11 motivi per leggere Carlo Goldoni

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Il successo di “Una delle ultime sere di carnovale

goldoni1270Fino a cinquant’anni fa il teatro era un passatempo per ricchi; solo chi aveva un certo status sociale poteva vantarsi di aver trascorso una serata a teatro con le opere dei grandi commediografi e tragediografi del momento. In realtà questo genere di intrattenimento è stato concepito per un vasto pubblico, per il popolo che poteva assistere alle rappresentazioni nelle piazze. Si basti pensare alle gare di versi dell’antica Grecia, che decretarono l’intramontabile successo delle opere di Euripide; oppure agli spettacoli che intrattenevano i romani nel Colosseo tra una battaglia di gladiatori e le corse con le bighe. I cantori pubblici si trasformarono nei menestrelli, poi nei giullari e, alla fine, si riunirono in compagnie variegate. Saltimbanchi, mangiafuoco, acrobati, lanciatori di coltelli, burattinai e attori comici e tragici. Anche il mestiere dell’attore è cambiato molto e frequentemente nel corso degli anni.
Fino ai primi dell’Ottocento queste figure erano considerate alla stregua di poveracci e mendicanti: con la popolarità del teatro lirico, certe figure acquisiscono una maggiore notorietà e autorevolezza. Di nuovo il mestiere dell’attore perde forza, per poi tornare in auge con l’avvento della televisione. Negli ultimi vent’anni si è attivato un meccanismo di “svalutazione” a causa del rapido ricambio generazionale, troppo veloce per poter consacrare  un volto di rappresentanza nell’Olimpo del cinema, escludendo alcuni casi eccezionali.
Perché il teatro venne concepito per il popolo? Com’era possibile che questa forma d’arte fosse compresa, apprezzata e amata dalla comunità? Possiamo provare a capirlo leggendo le opere di Calo Goldoni e cercando 11 temi tipici delle sue commedie, tratti da una delle sue più famose opere: “Una delle ultime sere di carnovale”.
Quest’opera fu rappresentata per la prima volta nel 1762 ed ottenne un ottimo riscontro presso il pubblico veneziano. Tuttavia, venne “editata” (pubblicata) solamente nel 1772. Le ragioni del successo? Eccole!
1. La quotidianità. Uno dei temi tipici e apprezzati delle commedie goldoniane è proprio l’uso di situazioni ed elementi del quotidiano, che creano empatia con il pubblico, molto più vicino ad una “partita alla meneghella” (gioco di carte tipico), che alle rappresentazioni di antiche divinità greche o romane. Anche una semplice cena aiuta a creare familiarità tra attori e pubblico. Ne è un esempio la battuta di Padron Zamaria all’ora di cena.

ZAMARIA: Animo: presto, che i raffioi se giazza! [Forza: a tavola che i ravioli si raffreddano!]

2. Vincent_Willem_van_Gogh_139I personaggi. Ogni personaggio è perfettamente riconoscibile nella società corrente dell’epoca, con qualche carattere stereotipato, ma sicuramente ben radicato nella comunità. Ogni spettatore avrebbe potuto riconoscersi e immedesimarsi, a qualunque strato sociale appartenesse. I protagonisti di questa commedia, infatti, sono operai tessitori, padroni di bottega, ragazze innamorate e nobildonne petulanti.

3. L’ossessione per il lavoro. Carlo Goldoni era veneto e il suo essere autore teatrale lo penalizzava non poco, in un Italia del nord dove dominava, e domina tutt’ora, il culto del lavoro e dell’indipendenza economica. Essendo “Una delle ultime sere…” una storia metaforica per anticipare e giustificare la partenza dell’autore per la Francia, l’arringa iniziale di Padron Zamaria a difesa e a supporto del suo impegno nel lavoro, si riflette anche sull’autorevolezza che si voleva dare al commediografo stesso.

ZAMARIA: M’ha piasso anca a mi devertirme, e me piase ancora: ma per diana de dia a miei interessi ghe tendo; e son quel che son a forza de tenderghe, e de laorar. [Anche a me piaceva divertirmi, e mi piace ancora: ma per Diana, mi occupo sempre dei miei interessi, e sono diventato quel che sono a forza di occuparmene, e di lavorare.]

In questa stessa frase è riassunto anche un altro tema tipico del nord Italia, lo stereotipo per eccellenza: “Siamo tutti lavoratori. Non si accettano scansafatiche!”

4. Liti di coppia. Nulla è più divertente di una lite coniugale portata sul palcoscenico, esasperata e resa ancor più ridicola dai temi base del caso. Ne sono un esempio Elenetta (Elena) e Augustin (Agostino), entrambi gelosi e innamorati del compagno, riescono a portare allegria con i loro battibecchi infantili, ma sempre volti a riavvicinarli.

AUG: Ma quela so ustinazion, mi no la posso soffrir. [Non riesco a sopportare la sua testardaggine.]
EL: Cossa ve fazzio? [Cosa faccio io?]
AUG: Tutto el dì la me brontola. [Mi rimbrotta (brontola) tutto il giorno.]
EL: Perché gh’ho rason. [Perché ho ragione.]
AUG: Per cossa gh’avéu rason? [Su cosa avete ragione?]
EL: Perché gh’ho rason. [Perché ho ragione.]
ZAM: Oe! Volémio fenirla? [Allora! Volete finirla?]

5. La finta malata. Un classico della commedia popolare e della Commedia dell’Arte è la dama malata, o meglio, la dama sempre pronta a svenire per qualunque spiffero d’aria o odore troppo deciso. Anche in quest’opera ne troviamo una, la Siora Alba, moglie di un altro padrone di bottega, Padron Lazaro. Alba è la tipica donna “svenevole”. Ogni volta ha un nuovo malanno, qualcuno che la infastidisce o del cibo che non le va. Se c’è da divertirsi, guarda caso, tutto sparisce, per tornare all’improvviso, quando più le aggrada. Il marito, sembra adorarla così com’è, sempre preoccupato e in pensiero, sempre pronto a servirla per renderla felice. Questo il primo scambio di battute tra la Siora Alba e Domenica, figlia di Zamaria.

DOM: Cossa fala? Stala ben? [Cosa mi racconta? Sta bene?]
ALBA: Gh’ho un dolorazzo de testa, che no ghe vedo. [Ho un dolore di testa, che non ci vedo più.]
DOM: La se senta. La me daga qua el tabarin. [Si sieda. Mi dia la mantella.]
ALBA: No, no, la lassa; che gh’ho piuttosto fredo. Gh’ho un tremazzo intorno… [No no, lascia; che ho proprio freddo. Ho i brividi di freddo.]
Un altro momento molto divertente che riguarda Alba è il chiacchiericcio tra amiche. Marta parla a Domenica e Polonia dei mali della donna.

MARTA: Ghe xe passà, ghe xe tornà; ghe xe tornà a passar. Ora la pianze, ora la ride; la xe una cossa che se i la mettesse in comedia, no i lo crederia. [Le è passato, le è tornato; le è passato un’altra volta. Ora piange, ora ride; è una cosa talmente assurda che se la mettessero in commedia non ci crederebbero.]

6. trilogiaLa gran dama. Madama Gatteau è una famosa ricamatrice, esperta in ricami d’oro. La sua fama partita dalla Francia si è estesa anche all’Italia e continua a crescere. La particolarità di questo personaggio è l’atteggiamento snob che la contraddistingue, ma anche il fatto che parla in francese, impedendo agli altri personaggi di capirla. Per quanto sia tre volte vedova, ed abbia una certa età, continua a rivaleggiare con le giovani nella speranza di accalappiare il quarto marito.
MADAMA: Io amo molto monsieur Anjoletto: e il Cielo lo ha fatto nascere per la mia consolazione. Lui farà i suoi disegni; je fairia miei ricami, e guadagneremo beaucoup d’argento, e vivremo ensemble in perfecta pace, in perfecto amore; je l’adorerai, il m’adorerà.
DOM: Ho paura, madama, che ‘l v’adorerà poco.

7. Giochi di parole. Altro elemento di grande comicità è lo stravolgimento delle parole. La presenza di Madame Gatteau, con la sua parlata francese, fa nascere delle incomprensioni e degli strafalcioni semplici ma efficaci, che riescono a stuzzicare anche chi non sa nulla di francese.
MADAMA: Si vous ne la connoissez-pas, je me flate, mademoiselle… [se ne siete a conoscenza, ditemelo, madamoiselle]
DOM: Cossa? Ve vien el flato? [Come? Vi manca il fiato?]

MADAMA: Non, non: je ne le crois pas. [No, no: io non le credo]
DOM: Se volé crepar, mi no so cossa farve. [Se volete crepare, io non so cosa farci.]

8. Esotismo di paesi lontani. Uno degli argomenti, non prettamente teatrali ma sociali, più diffuso nel Settecento, è il viaggio. La meravigliosa prospettiva di conoscere posti nuovi, terre lontane e sconosciute, ha sempre affascinato il grande pubblico. Anzoletto è pronto a partire per la “Moscovia”, la Russia, insieme a Madame Gatteau. La lontananza da Domenica passa in secondo piano. Chi assiste alla commedia si lascia trasportare immaginando chissà quali novità e stranezze si potrebbero incontrare fuori dal proprio paese.

9. Il pettegolezzo. Quest’attività non è mai diventata una disciplina olimpica, ma sarebbe un buon modo per elogiare il secondo intrattenimento più diffuso e antico al mondo. Dove ci sono le comari, dove ci sono delle donne, c’è il pettegolezzo. Quel bisbigliare sottovoce o ciarlare a vanvera che rallegra e ricorda al pubblico che tutto il mondo è paese. L’argomento più forte in questa commedia è appunto la partenza di Anzoletto con Madama e il fatto che lei cerchi di accalappiarlo. Purtroppo la grande differenza d’età salta subito all’occhio.

DOM: Come? Anca con una donna el va via? [Come? In più va via con una donna?]
POLONIA: Oh, la xe vecchia, sala? La xe vecchia; la gh’averà più de sessant’anni. La xe Madama Gatteau. La conossela? [Oh! Ma è vecchia, sai? Vecchia; avrà più di sessant’anni. Lei è Madama Gatteau, la conosci?]

10. I proverbi. Non c’è modo migliore, per avvicinare il pubblico, che utilizzare i proverbi. Sono semplici, sono diffusi e tutti li capiscono. In più non stridono in bocca ai personaggi, come potrebbero fare certi gran paroloni. Usare i proverbi più spiritosi e collocarli nel posto giusto, al momento giusto, per Carlo Goldoni è proprio un’arte.
Marta parla al marito Bastian della signora Alba.

MARTA: Sì, chi la sente ela, la xe sempre amalada; ma no la starave a casa una sera, chi la copasse. [Chi la sente parlare sa che è sempre ammalata: ma non starebbe a casa una sera nemmeno se la uccidessero.]

Marta giocando alla Meneghella: Eh! Gh’avemo dei totani! [Non abbiamo nulla!]

Zamaria rimprovera il malumore della figlia, dopo averle vietato di partire con Anzoletto.

ZAMARIA: Cossa fastu? No ti magni, no ti bevi, ti pianzi el morto… [Cos’hai? Non mangi, non bevi, sembri in lutto…]

11. La lingua. Ultimo, ma non meno importante, tratto tipico della comicità goldoniana è la lingua. L’utilizzo del dialetto veneto, per chi lo legge e lo capisce è perfetto. La leggerezza del parlato, l’ironia che scatta già nell’intonazione, nei giochi di parole, nella pronuncia e nell’espressività che si accompagna a questa lingua è incredibilmente d’effetto. Fossero state scritte in fiorentino forse, le opere di Goldoni non avrebbero ottenuto lo stesso risultato, concedendo di nuovo grande fama ad uno degli autori più famosi del Settecento.
Per chi non avesse mai letto queste commedie, non si faccia intimorire dalla lingua o dall’età, c’è sempre un valido motivo per scoprire la fantasia e la contagiosa ilarità dei veneziani.

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