Salvami

1
Share on Facebook176Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

La notte attende. Non concede sconti. Ti guarda in faccia e tu devi rispondere, non ci sono vie di mezzo. Ed eccomi qui in questa notte buia, fredda come non mai, a parlare con te.

“Non ho paura, mamma”, ti arriva il mio pensiero?

“Ti salvo io, mamma”, mi senti?

Adesso arrivo. Hai bisogno di me, lo avverto. Poco fa la tua voce era agitata, non stavi bene. L’ho percepito. È stato come quando ero piccola, e ogni tanto la tua rabbia era pronta ad esplodere. La corsa sgraziata, il respiro represso. Il ritmo che incalza, le mani che volano e giungono a segno. E mi braccano, come fossi un animale.

Non ce l’ho con te, mamma. Hai fatto quello che hai potuto.

Adesso arrivo, ti dico. Sono pronta a scendere in strada.

Non hai mai capito una cosa di me, mamma. Non ho paura. Non ne avevo di te, così come non ne ho di nessuno.

Prendo il cappotto, m’infilo il berretto. Eccomi, sono già qui.

Prendo la macchina e guido per la città. Senza fretta. Tu lo sai che arrivo, prima o poi.

Guardo la gente, si muove lenta. Hanno movenze serene, sembrano bramare a qualcosa. Sembrano avere un non so che da condividere.

E cosa vuoi saperne tu, mamma! Non parlarmi così. Cosa puoi saperne di come si vive. Te ne stai sempre chiusa in casa, non vuoi mai vedere nessuno.

Lo so, lo so. Sono tua figlia, ma non dirmi che sono uguale a te! Non lo tollero. È una vita che voglio essere diversa, e tu di certo non mi aiuti.

Sto delirando? Ancora con questa storia. Non mi convincerai, mamma. Nessuno mi rinchiuderà più.

Sono libera, adesso. Lo vedi? Sono libera e tu non puoi farci più niente.

Non ho esitazioni. Lo so che sei in attesa, lo so che mi chiami.

Scendo dall’auto, nemmeno questi alberi dalle ombre lunghe mi spaventano. Hai chiuso la porta, come faccio ad entrare?

Ho capito, vuoi mettermi alla prova. Vuoi vedere se ti trovo.

Adesso cerco il modo. Un modo c’è sempre.

Non dovrebbe essere difficile scavalcare il muro. Sono sempre stata un maschiaccio, ricordi? Me lo dicevi sempre. Mi rimproveravi perché non riuscivo a trovarmi uno straccio d’uomo che si prendesse cura di me.

Me lo ricordo, me lo ricordo anch’io. E adesso dovrei rischiare la vita su questo maledetto muro per salvare la tua? Meriteresti che ti lasciassi lì.

Aspetta…aspetta. Potrei dimenticare, potremmo scordare quei giorni in cui ci siamo dette di tutto. Erano giorni tristi, sei d’accordo adesso? Mamma, dico a te!

Avremmo potuto vivere meglio, essere amiche. Ma ti sei ostinata a volermi umiliare, non mi hai mai accettata. Perché mamma? Perché lo hai fatto? Non chiedevo altro che essere amata.

Non piangerò, non ti darò questa soddisfazione. Perciò adesso salgo sul muro e vengo da te.

Ecco…piano…sono…dee..ntro.

Credevi di sconfiggermi, vero mamma? Credevi che desistessi, e invece eccomi qui. Un salto di qualche metro non mi ha fatto certo male…..Sono solo un po’ debole, adesso. Credo che mi riposerò un attimo. Aspettami…aspettami mamma…adesso arrivo. Arrivo…

*****

«Chi l’ha trovata?» il medico del pronto intervento ha la faccia affaticata. Dopo una notte in cui è stato di turno, ora è stanco morto.

«Giovanni, quell’uomo laggiù. È il guardiano. È molto scosso».

Rimaneva in un angolo, Giovanni, il vecchio custode del cimitero. Lavorava lì da tanti anni, ma una cosa del genere non l’aveva mai vista. La ragazza giaceva supina, in una posizione irregolare, con le braccia strette al petto. Sembrava dormisse. Tracce di neve attorno a lei erano macchiate di sangue, e si allargavano in una raggiera. Parevano petali di rosa.

Non doveva essere stata la caduta ad ucciderla, quella al massimo poteva averle rotto la gamba, che ora giaceva scomposta. No, doveva essere stato uno di quei cocci di vetro cementati sulla sommità del muro, per far desistere i tombaroli. Lo aveva capito subito, Giovanni, quando aveva aperto il cimitero e aveva trovato il corpo della ragazza.

La conosceva. Quella era Chiara, la “matta”. La povera disgraziata che sentiva le voci. Aveva perso la mamma un mese prima, e da allora tornava sempre a cercarla.

Mai, però, ci era venuta di notte.

Perché la notte, si sa, attende. E non concede mai sconti.

La foto di copertina è di Ketti Gramolelli.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook176Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Cristina Biolcati

Nata a Ferrara nel 1970, vive a Padova. Laureata in lettere, è una grande appassionata ed autrice di poesia. Ama l'arte, la filosofia e la lettura. Collabora per alcune riviste online, dove scrive recensioni e articoli di attualità. Studia da sempre lo squalo bianco, per il quale nutre una grande passione.

Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Un racconto molto bello ed intelligente. Una storia che va a toccare un argomento ispido, attualmente molto sentito, ma che stenta molto a trovare soluzioni. Una ragazza in difficoltà psichica, malata, rimane sola dopo la morte dell’ unica persona che evidentemente di lei si faceva carico. È fra le righe del monologo tutta la disperata fatica che la madre ha fatto per mandare avanti la figlia: costei la rivede ansimante , agitata, che su di lei alza le mani. Si sa, si può perlomeno immaginare, quanto sia difficile tenere e contenere una creatura la cui mente si trova in stato di alterazione. La figlia non teme però la perdita di controllo della madre. Sarà perché quella madre è l’ unica persona al mondo che si cura di lei, che le sta accanto nonostante tutto. La mamma non molla; quella mamma è l’ unica certezza di autentico amore. Chi ama non abbandona, mai, costi quel che costi. È la voce della mamma che infatti la giovane ode nella sua mente quella notte. È una voce che la chiama intensamente, come faceva ancor quando lei era piccina e, forse, guidata dal suo male, sbagliava. La mamma le correva appresso e su lei scaricava l’ ansia per la condizione di pericolo imminente in cui magari s’ era messa, e, parimenti, su lei scaricava l’ eterna angoscia che le stritolava i visceri, sapendo che quella sua creatura era malata in un modo in cui i dottori non avrebbero saputo guarire e nemmeno lenire. La madre ora è sola, lontana. La figlia è sola, e la solitudine non è sopportabile per chi non ha le risorse per trasformarla in qualcosa da vivere, qualcosa da fare, qualcuno da amare. Così la giovane donna sente potente il richiamo della sua mamma nella notte buia e perigliosa. Vuole arrivare dalla mamma, ché la mamma la vuole. È lei che, disperata, vuole la madre. E, come probabilmente sempre è accaduto nella sua vita, niente la ferma. Niente può fermare chi è lontano dalla realtà. Nulla e nessuno possono calare l’ irrazionale in una realtà che per il malato non esiste. La realtà è solo quella che il malato vede, ode, sente in sé.
    La giovane donna è volata dall’ unica persona che voleva, nonostante tutto. Vi è giunta sopra una soffice nuvola di neve, tappezzata da petali rossi. Non ha sofferto, dice il suo viso che pare addormentato. Le persone come lei non temono la sofferenza fisica, forse non la sentono nemmeno: la loro mente è abitata solo dai loro sogni, dai loro incubi, dai loro deliri, dalle loro ossessioni. E sono questi i coltelli che trafiggono veramente la loro carne.
    Un racconto che mi ha commossa. Un racconto che dovrebbe essere letto ai legislatori che tentennano senza fine di fronte all’ elaborazione di tutele per i deboli. Un racconto che dovrebbe essere messo nell’ incipit di ogni testo corposo degli studi degli specialisti di queste malattie. Non basta Freud, non bastano le varie scuole e le varie teorie che procedono molto a tentoni e stentatamente, non bastano le medicine che non cambiano mai per questi malati, non bastano pochi volenterosi ricercatori. Servono sostegno, strutture dedicate, ricerca di nuovi farmaci e nuove metodiche di approccio a queste malattie. Servono medici competenti. Siamo tutti indignati e, soprattutto stanchi, di vedere che nulla cambia per questi malati ancora assoggettati all’ iniqua legge dello stigma, come se la loro non fosse una malattia bensì un’ espiazione di qualcosa che qualcuno ha compiuto non si sa quando. Così facendo stiamo tutti in attesa della notte, quella perfida notte che li attende silente e infida e non fa loro sconti.

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?