Che pene. L’inizio

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Dopo un lungo periodo d’insonnia, le tanto agognate ferie erano arrivate e lei era giunta con tutti i suoi, in un giorno di sole, al bellissimo campeggio sul mare, in Istria. In cima a una collina, ecco una casetta di legno nuova nuova: dentro pulita, luminosa, azzurra, allegra. E fuori, un portico di legno affacciato sul verde, sotto pini longevi. Abbastanza vicino ad altre casette dipinte di varie tonalità di azzurro, ma abbastanza lontano dai rumorosi vicini olandesi, tedeschi, francesi, danesi, croati, serbi e, ai più rari, italiani. Comunque, la piccola dimora era in cima a una salita, che in senso inverso era una discesa, verso gli scogli, vicino a minuscole spiagge ghiaiose e al mare. Una sistemazione perfetta, con un porticato, per mangiare, leggere, chiacchierare e rilassarsi in compagnia; con tre stanze, per dormire e sognare in pace. Finalmente.

Ma la pace non è di questa storia, forse di nessuna storia degna di questo nome. Perché se tutto fosse semplice, armonico e pacifico, cosa resterebbe da raccontare?

Di una donna che legge sotto un portico?

Di un uomo che sfoglia un settimanale?

Di una bimba che si tuffa con la maschera per vedere le lumachine fra gli scogli?

Di una ragazza che dorme sotto il sole, con le cuffiette, mentre ascolta musica in santa pace?

La prima notte in quel posto aveva portato un buon sonno ristoratore. La prima giornata in quel posto aveva portato relax e armonia. La sera era arrivata in fretta e aveva portato una cena in paese, fra gli scogli. Ottimo cibo e allegria. E nuovamente, un’altra notte, durante la quale lei aveva dormito profondamente, e tanto sognato. Il fratello bambino, casa di casa, la lavastoviglie, un’amica lontana che presto avrebbe compiuto gli anni, altri amici della gioventù che ridevano e facevano battute come 25 anni prima, una coppia che si era lasciata, ma ora voleva rinunciare alla separazione, animali morbidi e docili sotto il portico, quel portico che esisteva davvero ed era lì, fuori dalla stanza in cui stava dormendo così bene, col marito. Poi, alle prime luci del giorno, percepite fra gli spiragli delle doghe della porta finestra, si rese conto non si era mai svegliata durante la notte per andare in bagno, come regolarmente negli ultimi mesi.

Non era più addormentata, ma nemmeno completamente sveglia. Quello che le passava per la testa non erano ancora pensieri di senso compiuto. Si trovava in quello stato in cui non sai se ancora sogni, se immagini, se speri, se temi.

Il limbo che precede il giorno che verrà.
E così si alzò solo quando non ne poteva più, per entrare nel bagno della stanza matrimoniale, luogo destinato solo a lei e al marito per quei pochi giorni. Un bagno praticamente tutto per sé, cosa che tanto le sarebbe piaciuto avere anche a casa. E fu allora che accadde la cosa terribile. Anzi era già accaduta, nella notte. Ma fu solo in quel momento che se ne accorse. La vescica aveva bisogno di svuotarsi e si sedette inconsapevolmente sul water.

E allora vide sul pube, un po’ più in alto, leggermente sposato verso destra, una cosa molle, della forma e dimensione di un dito pollice maschile, senza ossa e unghie però. Le uscì istintivamente un urlo sordo, come un conato di vomito, un singhiozzo rauco.
Perché mentre dormiva le era spuntato un pene. Un pene orribile, che mai avrebbe voluto avere per tutto l’oro del mondo. Si tappò subito la bocca, non voleva svegliare tutti, ed entrò in panico.

Come era possibile?

