico, servono a risolvere problemi complessi e a migliorare e semplificare la vita quotidiana di ciascuno di noi. E ci aiutano indubbiamente a sviluppare le nostre capacità intellettive.

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