Che pene. Il finale

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Mentre preparavano la tavola sotto il portico per la colazione, gli ignari parenti cercavano di capire come passare la giornata, perché erano solo le 9,30 del mattino e già sembrava di essere precipitati in quelle domeniche pomeriggio di novembre, quando piove, non c’è niente da fare e alla televisione non trasmettono nulla di interessante. Le ragazze parlavano con aria complice della mamma, perché avevano deciso che poteva trattarsi di cose da femmine. Anche la figlia minore ormai era in un’età durante la quale ogni giorno poteva essere quello in cui sarebbe diventata una signorina, come le diceva sempre la nonna. E sapevano che niente aveva mai impedito a loro madre di fare la sua vita anche in certi giorni. Era un tipo di problema che rassicurava.

Anche la mamma, che stava preparando un discorso credibile per tutti, era consapevole che la scusa del flusso copioso non avrebbe funzionato. Se il tempo fosse stato anche solo come il giorno precedente, il fatto di non mettersi in costume e restare al fresco coricata poteva avere senso. Ma così, di fronte ad una gita in una città vicina, a vedere anfiteatro e ruderi romani, abbazie e fortezze… Doveva realmente fingere di stare male. Ma non tanto male da indurre il marito a preoccuparsi nel lasciarla sola e incustodita.
Man mano che si avvicinava studiava il da farsi. Purtroppo era una pessima attrice e una bugiarda da due lire: le si leggeva in faccia se stava bene o male.

Quando però, mentre rifletteva, la mano mollò la spesa in modo sgraziato e andò istintivamente a sistemare il coso, compiendo quel gesto sistema pacco che detestava e che aveva visto fare un sacco di volte a uomini sconosciuti, anche in fila al bar per un caffè o in spiaggia, ci fu poco da fingere. Il battito cardiaco accelerò, il magone si sciolse in pianto e i conati non tardarono ad arrivare. In lei era in corso una lotta intestina e non sapeva come fare. Raccolse la busta e corse fino al portico. Salutò a malapena, fiondandosi in bagno.

Liberarsi di quello che aveva sullo stomaco non fu una messinscena.
Le richieste di informazioni e le offerte di aiuto la resero più tranquilla. Li aveva certo convinti che stava male al punto da non poter andare in gita ma non così tanto male da necessitare di essere accudita. Partirono. E lei tornò nel bagno. Finalmente entrò nella doccia bollente alla ricerca di pace e idee.
Si strofinò accuratamente ogni parte del corpo, anche quella spuntata nella notte, cercando altri segni della propria metamorfosi. Ma non ce ne erano. Il seno era sempre piccolo, ma identico, la peluria, scarsa per via dell’età, non risultava alterata, il viso allo specchio era esattamente come la sera prima. Niente barba. Era sempre lei, solo con un accessorio in più. E il suo cervello continuava a ragionare come sempre, solo con qualche sprazzo di mascolinità, che non guastava. Era arrivata alla conclusione che non le importava il come o il perché le fosse spuntato quel pene, voleva solo eliminarlo. E siccome le sue strategie derivavano dalle sue esperienze tutte femminili, decise che poteva trattarlo come il cordone ombelicale dei bebè. Alle sue figlie era caduto senza problemi, detergendolo con alcool, si era seccato in fretta e si era staccato da solo.

Al supermarket aveva acquistato l’occorrente. Con il filo interdentale strinse l’attaccatura stretta stretta, per far si che circolasse meno sangue possibile. Una volta cosparso di alcool copiosamente, lo avvolse nella garza, per stringerlo e ridurlo di dimensione, nella speranza che si atrofizzasse e cadesse da solo. In questo modo sembrava un dito fratturato. Lo fissò al proprio ventre con del cerotto e indossò il pannolone, si vestì e si mise a letto. Beh, poteva essere una soluzione, ma certo il risultato avrebbe tardato ad arrivare. Non sarebbe caduto in una giornata, forse nemmeno in un mese. Non era così esperta. Cercò di rilassarsi, al buio, provando ad ascoltare il suo corpo e la sua mente. Provò solo panico, angoscia e impotenza. Cominciò a pensare che un infarto poteva essere un’ottima soluzione. Però, se era capace di indursi il vomito, non sapeva proprio come farsi scoppiare il cuore. Eppure quante volte aveva usato questa espressione così carica di emotività femminile.

Ora che una quota maschile si era così apertamente manifestata in lei, doveva volgere la cosa a proprio vantaggio. Aveva sempre pensato che la maggior parte degli uomini agisse d’istinto e che fosse stimolata nella ricerca delle risposte più dal proprio organo sessuale che dal proprio cervello. Certo anche questo suo era uno stereotipo e aveva la riprova che non tutti erano così. Però non sapendo da dove venisse fuori il suo pene, auspicò che fosse uno di quegli organi che scatena tempeste ormonali ingestibili e che da quel pezzo di carne uscisse un’idea che in altre occasioni lei non avrebbe mai potuto accettare apertamente. Che cosa farebbe un maschio padrone di sé, ma succube dei propri ormoni, di fronte ad una situazione così disturbante e ingestibile? Gli dichiarerebbe guerra e cercherebbe di vincere.
Bene appurato questo, oltre non riusciva ad andare con quel pezzo di carne nuovo, compresso e appiccicato al proprio ventre. Che cosa significa vincere in una situazione del genere e come si ottiene il miglior risultato? E soprattutto in cosa consisteva far la guerra a una parte di sé, a quel piccolo Davide minaccioso? Lei non si sentiva affatto un Golia, se pur decisamente molto grande rispetto all’appena spuntato pene. E, volendo, quel cosetto non era nemmeno tanto minaccioso, se ne stava lì buono buono. Ma esisteva e il solo fatto che ci fosse, le faceva martellare in testa questo inciso: “Non puoi ignorarmi.”
In effetti come ignorarlo, anche così, stesa, al buio, in una terra straniera, lasciata sola e libera di dedicarsi solo a questo problema? E soprattutto erano passate già almeno 2 o 3 ore dalla scoperta e di nuovo aveva bisogno di andare in bagno.

Non c’era da meravigliarsi: che la rabbia e lo sconforto salissero e con essi lo stimolo a far pipì non era una novità. La sua parte femminile non soccombeva. La soluzione fu chiara.
“Basta tergiversare, io me lo taglio. Sì, ti taglio, schifoso essere!”
Tagliare con questa novità.
Tagliare con il modo nuovo di far pipì.
Tagliare con la mediazione e l’attesa tutta femminile.
Le sue contraddizioni vennero a galla. Perché sì, lo voleva tagliare, ma non aveva nessun coraggio. Da sola non riusciva nemmeno a farsi la ceretta all’inguine perché al primo dolore desisteva. Figurarsi se poteva anche solo pensare di amputarsi volontariamente un organo vivo, pieno di capillari. Intanto si alzò, entrò per l’ennesima volta in bagno, tolse tutto l’ambaradan del bendaggio, fece quel che doveva e tirò un sospiro di sollievo.
Era mezzogiorno, non pioveva più, mancava un’ora alla chiusura dell’infermeria. Mezzogiorno di fuoco, avrebbe agito con determinazione, come se lei stessa fosse una sintesi fra Clint Eastwood e Lorena Bobbit, la tristemente famosa donna americana che aveva evirato il compagno fedifrago e gettato il suo pene dal finestrino dell’auto su di una rampa dell’autostrada.

Pensò che avrebbe proseguito in maniera organizzata.
Primo, andare al baretto vicino al supermarket e prendere un bel Mojito con tanto ghiaccio.
Secondo, dopo averlo bevuto tutto d’un fiato, mettere i cubetti in una busta di plastica.
Come terza cosa, nei bagni del baretto, avrebbe infilato il suo piccolo pene moscio nel sacchetto col ghiaccio e avrebbe chiuso il tutto per bene, con un elastico, molto, molto stretto.
E in effetti così fece, senza nessun problema. I cubetti gelati bruciavano sulla carne debole. Il freddo rattrappì ulteriormente e molto in fretta il piccolo sesso inerte. L’ottimo mojito, molto forte, le aveva scaldato il cuore. La lieve ebrezza alcolica le dava coraggio. Le veniva quasi da ridere.
Ma ahimè, alla fase quattro non era preparata. Si era portata un coltello da cucina che aveva trovato nella casetta: doveva solo sistemarsi vicino alla ciambella del water, e tac, con un unico gesto tremendo, tagliare in un colpo solo il sacchetto e il pene ghiacciato. Tutto sarebbe finito nel water. L’idea della busta di plastica era figlia della sua sfera femminile e casalinga: non voleva sporcare di sangue l’angusta toilette croata. Dopo avrebbe dovuto accelerare per passare alla fase cinque: di corsa in infermeria, prima della chiusura per farsi mettere dei punti di sutura e fermare l’emorragia. Senza dare tante spiegazioni, lì poteva ricevere un soccorso immediato. E finalmente avrebbe concluso con la fase sei: farsi trovare a letto addormentata. A questo puntava. Ma chiusa nel piccolo cesso umido, col coltello in mano e l’organo ibernato nel sacchetto, rimase paralizzata. Non riusciva a decidersi.
Tagliare?
Uscire, facendo finta di niente?
Andare in infermeria e lasciar fare a medici o infermieri?
Scappare dal campeggio e non farsi trovare mai più da nessuno? Non c’era via d’uscita, solo lacrime e disperazione.
Il vortice di pensieri fu interrotto dall’esterno. Iniziarono a bussare con foga, in fondo lei si era chiusa nell’unica toilette dell’unico bar aperto, in quella triste giornata d’autunno in anticipo sulla stagione. Oltre la debole porticina, una donna, stanca di bussare e aspettare, chiedeva cose in una lingua per lei incomprensibile. Croato, olandese, danese o chissà, non capiva comunque nemmeno una parola.
La crisi isterica esplose. Scoppiò a piangere, con urli e singhiozzi liberatori. Appoggiata alla porta con la schiena, il coltello in mano come nella peggiore tradizione di film horror, rispondeva urlando in italiano, che dovevano solo lasciarla in pace.

Invece il rumore all’esterno aumentava, qualcuno si era preoccupato di andare a cercare almeno una persona che sapesse la sua lingua, per capire perché una donna isterica si fosse barricata dentro l’unico luogo accessibile per fare pipì.
“Sie ist nur eine Italienerin”, qualcuno disse ridendo, per ingannare l’attesa. Già, per tutti quelli che si trovavano lì fuori, era semplicemente un’italiana, quindi come i propri connazionali, sempre pronta al dramma, quando per il resto del mondo si trattava solo di una farsa.
Lei voleva morire e loro ridevano. Guardò nel sacchetto e quel poco di ormone maschile emanato dal coso minuscolo fra i cubetti di ghiaccio, sembrò farle desiderare solo una riscossa.
“Sai che c’è? Ora esco e faccio fuori la Germania tutta e ogni singolo tedesco che si sia assiepato di fronte al cesso a ridere di me”.
“Tutto bene lì dentro? Eravamo al supermarket e ci han detto che cercavano italiani per capire cosa stesse succedendo nel bagno del bar e perché la signora all’interno stesse dando di matto… “.
Lei non intendeva spalancare l’uscio, ma avrebbe voluto aprirsi, anche a un’estranea, dire che niente andava bene, che un organo genitale maschile le era cresciuto nella notte e che da quel momento aveva perso di vista cosa fosse bene e cosa invece male, che un misto di sbalzi ormonali antitetici si erano impossessarsi di lei, sentiva il peggio dell’essere donna e dell’essere uomo, che stava cercando di evirarsi e tornare a vivere come prima. Sì, avrebbe voluto esprimersi a gran voce, ma tacque, sperando che cercassero di sfondare la porta, portandola a svenire o a ferirsi a morte nella colluttazione. In tutto quel tempo nel cesso aveva completamente rimosso che presto sarebbe arrivata la sua famiglia dalla gita. Non trovandola nella casetta, i suoi avrebbero certamente pensato di cercarla in infermeria. Strano, anzi, che non l’avessero ancora chiamata al cellulare.
Mentre andava in panico, col terrore che arrivassero il marito e le figlie, si accasciò sul pavimento schifoso, mollò il coltello e chiese di far venire lì il personale dell’infermeria. Si sentiva così male che non riusciva nemmeno ad alzarsi.
“Sono un medico”, disse la voce femminile italiana, col tono che le era capitato di udire quando, ricoverata all’ospedale, era passato il dottore in visita nelle camere piene di degenti. “Mi dica che tipo di problema ha.”
Prima di dire qualsiasi cosa e di liberarsi della penosa verità, volle accertarsi che nessun altro comprendesse l’italiano e volle sapere in quale specializzazione medica fosse competente quella persona che, con voce femminile e professionale, cercava di tranquillizzarla dall’altra parte della porta.
“Per la verità sono odontoiatra, e dubito che lei stia dando di matto per problemi di carie. Comunque, per ora, nessun altro, oltre me, capisce la nostra lingua. Non escludo, però, che qualcuno mi venga a cercare, se lei mi farà restare qui a lungo.”
“Non so come dirglielo… Per caso ha portato in vacanza anestetici, bisturi e l’occorrente per suturare? Perché vorrei tanto asportare un’orribile protuberanza che mi è spuntata nella notte.”.

