“L’Ultimo lupo”, il dio terrestre di Jean-Jacques Annaud

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Scese la notte, e la luna piena si levò sugli alberi, alta nel cielo, illuminando la regione fino a irrorarla di una spettrale luce. E col sopraggiungere della notte, meditando e soffrendo presso lo stagno, Buck cominciò ad avvertire il fremito di una nuova vita nella foresta, diverso da quello che gli Yeehats vi avevano suscitato. Si drizzò ascoltando e fiutando…”

A guardare “Wolf Totem”, L’Ultimo lupo, pare di immergersi tra le pagine di Jack London quando scrisse Il richiamo della foresta.

Con sette anni di lavorazione, 480 tecnici sul set e centinaia di animali reali in scena, il regista de Il nome della Rosa e Sette anni in Tibet, Jean Jacques Annaud, ha girato un vero e proprio kolossal, ma un po’ diverso da quelli hollywoodiani.21204-lultimo-lupo_jpg_620x250_crop_upscale_q85

La storia può apparire quasi banale, il solito film sul rapporto tra animali e natura, tra forze della natura e uomo. Invece no: innanzitutto perché parte da una base di esperienza reale.

Il totem del lupo” è il libro scritto dal cinese Jiang Rong, dal quale è stato tratto il film, dove lui racconta, in oltre 600 pagine, la storia di Chen Zhen, giovane studente nella Cina al tempo della rivoluzione culturale, che ha lasciato la vita cittadina di Pechino per educare in Mongolia una comunità di pastori nomadi. In questo luogo ancora puro e selvaggio, convivono armoniosamente uomini e lupi nella landa sterminata della steppa, ma sarà proprio l’uomo, come sempre, ad alterarne il magico e precario equilibrio. E quando per decisione del governo comunista viene dato ordine di sterminare i lupi, Chen Zhen ne salverà un cucciolo, iniziando segretamente ad allevarlo e a nutrirlo. Ma anche questo avrà delle conguenze, perché lui “ha catturato un dio per farne uno schiavo”.

Il protagonista della storia non è l’umano: è Tengri, la divinità suprema dei mongoli, un equivalente del Grande Spirito degli indiani d’America, simbolo di una profonda religione animista e immersa nella vita naturale. Oltre al supremo dio celeste, alla Terra Madre e agli altri spiriti minori, il popolo mongolo venerava anche laghi, fiumi e sorgenti; esisteva il Yassah, ovvero un codice di leggi emanato da Gengis Khan che proibiva di inquinare le acque, pena la morte. In questo contesto, dove alla Natura è riconosciuto il rispetto dovuto, la steppa e le brughiere si stagliano luminose e quasi irreali, soprattutto per uno spettatore abituato solo a stese di grandi metropoli o spiagge deserte e tropicali, spesso il massimo che un uomo contemporaneo può immaginarsi ricercando un’idea di Natura.

11844-99Lo sfondo eccezionale del paesaggio mette in risalto il lupo, o meglio i lupi mongoli: pazientemente addestrati per questo film, Annaud con la tecnologia di ripresa Imax 3D ne ha ricavato delle immagini maestose, a tratti quasi disneyane, tanto intense e profonde son le espressioni di queste creature. Perché son loro i protagonisti, assieme alla divinità Tegri, allo spirito della Natura.

E sempre loro sono grandi maestri dell’uomo, al quale impartiscono silenziosamente tante lezioni, una dopo l’altra: fu lo stesso guerriero Gengis Khan che apprese l’arte della guerra, intesa come mezzo per la sopravvivenza, dai lupi; fu osservando questi fieri animali che imparò l’arte della pazienza, l’arte della caccia, l’arte di vivere in una terra non troppo ospitale e comoda come la Mongolia.

Nel film si sembra percepire l’influenza di Terrence Malick, quando girò La sottile linea rossa: altro lungometraggio che va a indagare l’anima attraverso le vicende umane calate in un contesto selvaggio e incontaminato, facendo così sentire lo stridore dell’innaturalezza tecnologica.

A guardare “L’ultimo lupo” si capisce perché questo animale sia stato da sempre venerato, sia stato da sempre reso eletto, preso a modello, alla stregua di un dio. Sequenza dopo sequenza viene mostrata la sua intelligenza, il suo comportamento, anche il modo di rapportarsi non solo alla vita, ma anche alla morte.

Presso molte tribù di Indiani d’America si trova una forte correlazione del loro stile di vita con quello del lupo. Per gli Indiani Pueblo, Sioux, Cheyenne e tante altre tribù il lupo era rispettato come cacciatore e come procacciatore di cibo, non solo per se stesso ma per la comunità intera. Il lupo è considerato favorevolmente anche presso un altro popolo di cacciatori, i Nunamiut, che vivono nei pressi della Catena di Brooks, nel Circolo Artico. Questo popolo condivide con il lupo gli spazi immensi della tundra; come il lupo costituisce una società seminomade, insegue le stesse prede, caribù e alci, adottando spesso le medesime strategie di caccia. Anche più vicino a noi, il simbolismo del lupo possiede una storia millenaria. La leggenda narra che fu una lupa ad allattare Romolo e Remo, fondatori di Roma, dai quali si dice ebbe inizio la storia del Grande Impero.336193_3-675x380

E’ solo a partire dalla modernizzazione della società che l’uomo ha iniziato a vedere il lupo come un animale pericoloso che mangia animali da allevamento e terrorizza le comunità. A questo ha contribuito anche una certa tradizione folkloristica nazionalpopolare, che fin da bambini, da Cappuccetto Rosso ai Tre Porcellini, ha fatto introiettare l’immagine del “Lupo Cattivo”, perfido e assassino.

“L’ultimo lupo” invece fa ben capire come sia l’animale a dover avere paura dell’uomo, e non certo il contrario, visto che poi il lupo ha rischiato e per certi versi rischia ancora l’estinzione.

Jiang Rong ha passato circa un terzo della sua vita a scrivere questa storia, in parte autobiografica. Forse è vero quel che scriveva Agota Kristof: “Ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro, un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia”.

 

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