Voleva morire. No, era “quello” che doveva cessare di esistere. Avrebbe voluto strapparselo, quel coso moscio e inutile sul suo corpo. Anzi no, voleva tornare a dormire e certamente, più tardi si sarebbe svegliata e avrebbe capito che si trattava di un brutto sogno. Certo era difficile mantenere un barlume di lucidità. Non aveva mai sentito parlare di fatti del genere. Sì raccontò una serie di informazioni come se stesse ripetendo una lezioncina di scienze per la scuola:
“Il corpo umano può generare escrescenze di grasso o tessuto, brufoli o cisti, calcificazioni nelle ossa, le donne possono avere gravidanze extra uterine. Purtroppo possono essere prodotte cellule tumorali o malattie autoimmuni. Ma di un pene che spunti in una notte non se ne è mai fatta menzione nei libri di studio”. Per lo meno per quanto ne sapeva lei. La sua parte illuminata, spesso dominante, tardava a farsi sentire.

Oltre la porta, certamente ancora coricato, richiamato dall’urlo sordo, ma udibile, il marito chiedeva se andasse tutto bene. Gli rispose che aveva un brutto mal di pancia. Fuori iniziava a piovere, poteva sentire il ticchettio sul tetto di legno.

Il tempo stava cambiando, sembrava che anche il mondo stesse diventando più difficile, come per lei e per il suo nuovo corpo.

“Dormi, dormi, appena mi passa ti raggiungo. Inizia a piovere. Non c’è fretta di alzarsi e svegliare le ragazze”. Udì se stessa dire queste frasi rassicuranti. Pensò fosse un bene, credette che il cervello avesse ripreso il possesso della situazione. Forse. Comunque non completamente. Doveva riflettere e provare a risolvere tutto. Perché la scusa del mal di pancia poteva funzionare per un po’, forse per tutto il giorno. Ma non per sempre. Con tutta quella pioggia, i suoi non si sarebbero allontananti. Le veniva da piangere. Come al solito. Anche se nella sua mente iniziò a risuonare una vecchia canzone il cui ritornello in inglese ricordava che i ragazzi non piangono. Era ancora indubbiamente donna, nel volto, nella parte superiore del busto eppure la coscienza di avere un pene, che tentava di influenzare i suoi gusti, anche musicali, era un caso che trovava inaccettabile.
Per procedere a un’analisi scientifica della situazione decise di toccare con mano il proprio corpo, nelle parti intime. Ma non riuscì a fare a meno di agire come quando un insetto entrava in casa e lei doveva catturarlo. Prendeva della carta igienica per non toccarlo, lo copriva, lo schiacciava un pochino, poi lo gettava nel water e tirava l’acqua. Ora il suo nuovo organo sembrava più un invertebrato che un insetto, ma certo non voleva posare le sue mani direttamente su di esso. Agì proprio come se quel coso penoso non fosse attaccato a lei. Le faceva ribrezzo, non ci voleva aver niente a che fare a mani nude. Eppure era lì ed era parte di lei. Ogni volta che avesse avuto necessità, doveva scendere a patti con la novità che da quel momento poteva fare la pipì stando in piedi. Ritrasse la presa, gettò solo la carta, non potendo fare altro. Tirò su mutandine e pigiama. Abbassò lo sguardo. La protuberanza si notava di brutto.

Doveva pensare qualcosa, in fretta, per potere uscire di lì ed essere giustificata a voler rimanere sola. Difficilissimo, in un giorno di vacanza con la famiglia, in una casetta anche accogliente, ma piccina, mentre era arrivato il cattivo tempo, in un campeggio sul mare. E non poteva tornare a letto col marito. Che sarebbe successo se si fossero abbracciati, come ogni mattino, quando si davano la carica e il calore per iniziare una nuova giornata? Orrore. Perché non poteva ignorare il fatto che, l’essere collegato alle vie urinarie non era l’unica funzione di un pene.
Si sentì un mostro e sperò di non avere mai un’erezione. Ma vedeva che l’organo neonato viveva di vita propria. Doveva prendere in considerazione il fatto che l’eccitazione sessuale di un organo maschile poteva essere non gestibile dal suo cervello femminile. Studiò il piano. Prima di tutto avrebbe detto che inaspettatamente si era ritrovata a essere indisposta, con fitte addominali molto dolorose. Sarebbe stata giustificata per la necessità di andare al supermercato con la scusa di acquistare assorbenti, e poi sarebbe stato normale che, nell’arco della giornata, lei avesse passato molto tempo a letto e che desiderasse andare in bagno spesso.

