Da Genova a Genova – Eugenio Carmi e l’Astrattismo Industriale

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Questo 25 aprile sono andato a trovare una vecchia amica con dei vecchi amici. Sono stato a Genova, città di mare così simile alla mia di nascita, Piombino, da non esserci mai stato nel profondo, per dire che sono stato in Messico ma mai a Boccadasse a bere vino e mangiare fritto. Questo 25 aprile l’ho fatto. Sono partito dalla città dove vivo adesso, Sarsina, nella Romagna profonda, sono arrivato a Firenze, ho caricato un ragazzo per portarlo a Lucca (Blablacar, che passione), a Lucca ho mollato lui ed ho caricato i miei amici fino a Genova. A Genova ho mangiato molto, bevuto tanto e visto cose.

Un pomeriggio capitiamo davanti a Palazzo Ducale, c’è una grande mostra sull’Espressionismo tedesco. Guardo i miei amici: sbadigliano. Accanto all’entrata di questa mostra si apre una porticina più piccola con sopra un enorme cartello: “Eugenio Carmi: 40 speed limit”. Guardo di nuovo i miei amici: perplimono, ma io entro lo stesso, da sempre convinto che la curiosità debba essere il primo motore dell’Uomo.

Perché lo confesso: non avevo idea di chi fosse Eugenio Carmi prima di vedere la mostra a lui dedicata. Questo artista, nato nel 1920 a Genova, ancora in attività, espressione dell’astrattismo italiano, mi era totalmente sconosciuto, così come le sue opere e la sua longeva attività pittorico-scultorica a cavallo tra i Sixties ed i Seventiees. La mostra “Eugenio Carmi: 40 speed limit”, aperta fino al 17 maggio 2015, indaga un periodo fortunato del capitalismo italiano, quello del boom economico, quello delle aziende che investivano in cultura convinte che un grande gruppo imprenditoriale dovesse essere coi i suoi denari al servizio di quella stessa comunità che i denari glieli procurava, comprando in massa i beni prodotti. Altri tempi, altre tempra quelle degli uomini che affidano a Eugenio Carmi nel 1956 il difficile compito di creare una nuova immagine aziendale della Cornigliano, industria siderurgica genovese diretta da Gian Lupo Osti.

Nel 1961 la Cornigliano si fonde con l’Ilva diventando Italsider e abbracciando altre sedi siderurgiche, tra cui Piombino. Il lavoro di Carmi, quello di direttore artistico dell’azienda, si sviluppa così in un periodo d’oro per la siderurgia italiana, irrorata dai fiumi di denaro che tracimano dal bacino del piano Marshall. Non è solo il denaro però a smuovere gli artisti che Carmi raduna intorno a sé (“Ci pagavano bene”, afferma candidamente un altro spirito libero dell’illustrazione italiana, Flavio Costantini, recentemente scomparso), ma sopratutto la possibilità di lavorare a stretto contatto con un ambiente, quello siderurgico, che da una parte è assoluto protagonista dello sviluppo dell’epoca e che dall’altro sembra già denunciare la bestialità del sistema nel quale è perfettamente incasellato. Carmi ed il gruppo di artisti che chiama per dare un volto riconoscibile all’impersonale fabbrica, dagli uffici fino alle cokerie, non sono certo “servi del potere”, anzi, manifestano e manifesteranno negli anni il loro dissenso verso uno sviluppo industriale che spersonalizzi l’individuo fino a renderlo ingranaggio. Lo stesso, né l’uno né l’altro, né gli artisti né “i padroni” sembrano però interessati a trincerarsi dietro schemi ideologici pure molto in voga all’epoca, ma sono spinti dall’obiettivo comune di rappresentare l’immenso patrimonio industriale ed umano che il mondo della fabbrica può raccontare. Nasce così la Rivista Cornigliano che poi diventerà Rivista Italsider, si sviluppano attività a stretto
contatto con gli operai stessi, come la mostra del 1962 voluta da Giovanni Caradente all’interno del V° Festival dei Due Mondi di Spoleto dal titolo “Sculture nella città” e che vide riuniti molti di quelli che sarebbero diventati delle vere e proprie star dell’arte figurativa contemporanea.

Cito dal sito dell’artista:

David Smith lavora nella fabbrica dismessa di Voltri, Carlo Lorenzetti Pietro Consagra scelgono Savona, come pure Alexander Calder il quale invia solo il bozzetto dell’opera Teodelapio che verrà realizzata direttamente dagli operai dello stabilimento. Lynn Chadwick Ettore Colla lavorano a Bagnoli, Beverly Pepper a Piombino, Arnaldo Pomodoro a Lovere, Nino Franchina a Cornigliano. Eugenio Carmi stesso, invitato ad esporre, realizza la scultura in ferro e acciaio inossidabile all’Algeria, riguardo alla quale in seguito ricorderà più volte soprattutto la partecipazione entusiasta e propositiva degli operai.

UID52FA36683589C_1Si sviluppa così una straordinaria connessione tra artisti ed operai, in un humus talmente fertile che non troverà eguali nel successivo sviluppo industriale italiano.
L’esperienza di Carmi come direttore artistico dell’Italsider durerà fino al 1965, nove incredibili anni di passione, lavoro e politica culturale, spesi a contatto con i più grandi artisti dell’epoca.

Cosa è rimasto di quegli anni? Perché da più parti si denuncia che l’arte abbia perso quel filo che la legava alla quotidianità, facendosi spesso da p-arte, arte in disparte e spesso in contrasto con i sommovimenti della cosiddetta società civile e in distonia con i bisogni primari? E gli industriali di oggi, sarebbero capaci di nominare un “direttore artistico” che non fosse un semplice esperto di marketing?

Ho provato a chiederlo ad un gentilissimo Carmi, così gentile da rispondere a qualche mia domanda via email.

 Sig. Carmi, da piombinese di nascita confesso subito la mia ignoranza e le ammetto di averla conosciuta solo attraverso l’ottima mostra antologica che Genova le sta dedicando dal 27 febbraio al 17 maggio. Da qui mi chiedo: cosa voleva dire essere “astrattisti” negli anni ’60 e cosa vuol dire esserlo oggi? Che senso aveva definirsi tali allora e che senso ha, se ne ha, oggi?

Essere astrattisti vuol dire esprimere ciò che sentiamo. Ciò vale per il passato, per il presente e per il futuro

 

Ritengo la sua esperienza come “direttore artistico” di Cornigliano (poi Italsider) un esempio di come il capitallismo italiano di quegli anni fosse all’avanguardia nell’interpretare la contemporaneità. Per lei che ha vissuto quegli anni, dove pensa risiedesse l’eccezionalità di uomini come Lupo ed Olivetti? Quale era il loro “segreto”?

L’atteggiamento intellettuale di Arrigo Olivetti fu a suo tempo un’eccezione. Mentre gli imprenditori pensavano ai propri interessi e mancavano leggi per la tutela dei lavoratori, Arrigo Olivetti, grande intellettuale ed eccezionale proprietario di un’azienda così importante, pensava che fosse molto importante il benessere di tutti. Quindi applicò un trattamento umano a tutti i suoi dipendenti, specialmente alle donne incinte.
Ad Ivrea tutti coloro che cercavano un lavoro, desideravano essere assunti alla Olivetti.

Gianlupo Osti, Direttore Generale dell’Italsider, era olivettiano, amava la cultura e il suo comportamento nei riguardi di operai e impiegati era diretto al benessere di tutti i dipendenti. Non si tratta di un “segreto”, ma di un atteggiamento mentale per cui esisteva il rispetto per ogni lavoratore dell’azienda.

Nella mostra a lei dedicata ed in generale nel leggere la sua biografia non si parla mai apertamente di rapporti con la politica. Ha mai subito censure? Come si rapportava con il “potere politico”?

Sono sempre stato di sinistra.

La figura dell’operaio di allora: da che cosa pensa che derivasse la profonda disponibilità nel costruire le vostre opere, la disponibilità a collaborare con delle figure, gli artisti, così differenti da loro? E voi, che cosa provavate a stare a contatto con queste persone? E poi, eravate davvero così differenti?

Ho scritto varie volte che io ho sempre considerato gli operai persone come me. Lavorando nelle officine dell’Italsider ho avuto modo di conoscere bene e diventare amico degli operai che collaboravano alla creazione delle mie opere in acciaio. Essi avevano molta creatività e intuivano sempre ciò che desideravo ottenere, capivano al volo ciò che si doveva fare. Eseguivano, con passione, quello che io desideravo e che ovviamente loro sapevano fare e io no.
Eravamo differenti nel mestiere, non nell’intelligenza.

Crede che oggi ci sia ancora spazio per una sperimentazione come quella che la vide protagonista a cavallo tra i ’50 ed i ’60? C’è qualche figura imprenditoriale che pensa potrebbe raccogliere la “sfida alla contemporaneità” lanciata a suo tempo da persone del calibro di Lupo ed Olivetti?
No.

Piombino faceva parte del gruppo Italsider, ed è ancora oggi una città largamente legata al suo passato di centro industriale, con una comunità che fatica a svincolarsi da ciò che è stata e che non riesce in maniera sana ad “uccidere il padre”. Lei ha mai lavorato a Piombino? Se sì, che ricordi ne ha?

Nell’officina Italsider di Piombino fu destinata Beverly Pepper a creare la sua scultura. Io non sono mai stato nell’officina di Piombino, stavo a Genova dove frequentavo l’officina dell’Italsider a Cornigliano.

Non so se ha seguito gli ultimi sviluppi industriali di Piombino, con l’attività passata dal gruppo russo Severstal al gruppo algerino Cevital dopo mesi di trattative e di difficoltà. Se di nuovo la assumessero oggi in qualità di direttore artistico, che consigli si sentirebbe di dare al nuovo “padrone” delle acciaierie piombinesi?

Nessuno mi assumerebbe oggi.

Nessuno la assumerebbe oggi, già, ma stia tranquillo, sig. Carmi, si troverebbe comunque in ottima compagnia.

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