Nascita di una nazione

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Ogni puntata di 1992 si apre con il disclaimer iniziale che stabilisce in esergo la distanza dalla Storia ufficiale e l’immersione dello spettatore nell’intreccio narrativo: “Anche se ispirate a fatti realmente accaduti le storie narrate sono frutto della fantasia degli autori”.

Non è Angels in America (la potente narrazione dell’America anni ottanta a firma Tony Kushner) ma il racconto di 1992 prova a compiere quell’opera di riflessione politica sul Paese che le serie americane applicano alla loro storia patria da più di venti anni – da Twin Peaks in poi.

1992 è una serie scritta da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, per la regia di Giuseppe Gagliardi.

In 1992 la Storia italiana dei primi anni novanta – nel caso di specie l’anno 1992 – si intreccia con le storie dei protagonisti del racconto influenzandone le scelte di vita in ambito sociale, politico e emotivo.

I protagonisti vivono la stagione di Tangentopoli che vide al centro della scena il pool della Procura di Milano e il suo principalenascita di una nazione 2 rappresentate: Antonio Di Pietro.

Il racconto, scadenzato da alcune date significative, alcune delle quali rappresentative di snodi importanti per la Storia italiana (come, ad esempio, il giorno 22 maggio che nel 1992 segnò uno degli eventi più tragici per il Paese: la strage di Capaci e la morte di Giovanni Falcone) è corale e ha diversi protagonisti, ognuno dei quali alle prese con un punto di svolta della propria vita.

Nella migliore tradizione italiana, i protagonisti non possiedono valori collettivi ma essenzialmente individuali – al netto del debito pubblico o di Pompei, non sarà forse questo il vero problema italiano?

Tutti hanno un obiettivo da raggiungere e tutti sono mossi dalla frustrazione di una mancata realizzazione: chi personale, chi politica, chi economico-sociale. Le motivazioni dei personaggi sono diverse: il poliziotto Luca Pastore è spinto ad agire dalla sete di vendetta nei confronti dell’imprenditore Mainaghi che, attraverso la sua multinazionale, ha immesso, nel mercato, del sangue infetto trasfuso nei pazienti ospedalieri tra cui il medesimo poliziotto, ora positivo all’HIV; l’ex escort Veronica Castello che cerca la sua realizzazione lavorativa attraverso la relazione con il potente imprenditore Mainaghi, ben inserito nella crepuscolare Milano da bere craxiana; il reduce dalla Guerra del Golfo Pietro Bosco alle prese con la sua emarginazione sociale, e spinto alla politica per ragioni di realizzazione individuale – l’incontro col suo mentore rappresenterà l’abbandono del suo mondo ordinario, costituito da alienazione e indifferenza, verso il nuovo ordine della sua vita (la candidatura e l’elezione come deputato); Bibi Mainaghi, figlia del ricco imprenditore, richiamata da un tragico evento famigliare al cosiddetto varco della soglia: dall’anodina e viziata gioventù al compromettente passaggio al mondo adulto; Rocco Venturi, poliziotto, collega di Pastore: corrotto dal denaro e dalla società italiana.

L’unico personaggio che non soffre di mancata realizzazione è Leonardo Notte, il pubblicitario, dipendente della concessionaria Publitalia (simbolo del marketing e dell’affabulazione berlusconiana ante litteram) capitanata da Marcello Dell’Utri capace di portare nella vita di Leonardo lo stimolo per una nuova missione: inventare un nuovo Gattopardo e salvare il Paese in vista del tracollo dei partiti; non far naufragare, come gli dice il personaggio di Marcello Dell’Utri, la Repubblica delle Banane.

Leonardo Notte, interpretato da Stefano Accorsi.

Leonardo Notte, interpretato da Stefano Accorsi.

La sfida di Leonardo consiste nell’elaborare un modello per mantenere la stabilità politica nel Paese che sta vivendo la stagione di Tangentopoli e che si trova a un vero e proprio turning point storico (dopo Tangentopoli e il biennio 92-94, possiamo dare per acclarato che il Paese si modificò inaugurando politicamente la Seconda Repubblica).

É chiara, in 1992, l’influenza di serie come Mad Men e House of Cards. Tuttavia, alcune scene di questa serie sicuramente imperfetta sono puramente peculiari (azzeccata e di stile la scelta di accoppiare l’ammazzamento di Salvo Lima con il celeberrimo refrain di Casa Vianello) e rappresentative di quell’Italia dei primi anni novanta. Sono, per così dire, archetipiche di una storia non ancora studiata e digerita ma sicuramente ineliminabile per comprendere la politica italiana e il Paese tout court degli ultimi venti anni.

Quando, ad esempio, Pietro Bosco è in treno alla volta di Roma, verso lo scranno del Parlamento in quota Lega. Lo vediamo insieme ai suoi colleghi di partito, gasato dal suo nuovo mondo e fiero a scandire parole che, oggi, fanno parte dello stereotipo leghista (in treno Pietro e gli altri parlamentari leghisti cantano in coro “Roma Ladrona”).

Pietro Bosco, alle prese col nuovo mondo e le nuove sfide, sperimenta sin da subito la sua eterna dannazione: è considerato un demente dai suoi colleghi e viene relegato alla Commissione Cultura proprio perché “lì non girano soldi”. É inadeguato Bosco (non porta la giacca e rischia di non entrare in Parlamento, fa fatica a comprendere le leggi e i regolamenti); per spezzare il suo destino di looser trova in un nuovo mentore (un vecchio parlamentare democristiano) la via per affrontare al meglio le prove e i nemici del suo viaggio. Lo fa solo dopo aver rotto col vecchio mentore, il capogruppo leghista che lo aveva fatto inserire in lista solo per motivi di natura mediatica (Bosco, nella prima puntata, era diventato un simbolo per la Lega dopo aver picchiato quattro albanesi) e che ora lo tratta come una scimmietta schiaccia-tasti durante le votazioni parlamentari.

La Storia ufficiale si fa personaggio vivente anche attraverso documenti di repertorio inseriti nel racconto che restituiscono il clima di quegli anni – come l’ormai illustre discorso della vedova Schifani durante i funerali di Falcone e degli uomini che lo scortavano: vero epitaffio della Prima Repubblica e del suo acre fallimento all’odor di tritolo. Clima che viene ampiamente messo in scena dalle immagini che provengono dal Parlamento con i leghisti del 1992, forcaioli e bramosi di mettere le manette al potere – in Parlamento inneggiano a Di Pietro, incuranti del fatto che, già all’epoca (e molto prima di Belsito e il Trota), il loro leader, Umberto Bossi, era stato coinvolto (e in seguito condannato in via definitiva) nell’affaire noto come maxi tangente Enimont.nascita di una nazione4

Ad ogni modo, l’influenza della Storia si fa potente nel racconto sopratutto quando la macchina da presa segue la vicenda di Leonardo Notte.

Due esempi.

- Leonardo si imbatte nei cori della gente inneggianti all’azione riformatrice dei giudici di Milano: un episodio che gli darà l’ispirazione e in base al quale proporrà a Dell’Utri la sua idea rivoluzionaria: l’Italia, diversamente da quello che pensano in Publitalia, non ricerca politici moderati ma è “arrapata” (cit. Leonardo Notte), vuole il sangue, l’eccesso (l’idea del protagonista può essere facilmente storicizzata con ciò che avverrà nel 1994: la scesa in campo di Berlusconi). Notte suggerisce a Dell’Utri che il politico su cui puntare per il mantenimento dello status quo delle “banane” non fa parte della vecchia partitocrazia (Dell’Utri vuole meccanicamente orientarsi sulla DC e su Mario Segni), ma è direttamente rappresentato dall’uomo dei sogni televisivi: Berlusconi, per l’appunto. Le intuizioni di Notte sono derivate da un questionario svolto dai compagni di terza media della figlia: anche qui, la Storia interviene nella sceneggiatura. Fu infatti Berlusconi a dire ai suoi candidati del 1994 che l’elettore italiano medio è un bambino di terza media neanche troppo intelligente – battuta messa in bocca a Notte dagli sceneggiatori.

- Leonardo viene convocato dalla scuola della figlia a causa di un comportamento poco ortodosso (l’insegnante l’ha scoperta mentre masturbava un suo compagno di classe durante una lezione). Anche qui, si delinea prepotentemente una delle principali caratteristiche del personaggio (e, di conseguenza, di noi italiani). Egli non reagisce sgridando la figlia (verso la quale prova totale indifferenza; sappiamo in seguito che non la sente sua poiché frutto di un rapporto tra lui e un’amica lesbica dell’Università nei suoi tormentati anni giovanili); egli non prova imbarazzo. Cerca unicamente di superare la prova attraverso la sua migliore arma: la seduzione. Così come seduce alle sue idee Dell’Utri; così seduce la maestra, scansando senza ansie o rimorsi il problema non in ragione di una battaglia contro il moralismo dei dirigenti scolastici, ma a causa dell’auto assoluzione e del fare di necessità virtù. L’arte dell’arrangiarsi di italici memoria e destino.

Individualisti, corruttibili, moralisti e amorali al contempo: questi i personaggi di 1992; questi i risultati del primo compiuto affresco prodotto dalla serialità italiana a contatto con la politica.

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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