Pensò di acquistare quei pannoloni da anziano incontinente col pretesto di un flusso molto copioso. Così sarebbe stata coperta fino all’ombelico e nessuno avrebbe notato nulla.
E poi doveva andare in infermeria, da sola, assolutamente. Immediatamente questa opzione le sembrò stupida. Non stupida in sé, ma perché non percorribile. Non aveva la forza di portarla avanti. Anche se fosse stata a casa, e avesse potuto parlare in italiano, avrebbe trovato difficoltoso spiegare cosa le era capitato. Chi avrebbe il coraggio di presentarsi al Pronto Soccorso e raccontare che così, senza motivo, in una notte tranquilla, le era spuntato un pene? Non lei, non la persona che era sempre stata fino a quella mattina. Era vero che lì non la conosceva nessuno, ma mostrare un proprio pene, pur se fresco di giornata, a un medico croato che parlava poco o niente l’italiano, non rientrava nelle sue abilità. Cercò mentalmente i vocaboli in inglese. Non le veniva in mente nulla se non “What a shame, what a shame”… Vergogna, vergogna assoluta. Una tristezza tutta femminile si impossessò di lei. Per la cronaca, era comunque contenta di capire che quell’organo maschile non aveva alterato in toto la sua emotività e nemmeno i suoi standard di ragionamento. Anzi le venne subito in mente un esempio rappresentativo dell’evento, nello stile vera donna di casa, tratto dalla sua vita quotidiana. Le sembrava che quell’aggeggio fosse come le etichette sui barattoli di vetro del tonno o della marmellata che in lavastoviglie si staccano, per via dell’acqua calda e che si attaccano sul qualche altra superficie di vetro o ceramica. Una tazza, un bicchiere o un piatto. L’effetto che ne risulta è nullo, perché è ovvio che quell’etichetta non c’entri niente con l’oggetto su cui si è posata. E certamente non ne cambia la funzione: nessuno crederà di trovare tonno o marmellata in quella tazza o bicchiere o piatto su cui si è fissata l’etichetta proveniente da un barattolo di vetro. Basterà staccarla e buttarla, e tutto sarà perfetto. Ecco così lei avrebbe voluto fare: staccare quel corpo estraneo e buttarlo. Desiderava solo strapparsi di dosso quel pene, prima che qualcuno potesse recepire un messaggio sbagliato. La sua funzione di essere vivente femminile le pareva inalterata. E doveva rimanere inalterata. Lei voleva e doveva essere una donna, madre e soprattutto moglie, senza quella nuova etichetta penosa.

Ormai era in bagno da un sacco di tempo. Si trovava da circa un’oretta in quel piccolo spazio senza bidè, dalle bianche piastrelle linde e dal pavimento di legno sbiancato, con una doccia dal getto potente e rilassante. Fra cercare un medico e lavarsi, non ebbe dubbi. Decise che però, prima della doccia sarebbe andata al supermaket del campeggio e solo in seguito si sarebbe lavata e vestita.
Aprì piano piano la porta e sentì il marito russare.
In silenzio uscì dalla stanza e controllò la cameretta di fronte: anche le ragazze dormivano. Si mise una tuta e un giubbotto sopra il pigiama. Prese soldi, chiavi, ombrello e telefonino. Anche nelle casette dei vicini tutto taceva.

