Aveva sognato un cielo stellato

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Aveva sognato un cielo stellato. Aveva immaginato che da qualche parte, in quel mondo diverso, ci fosse uno spazio caldo, silenzioso e accogliente, illuminato dagli astri dove le donne potessero deporre i loro sogni. Dove la luce soffusa della luna le potesse abbracciare e rivelare i sorrisi che nascono dal cuore.

Invece il buio era inquietante, il freddo pungente e la luce della luna rivelava, a tratti, con la crudezza delle cose inanimate, l’angoscia di chi non sa se vedrà sorgere il sole.

Laila era seduta da ore nella stessa posizione, evitando di muoversi. Tra le cosce, avvolta in un vecchio panno di lana, Aisha. L’aveva partorita da soli sette giorni e non aveva ancora imparato ad essere una madre. La teneva sotto, dentro a quel grande cappotto di suo padre che aveva voluto indossare prima di separarsi da lui, forse più per nasconderla che per scaldarla. La teneva giù, tra le ginocchia, quasi a voler far credere che lei era sola. Ma tutti sapevano. E tutti tacevano. A nessuno importava chi fosse, da dove venisse, che cosa pensasse, che cosa nascondesse tra le gambe. A nessuno importava che avesse solo diciassette anni, gli occhi azzurri e trasparenti come il cielo d’estate, una disperata voglia di vivere, una disperata voglia di piangere, di singhiozzare per muovere qualcuno dei tanti, in un abbraccio rassicurante, come per dire stai tranquilla, vedrai, ce la faremo. Invece ognuno stava chiuso nel suo guscio fatto di niente. Gli uni attaccati agli altri in una solitudine dilagante nel disperato tentativo di scaldarsi, di sentirsi un corpo unico. Insieme, si sa, si è più forti. E da ogni parte la notte. Pesante. Cruda. Sinistra. E quell’enorme distesa d’acqua nera intorno.

L’aveva allattata fino all’ultimo momento, fino a pochi minuti prima di mettere piede in quella sorta di utero a cielo aperto che inghiottiva umanità, sperando che dormisse, che non piangesse, che rimanesse invisibile a quegli sguardi sconosciuti e scavati dalla paura e dalla disperazione che nascono quando tutto sembra essere perduto. Quando tutto è perduto. Voleva proteggerla dall’orrore che non può essere visto da chi si è appena affacciato alla vita.

Non stava bene Laila. Non si era ripresa dopo il parto. I dolori che le trafiggevano la pancia, giù, in basso, diventavano sempre più penetranti. Li percepiva salire verso lo stomaco e poi ancora su, verso la gola dove sembravano agganciarsi al suo respiro per nutrirsi della sua aria. Parevano avere lunghe braccia roventi con arpioni appuntiti in cima. Gli assorbenti che aveva messo, sovrapposti, erano ormai zuppi, intrisi di quella vita e quella forza che dentro dovrebbe stare, non fuori.

gommone3Le prime ore erano passate veloci. Pochi parlavano. Solo il rumore dell’acqua. L’incertezza e il disorientamento si leggeva sui volti illuminati, a tratti, dalla torcia che teneva in mano l’omone. Qualcuno tentava di ridere per imbrogliare la mente e ricucire i pensieri in modo che potessero tessere uno straccio di speranza. Tutti lì, sapevano che non sempre si arrivava a destinazione. Ma quando non ci sono alternative, quando la vita non è più vita, quando anche solo un altro giorno passato così sembra intollerabile, allora si va. Si va incontro all’ignoto e si spera di non aver fatto un imperdonabile errore.

Di colpo il mare si era fatto grosso, le sagome scure ondeggiavano e si scontravano l’un l’altra come fantasmi incappucciati di nero e scossi dal vento. Laila era rimasta immobile, senza fiatare per ore. Ora tremava per il freddo. E forse anche per la febbre. E quel manto di gelo che la abbracciava pareva opporsi a quel rivolo caldo e continuo che le invadeva le cosce. Pregava che questa notte finisse presto, che la luce arrivasse come un messia a salvarle dal baratro in cui si sentiva precipitare.

Suo padre, prima di darle l’ultimo bacio, le aveva sussurrato “coraggio, andrà tutto bene” ma aveva le lacrime agli occhi quel padre che sapeva che probabilmente non le avrebbe più riviste. E anche lei lo sapeva. Ma non c’era scelta. Non bastavano i soldi per tutti e due e i posti erano già occupati. Le aveva detto “devi andare ora” e l’aveva quasi spinta a bordo perché temeva che cambiasse idea, che non volesse più lasciarlo solo. C’era concitazione in quegli attimi, tutti si urtavano, si accalcavano l’un l’altro, si spingevano come se il far un gran rumore potesse squarciare quel silenzio che sapeva di morte. Una sorta di rito scaramantico volto ad allontanare il baratro di un futuro impalpabile e drammaticamente indefinito.

Lei era salita col suo fagotto in grembo, ben stretto a sé e nascosto sotto il cappotto, nel basso ventre come a volerlo proteggere ancora, nel tentativo di prolungare quei nove mesi in cui nulla poteva portarglielo via. Era stata sbattuta su di un lato e lì era rimasta “meno mi muovo e meglio è” aveva pensato.

Alle prime luci i volti si riappropriavano di una dimensione più umana. Ma erano tutti stremati. Gli schizzi cominciavano a investirla ritmicamente sferzandola in volto e facendola raggelare. Il gommone sobbalzava e sbatteva con violenza sulle onde. Avrebbe voluto sedersi più in basso, più in mezzo, ma non ci si poteva muovere, e lei non osava chiedere. E poi avrebbe dovuto rivelare a tutti il suo segreto: c’era una piccola appena nata con lei, una bambina di appena sette giorni, forse avrebbero dovuto saperlo, forse si sarebbero comportati diversamente, l’avrebbero aiutata e consolata, l’avrebbero fatta stare in un posto meno esposto, più sicuro. Ma questo pensiero le si strozzò nella mente quando l’omone che dava ordini urlò ai due uomini che aveva a fianco di buttare in mare il vecchio che stava accasciato vicino a lei. Un giovane aveva tentato di reagire, di fermarli quando avevano malamente preso il vecchio sotto le ascelle per sollevarlo meglio e buttarlo fuori bordo ma uno dei due aveva estratto una pistola imprecando e puntandogliela contro. Il ragazzo si sedette e non fiatò più. Tutti erano rimasti paralizzati.

Ora Laila incominciava ad avere veramente paura. A momenti sentiva la vista appannarsi e i suoni farsi lontani e ovattati. Allora scuoteva la testa per restare sveglia, per non lasciarsi andare, per non abbandonare la sua creatura.L’aveva allattata più volte durante la notte, senza mai tirarla fuori. Un tentativo estremo di proteggerla da una realtà troppo cruda per quei soli sette giorni di vita.

gommone9Le onde si facevano sempre più alte e impetuose, l’acqua incominciava ad investire tutti, ad allagare il fondo dell’imbarcazione, a sommergere le scarpe e le gomene arrotolate tra i piedi della gente. L’angoscia e la disperazione incominciavano a dar voce a chi finora era rimasto in silenzio, qualcuno si alzava in piedi forse per vedere più in là, per cercare di dar corpo all’illusione di veder qualcuno o qualcosa all’orizzonte. Qualcuno piangeva.

Laila tremava e sentiva che le forze la stavano abbandonando e forse per questo aveva tirato fuori dal cappotto la piccola Aisha a l’aveva attaccata al seno in modo che tutti vedessero. Una disperata e silenziosa richiesta d’aiuto. Se lei non fosse stata in grado di tenerla sperava che qualcun altro l’avrebbe presa.neonato salvato

L’ultima cosa che aveva sentito era un gran urlare e una grande concitazione. Poi si era accasciata di fianco.

La motovedetta della capitaneria di porto aveva accostato il gommone e l’aveva trainato sotto la nave che era arrivata in soccorso. Uno ad uno i disperati erano stati portati a bordo, solo Laila era rimasta immobile. Il lembo del cappotto tirato su per proteggere dal freddo Aisha.

“C’è ancora una donna! andate a vedere!” Il marinaio che si era calato giù aveva gridato “mio Dio, c’è un neonato! lanciatemi una coperta termica! fate presto!” Aisha era ancora attaccata al seno, alla vita che sua madre le aveva regalato … “e la donna?” “no, la donna è morta … aiutatemi a portarla su …” Aisha aveva visto la luce, per la seconda volta in sette giorni, tra le braccia di uno sconosciuto che indossava mascherina e guanti bianchi e che l’aveva tenuta stretta a sé.

Questo racconto ha partecipato alla XI edizione del Concorso Internazionale di Scrittura Femminile “Città di Trieste” vincendo il premio offerto dall’ “Associazione contro il dolore G. Mocavero”

 

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Chi lo ha scritto

Daria Cozzi

Triestina, due figli, una vita vissuta con passione. Ascolto tutti, soprattutto chi la pensa diversamente da me. E imparo sempre qualcosa. Mi piace comunicare attraverso la parola scritta, ma non solo ... credo che ci sia sempre una seconda chance, che possiamo crescere e cambiare pensiero, modo di essere, obiettivi e programmi per avere davanti a noi ogni giorno un orizzonte nuovo su cui scrivere i nostri progetti, dipingere i nostri sogni, depositare le nostre speranze. Ho raccontato la mia storia in "Quattro giorni tre notti", il mio primo romanzo.  

6 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    E io non riesco a capire come ci sia in giro gente gretta e insensibile che urla sguaiatamente di rimandare a casa chi non ha più né casa né patria, che volge altrove lo sguardo di fronte ai tanti casi come questo che tu, Daria,hai saputo esprimere in modo tanto toccante quanto lucido. Ogni volta che qualche orribile personaggio ci urla in faccia le sue sciagurata bestemmie contro l’ umanità, la sofferenza, lo strazio, bisognerebbe avvicinarsi a costui, chiedergli senza indugi di tacersi un attimo e leggere agli astanti il tuo bellissimo testo, Daria. Forse gli astanti potrebbero inorridire, vergognarsi di sé stessi e del proposito che li aveva portati all’ ascolto di chi parla per un pugno di consensi. E andarsene ,a testa china. Forse, perfino l’ oratore potrebbe scegliere l’ osteria più vicina affogando nel sapore denso e acido del pessimo vino da taverna la vergogna che prova pensando che Laila poteva essere sua madre, nonostante tutto. E forse potrebbe pensare, questo oratore mancato, che la sua vita è ben miserabile e inutile, se paragonata a quella del marinaio che raggiunge la madre morta e raccoglie nel tepore di una coperta, nella forza determinata delle sue operose braccia una piccole vita salvata con silente e disperato amor di madre. Brava Daria.

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    • Daria

      Grazie Viviana per il tuo contributo. Ogni pensiero può essere utile per stimolare una riflessione nuova. Da sempre scrivo per questo!

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  2. Luciano Quadraroli

    E’ oggettivamente difficile fare un commento a questo bel racconto che tocca le corde profonde della nostra emotività. La sconvolge di commozione e ammirazione perchè è scritto col cuore di donna e di madre che ne racconta un’altra nel dramma della sopravvivenza. Anche quando soccorriamo, noi uomini ne rimaniamo ,oltre che attoniti per l’accadimento tragico, anche soggiogati dall’ammirazione che trasmette una madre nel sacrificarsi per la vita di un figlio. Chiamiamo in soccorso tutta la nostra efficienza, ci appelliamo al sentimento della tenerezza come per toglierci dal senso d’impotenza davanti alle tragedie perpetrate dai poteri che senza alcun ritegno sono solo concepiti per per la loro affermazione alleati come sono del male assoluto della prevaricazione dell’uomo sull’uomo. Ne siamo tutti figli, anche se pentiti vaghiamo nelle alternative di salvazione a dispetto anche di quei precetti assurdi che la impedirebbero ce ne assumiamo certo la responsabilità ma siamo sempre in debito col nostro prossimo che salviamo anche verso quelli che segnati, forse, da un destino avverso non siamo riusciti a trarre fuori dalla tragedia. Ci sia solo il conforto di essere ripagati con il sorriso di un bimbo che sta nelle ora nelle nostre braccia, sicuro nella luce della vita. Brava Daria Cozzi per averci dato questa emozione e motivo di riflessione per chiunque si senta fratello e uguale al suo prossimo anche al di sopra dei diritti riconosciuti inalienabili.

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    • Daria Cozzi

      Grazie Manuela, le storie degli altri sono le nostre storie … anche se ci sembrano incredibilmente lontane …

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