Ecco era riuscita a dirlo, ma senza raccontare la verità, nascondendo l’informazione principale. E la dottoressa in vacanza naturalmente, visto che non aveva avuto tutte le indicazioni necessarie, le disse che non si era portata nessuno strumento di lavoro, le consigliava di tenersi la protuberanza fino al rientro a casa, dove certo avrebbero potuto fare indagini più approfondite e rimuoverla senza lasciare traccia. Il suo consiglio era di non rivolgersi all’infermeria del campeggio. Quindi la invitò a darsi una calmata e a uscire da quel bagno umido.
“Esco subito, ma prima faccia allontanare le persone. Invece lei rimanga. Anzi entri che le faccio vedere cosa è successo.”
Una aprì e l’altra entrò. All’una si era sciolto tutto il ghiaccio nel sacchetto, un pene rattrappito e gocciolante penzolava in una parte del basso ventre, dove solitamente poteva essere la cicatrice di un’appendicectomia. Per terra un coltello da cucina, comunque privo di sangue. All’altra sfuggì un risolino. La situazione era veramente surreale. Ma la dentista italiana era davvero una bella donna. Normalmente lei, la madre di famiglia, non lo avrebbe notato, ma successe l’impensato: mentre la parte femminile tremava disperata, la piccola zona maschile ebbe un accenno di eccitazione. Entrambe urlarono come se una biscia con un topo in bocca fosse strisciata fra le caviglie di entrambe.

L’isteria divenne contagiosa. Ma la dentista ben presto tornò in sé, messa a fuoco la situazione, decise che non poteva abbandonare in quell’orribile bagno la signora disperata con un pene neonato, ma già eccitabile.
“Senti secondo me dovresti ripartire subito, andare a casa, farti fare un’ecografia e capire perché questo coso si è sviluppato in te, proprio ora e in così poco tempo. Vorrai vederci chiaro, no? Ma hai mai sofferto di invidia del pene? Perché con un buon percorso psicanalitico magari risolvi senza chirurgia… Certo l’analisi è qualcosa di lungo, doloroso e costoso.”.
“Senta forse non le è chiara la situazione… “.
“Diamoci del tu, ti prego … Mi hai appena mostrato un pene, credo si sia una situazione abbastanza intima”.
“Non riesco a darle del tu, nonostante tutto. Non si dimenticano educazione e buone maniere di una vita, solo perché in una notte l’ormone maschile più becero ti entra in circolo… Ma le pare che io possa iniziare un percorso di anni per affrontare ‘sta cosa? Io la voglio risolvere ora. Subito, senza che i miei famigliari se ne accorgano. Avevo pensato di tagliarmelo e farmi ricucire in infermeria… Ma ormai si è fatta l’una, hanno chiuso… E io alterno stati di isteria tutta femminile a pulsioni da maschio standard… “.
“Cazzo, smetti di fare del vittimismo!”
La dentista, a conoscenza del caso da pochi minuti, era già esasperata.
“Ancora con ‘ste storie: maschio, femmina, ormone, isteria… Ma lo sai in quale anno vivi? Beh stai a sentire, in maniera razionale ed emotiva insieme. Ho studiato medicina: ti garantisco che casi del genere non si sono mai verificati, quanto meno non ne esiste traccia nella letteratura medica occidentale. Dal punto di vista chirurgico la cosa più simile alla soluzione del tuo problema è il cambio di sesso praticato dopo lunghi percorsi farmacologici ormonali e psicologici. La presenza di ermafroditi è rarissima. E nelle evirazioni per incidente non far morire il paziente dissanguato è una chimera. Ti pare che qui, nell’infermeria di un camping, per quanto a 4 stelle, in Croazia, dove, oltre a non parlare la tua lingua, i medici saranno alle prime armi, senza una reale specializzazione chirurgica, riescano a salvarti in 5 minuti? E poi quello che vedi, per quanto disgustoso e per te meritevole di essere amputato, a quali organi interni è collegato? Come funzionerebbero poi le tue vie urinarie e il tuo sistema riproduttivo? Ragiona. Ti serve un’indagine medica, un’ecografia, una diagnosi, prima di una soluzione. E quindi la prima mossa è: parlane con tuo marito. Tornatene in Italia il prima possibile e vai dritta al primo pronto soccorso che incontri sul tuo cammino. Trieste mi pare possa essere già un buon posto.”.

Silenzio. Era chiaro non l’aveva minimamente ascoltata. Era la sua tecnica al cospetto di persone, eventi o parole sgradite. Piangeva senza ritegno.
La famiglia, rientrata dalla gita iniziò a chiamarla sul cellulare con insistenza. Ovviamente lei, non rispondeva e con un gesto rabbioso, passò il telefonino alla sconosciuta che però sembrava più incapace di lei di gestire la situazione.
“Glielo dica, glielo dica lei, a mio marito…”.
“Pronto chi parla?”
La dentista sembrava essere tornata indietro nel tempo, a 30 anni prima, quando il telefono in bachelite, con la cornetta e il disco erano la maniera standard di contattare le persone.
“No, tu chi sei? Perché hai il telefono di mia mamma?”
Già, la mamma, dentro il bagno faceva segno di no con il dito alla sconosciuta.
No, con la figlia minore non voleva certo parlare… Intanto, però dall’altra parte, si sentiva urlare l’unico vero uomo della storia: “Con chi parli? Chi ha il telefono di tua mamma? Dammi subito il cellulare… Sbrigati… Ehi, che succede? Chi parla lo dico io.”
La dottoressa fece per passare il telefono alla legittima proprietaria, che però non ne voleva sapere… Si sentiva il marito urlare dall’altro capo, la moglie faceva “No, no” con la testa senza proferire parola. La mediatrice dentista invece faceva “Sì, sì”, muovendo il capo lentamente ma con convinzione. La situazione non si sbloccava e in questo tira e molla, la prima a perdere la pazienza fu l’unica che non c’entrava nulla. “Insomma, prendi il telefono e rispondi a tuo marito!”
“No, no, non ci parlo con lui, non parlo con nessuno… “.
“Diglielo subito o parlo io.”
Silenzio. Pianto. Pioggia. Rabbia.
“Senta, siamo nel bagno del baretto sul mare, vicino all’infermeria. Venga subito, sua moglie ha dato di matto. Quando verrà, capirà. Non porti le figlie, a sua moglie non farebbe piacere.”.
“Me la passi subito! Si può sapere perché è con lei?”
“Intanto venga qua, e io cerco di convincere ‘sta pazza a risponderle! Non c’entro niente e non vedo l’ora di andarmene di togliermi di mezzo”. “E tu, tieni il tuo cazzo di telefono, deficiente, e fammi uscire da ‘sto cesso.”
Al cambio di tono, la donna asserragliata nel bagnato reagì con una grinta di cui non si credeva capace: buttò il telefono nel water, raccolse il coltello, spinse la dentista contro il muro, aprì la porta e se la diede a gambe levate in direzione dell’infermeria, pensando di prendere medici e infermieri in ostaggio e di obbligarli a un’evirazione immediata.
Fuori dall’infermeria, però vide il marito con un’espressione che conosceva bene: quella dei giorni peggiori quando la preoccupazione faceva spazio alla necessità di sfogarsi con rabbia. Ma adesso ce l’aveva lei il coltello dalla parte del manico. Peccato che la postazione di comando nel suo cervello fosse vacante. Il suo cuore di moglie la voleva far correre fra le braccia del marito per essere rassicurata, ma il suo stato alterato temeva questo abbraccio più di ogni cosa. Intanto alle sue spalle la dentista nel baretto sulla spiaggia urlava in italiano e in inglese di chiamare la sicurezza e bloccare la donna armata di un coltello.

Si sentì in trappola. Era troppo. Sarebbe stato troppo per chiunque.
Cosa scegliere?
Affrontare il marito?
Farsi prendere dalla sicurezza?
C’era una terza opzione?
Se sì, quale?
Si era resa conto che mai, nemmeno per un minuto, per tutto il tempo in quella mattinata assurda, si era chiesta cosa voleva lei, cosa fosse meglio per sé, per la sua emotività e per la sua salute. E ora che il tempo scorreva veloce e che il momento di prendere una decisione era arrivato, capì che lei non era in grado. Non aveva abbastanza freddezza né distacco. Aveva un pene di troppo e troppo poco coraggio.

L’ansia aguzzò l’ingegnò. Non trovava le parole, non conosceva la lingua del posto. Doveva trovare qualcosa di semplice, immediato, chiaro. Per farsi capire ci voleva un gesto. E così si spogliò completamente. Si levò tutto, biancheria compresa. Offrendosi in una totale nudità, avrebbe reso evidente a tutti quale era la causa della sua follia: il suo corpo, il suo cuore e la sua mente non potevano contenere anche un pene. Ma di fatto c’era, il che smentiva l’impossibilità della cosa.
Nuda, piena di vergogna, sotto la pioggia fredda che ricominciava a cadere, di fronte al marito, di fronte a sconosciuti di nazioni europee dalle lingue più o meno incomprensibili, capì cosa doveva fare.
E scelse il mare.
Al grido di “Non ce la faccio!”, corse verso gli scogli, tagliandosi i piedi, tremando dal freddo, si tuffò in acqua e iniziò a nuotare forsennatamente verso l’ignoto. Non le piaceva per niente. Ma non tornò indietro. Anche se non ne era propriamente consapevole, sapeva che c’erano numerose isolette a largo del campeggio. Immaginò che non si sarebbe fermata finché non ne avesse raggiunta una. Anche se non era molto presente a se stessa, fu proprio così che fece.

La Guardia Costiera la raccolse dopo meno di un’ora. Visto la terribile giornata era stremata, piena di ferite sulle piante dei piedi, mezza assiderata, livida, muta e senza energia. Avvolta in una coperta termica, fu riportata a terra. Sul molo del paese l’aspettavano le figlie e il marito, con l’auto di famiglia già in moto, pronta a riportarla in Italia. Verso la salvezza.
La guida tranquilla del marito la fece sentire al sicuro. Fuori dal finestrino il grigio del cielo stava lentamente volgendo all’azzurro, un vento dal mare increspava la superficie dell’acqua spingendo le nuvole verso est. Loro andavano a velocità di crociera dalla parte opposta. Il percorso le diede il tempo di far emergere immagini lontane.

Si ricordò del proprio fratello che, a 4 o 5 anni, dopo la doccia, entrava nella sua stanza e aprendo l’accappatoio giallo uovo, pronunciava queste profetiche parole: “Non saprai mai quanto è bello scuotere la coda mentre si balla nudi!!”

Lei, con i suoi 7 o 8 anni ci restava male ogni volta, perché sì, credeva che quella fosse l’unica cosa bella della vita che a lei fosse preclusa. Ora che le era stata data la possibilità di vivere proprio quella magnifica esperienza, non aveva approfittato dell’opportunità: nessun ballo nuda, nessuna scossa, niente di impossibile fino a 12 ore prima, come infilare il pene da qualche parte, anche solo dentro la propria mano, per vedere quali fossero le conseguenze del gesto…
Non aveva avuto nessun desiderio di sperimentare. La sola presenza di quell’organo aveva trasformato la sua vita in qualcosa che le faceva ribrezzo. Dal momento in cui si era svegliata col nuovo accessorio, non aveva pensato ad altro che a tagliarselo, a farlo scomparire, era pronta anche a morire per questo. Avevo opposto alla realtà solo gesti di negazione. Sperava di non rimpiangere questi no che aveva detto a priori. Perché una volta che il suo corpo fosse tornato alla normalità, veramente non avrebbe mai più potuto compiere certi gesti e provare certe sensazioni. Questa idea, però, le dava un gran conforto.

Viaggiare verso la soluzione le dava pace e chiarezza. Quando videro l’ingresso del pronto soccorso dell’ospedale di Trieste, si sentì approdata a casa, sana e salva. Il marito parcheggiò vicino alle ambulanze e subito il personale si avvicinò facendola sdraiare su di una barella. Ad accoglierla c’era un’intera equipe medica fra il preoccupato e il curioso. Ma ebbe un guizzo di mascolinità, chiese a tutti di essere lasciata sola, si alzò e, dopo essersi nascosta dietro l’angolo, vicino al muro, fece la pipì, stando in piedi sulle gambe mal ferme, con l’aria fresca del tardo pomeriggio di un giorno piovoso d’estate che le dava i brividi. Era notevolmente comodo. “Bello, ma basta”. Precisò a se stessa. Tornò alla barella e si consegnò alla medicina. La portarono di corsa a fare una Tac.

L’esito fu chiaro: lei stessa aveva generato quel piccolo organo maschile negli ultimi anni, forse per via di cibi geneticamente modificati, forse qualche cellula di un embrione di una gravidanza extra-uterina che non era stata rimossa completamente o addirittura un gemello siamese, che lei aveva fagocitato involontariamente sin dai tempi in cui si era sviluppata nel ventre di sua madre, ma che ora stava cercando di prendersi una rivincita. Tutte spiegazioni scientifiche plausibili, di cui a lei, però, non importava nulla. Che importa il perché, se l’unica cosa che ti interessa è il come risolvere in fretta. Le cause le lasciava a dotti, medici e sapienti, affinché rimuovessero il problema.

Quando poi le proposero una lauta ricompensa per offrire il proprio corpo alla ricerca medica per scopi scientifici, declinò. Rispose semplicemente che era pronta a un intervento di amputazione immediato e che il pene rimosso potevano tenerlo e studiarlo quanto volevano.
E mentre la spingevano in barella verso la sala operatoria, pensò che l’anestesia totale fosse una cosa meravigliosa.

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Chi lo ha scritto

marina

Marina Marinda Flamigni. Donna, con occhiali e rughe d’espressione, sorriso verso il mondo e cervello in fuga da fermo. Mi interessa tutto e non mi intendo specificamente di nulla. Ho lavorato in comunità per tossicodipendenti e ho letto tutto "Infinite Jest". Maneggio male la realtà ma provo a gestirla scrivendoci sopra.

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio

    Un racconto davvero avvincente. Una donna che, suo malgrado, si trova a dover gestire una novità assolutamente impensabile. Complimenti.

    Rispondi

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