Scese verso il mare, il supermercato era lì, vicino anche all’infermeria. La giornata era veramente uggiosa, il cielo, le piccole insenature sabbiose, gli scogli, l’acqua, sembrava tutto dello stesso colore, quello del suo umore: plumbeo. Tutto era grigio e lacrimevole. Nelle verande di alcuni camper e roulotte qualcuno con stivali di gomma e cerate guardava verso l’orizzonte cercando di scorgere un presagio di miglioramento. Non c’era. Nessuna speranza.
Nel negozio faticò a trovare quello che cercava. Ampia scelta di marche di birra da tutta Europa, di carne ed affettati affumicati puzzolenti e di prodotti da forno profumati. Si consolò: anche con il suo nuovo accessorio maschile di carne umana, i gusti in fatto di cibo e bevande non erano cambiati, per lo meno non alle 8,30 di mattina. Magari verso le 17 si sarebbe trasformata in un novello crucco tutto birra e wurstel. La birra comunque non le era mai dispiaciuta, anzi. Non c’era nessuno cui chiedere una mano per trovare gli assorbenti, neanche un cliente che parlasse una lingua a lei comprensibile. Niente personale di vendita fra le scansie, solo una cassiera che non si esprimeva né in italiano né in inglese. L’unica cosa chiara e condivisa fu che non accettava Euro. Tutto remava contro. Si incamminò in salita, sotto la pioggia battente, verso la reception, dove si potevano cambiare gli Euro in Kune.

Intanto nella casetta i famigliari si stavano svegliando. La minore delle figlie, dopo aver ripetutamente chiamato “Mamma”, dopo averla cercata fuori, nel portico e dopo aver appurato che nemmeno il padre sapeva dove si trovasse, le telefonò. Le chiese come stava, dato che le era stato spiegato che la madre aveva passato in bagno un sacco di tempo per un brutto e non meglio specificato mal di pancia, poi era uscita in silenzio. La mamma, però, quando aveva visto il nome della piccola sul display, aveva titubato prima di rispondere, come se stesse facendo qualcosa di immorale o illegale. Si disse che in fondo stava solo cercando di cambiare del denaro per comprarsi dei pannoloni. L’altra cosa, quella misteriosa, quella da occultare, non era una sua scelta. Ma era più forte di lei, si sentiva male e a disagio.

Fra il freddo, l’umido e lo schifo il mal di stomaco stava arrivando veramente.
La figlioletta ignara fu felice di sentire che la mamma stava meglio, stava andando a cambiare i soldi e poi sarebbe passata dal supermercato per comprare alcune cose che aveva dimenticato di portare da casa. La liquidò con la promessa di acquistare cibo buono e caldo per la colazione. Si procurò le Kune e fece acquisti: tutto per l’incontinente adulto, garze e cerotti per schiacciare il coso, latte fresco, krapfen e brioche. Controllò gli orari dell’infermeria. Tutti i giorni. dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 17. Per urgenze, si consigliava di chiamare la guardia medica, disponibile H24 a pagamento. Aveva tutto il tempo di farsi la doccia e decidere se andare, e, nel caso, cosa dire. E soprattutto come comportarsi con i famigliari, in particolare col marito, prima che si accorgesse che non era più lei. Perché in quel momento aveva qualcosa in più e quel di più era certamente sgradito.
La pioggia non cessava di cadere, il mare era sempre piatto e la salita verso la casetta ancora più impegnativa, con il peso degli acquisti, con l’ingombro dell’ombrello, con il famigerato corpo estraneo e indesiderato ad altezza dell’appendice.
La testa frullava e frullava, come un passerotto in gabbia che non trova l’uscita. Era proprio vero: anche se tentava di alzarsi in volo col pensiero e muoversi nelle direzioni permesse, alla fine non faceva che sbattere di qua e di là senza riuscire a uscirne.

Fine della prima parte.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Chi lo ha scritto

marina

Marina Marinda Flamigni. Donna, con occhiali e rughe d’espressione, sorriso verso il mondo e cervello in fuga da fermo. Mi interessa tutto e non mi intendo specificamente di nulla. Ho lavorato in comunità per tossicodipendenti e ho letto tutto "Infinite Jest". Maneggio male la realtà ma provo a gestirla scrivendoci sopra.

Perché non lasci qualcosa di scritto?

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *