L’anno prima della guerra. Aprile 1915

1
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone
Cosa accadeva cento anni fa in Italia? Ogni mese, dall’aprile 1914 al maggio 1915, l’Undici racconta gli avvenimenti del tempo prima della grande guerra: politica, arte, cultura, sport, cronaca. L’Italia freme per entrare nella grande contesa che dilania il continente. Fremono il presidente del consiglio Salandra e il ministro degli esteri Sonnino, e qualche gruppo di rumorosi interventisti, mentre la stragrande maggioranza degli italiani non ne vuole sentire parlare. Intavoliamo trattative con l’Intesa e con gli Imperi centrali per ottenere il massimo. Le trattative sono segretissime. Governo, parlamento e cittadini non devono impicciarsi. Mentre la guerra infuria, siamo giunti alle decisioni irrevocabili.

Rivergaro, provincia di Piacenza. Un telegramma ufficiale proveniente da Roma annuncia lo scioglimento del consiglio comunale e l’arrivo del commissario regio. Il paese entra in agitazione. Si puliscono strade, si adornano aiuole, si mettono fiori a lato dei lampioni a gas. La mattina del primo aprile il sindaco si reca a ricevere l’illustre ospite in stazione accompagnato da consiglieri, carabinieri e banda municipale. Dal treno scenderà un pesce gigante.

La guerra in aprile

Si scherza ancora in Italia, ma la guerra è ben presente. Sul fronte occidentale la primavera non porta nuovi amori ma la ripresa del massacro, con la prima assoluta dei gas asfissianti. Ad Ypres muoiono diecimila soldati francesi e un congruo gruppo di tedeschi, investiti dalla nube di ritorno a base di cloro. Per il resto è solo logorante guerra di trincea. Sul fronte orientale la spinta russa si esaurisce sui Carpazi ma neppure austriaci e tedeschi riescono a sfondare le linee russe. Nei Dardanelli l’attacco navale anglofrancese incontra un’ostinata resistenza turca. Il 25 sbarcano truppe dell’Impero britannico, tra cui soldati australiani e neozelandesi. E’ lo sbarco di Gallipoli celebrato in un bellissimo film di Peter Weir. I turchi inchiodano gli anglosassoni sulla spiaggia. Al largo di Santa Maria di Leuca, il sommergibile austriaco U5 silura l’incrociatore francese Léon Gambetta. Gli italiani salvano 138 uomini su 725. Il comandante Deperierè rifiuta di salire sulle scialuppe: rimane a bordo e si uccide con un colpo alla testa. Sempre i tedeschi trasformano il Parlamento di Bruxelles in un dormitorio per le truppe. Sul piano diplomatico, Bulgaria e Romania sono contese tra i due blocchi con allettanti offerte. Ma il boccone più grosso resta l’Italia.

Dopo le trincee, la guerra sottomarina, i bombardamenti aerei, un nuovo orrore: i gas.

Dopo le trincee, la guerra sottomarina, i bombardamenti aerei, un nuovo orrore: i gas.

Dilettanti allo sbaraglio. E cinici.

Costante della politica diplomatica italiana è quella di negoziare con entrambi i contendenti cercando di strappare il massimo, sempre con l’idea che qualsiasi impegno preso possa essere poi rinnegato con qualche pretesto. Anche nella realpolitik dell’epoca, è un gioco cinico e disonorevole, segretissimo, condotto da Salandra, Sonnino e dagli ambasciatori a Londra, Parigi e Pietrogrado, con la complicità del Re. Per chi ha voglia, sono istruttivi i documenti pubblicati dal Ministero degli esteri on line.

Proviamo a seguire i due filoni di trattative. A Vienna, la corte imperiale è disposta a poche concessioni. Il 2 aprile comunica che è disposta a cedere solo parte del Trentino italiano e comunque non prima della conclusione della guerra. Troppo poco per i nostri appetiti. A Londra, l’ambasciatore Imperiali si districa in una trattativa complicatissima. L’Italia invoca il principio di nazionalità quando le fa comodo e se ne dimentica se si tratta di slavi e albanesi. Inglesi e francesi sono pronti a darci tutti i pezzi dell’Austria che vogliamo, mentre fanno i taccagni quando si parla di Mediterraneo e di colonie. Il nostro scopo principale è ottenere il controllo assoluto dell’Adriatico, che si scontra con le ansie liberatrici dei serbi sostenuti dai russi. La questione è ben presente all’opinione pubblica. Lo stesso Mussolini, ancora nel filone dell’interventismo democratico, afferma il 6 sul Popolo d’Italia, che non si può liquidare il nemico austriaco per crearne uno nuovo, la Serbia, escludendola dall’Adriatico. La difesa dell’italianità passa attraverso un’intesa con serbi e croati.

Gallipoli di Peter Weir. Gli australiani pronti all'attacco delle linee fortificate turche.

Gallipoli di Peter Weir. Gli australiani pronti all’attacco delle linee fortificate turche.

Il futuro duce, solo due giorni dopo, ricorda alla monarchia che la sua esistenza è in pericolo. Se si lancia la guerra, tutti gli italiani si stringeranno intorno in un’unione sacra. Altrimenti, se si farà una guerra a metà (qualunque cosa essa sia), oppure si continuerà con la politica del “parecchio”, “la nazione insorgerà contro il tradimento e la monarchia avrà – nelle more della neutralità – tessuto il suo lenzuolo funebre.” Riappare il mito del popolo risorgimentale talmente voglioso di combattere contro l’antica nemica al punto di rovesciare i Savoia. Una cinica invenzione che sarà astutamente sfruttata dal duo Salandra-Sonnino per ricattare gli altri paesi e creare una risibile giustificazione per una guerra non voluta da nessuno. E mal pensata. Esatto, perché se è senz’altro vero che la posizione internazionale dell’Italia è difficilissima, i nostri leader non hanno alcuna idea di quali siano i nostri veri interessi nazionali. Siamo sicuri di voler lottare contro l’Austria, sapendo che la Germania, con cui non abbiamo alcun motivo di rivalsa, si schiererà in suo favore? Vogliamo davvero ridimensionare l’Austria a prezzo di far aumentare il peso degli slavi? Negli ultimi trent’anni con chi abbiamo avuto forti rivalità, con la Francia o con la Germania?

Una corazzata austroungarica nel porto di Pola, la principale base navale della Monarchia.

Una corazzata austroungarica nel porto di Pola, la principale base navale della Monarchia.

Fatto sta che l’8 aprile Sonnino invia un progetto di trattato in undici articoli all’Austria che è un’autentica provocazione. Chiediamo l’immediata cessione del Trentino con Bolzano, varie isole lungo la costa dalmata, uno spostamento del confine orientale italiano che includa Gorizia, la creazione di uno stato autonomo di Trieste, la rinuncia austriaca a ogni pretesa sull’Albania. Le impressioni a Vienna e Berlino sono del tutto negative. Si tratta di proposte inaccettabili per la duplice monarchia, che segnerebbero la sua fine come grande potenza. Il ministro degli esteri tedesco Jagow afferma che “il governo italiano non vuole la riuscita dei negoziati e mira ad una rottura con i suoi alleati”.

Nel frattempo continuiamo i non facili negoziati a Londra per il patto che ci legherà a Francia, Inghilterra e Russia.

Neutralisti contro interventisti

I socialisti continuano nella loro risoluta opposizione alla guerra ma sono privi di iniziativa politica. Come sempre, a sinistra ci si divide. Anche in casa. Turati e la sua compagna Anna Kuliscioff la vedono diversamente. Turati è sempre per il neutralismo anche se dilaniato dal pensiero che possa vincere la Germania o, peggio, l’odiata Russia zarista. La compagna Anna Kuliscioff è ormai per l’intervento contro l’Austria e rifiuta il mercanteggiare, “un’onta morale”. Turati le risponde “La tua ossessione sta in questo: nel credere che la guerra possa salvarci o difenderci. La guerra è come la malattia: può uccidere, può indebolire, niente altro.”

Anna Kuliscioff, compagna di Filippo Turati.

Anna Kuliscioff, compagna di Filippo Turati.

Turati non è neutralista per spirito socialista ma da patriota. Conosce l’impreparazione dell’Italia. Ma allo stesso tempo non intende scatenare lo sciopero generale per fermare la guerra, come aveva già detto da gennaio. E così paralizzando ancora di più il PSI, già incapace di agire.

Il 10 D’Annunzio accetta l’invito a ritornare in Italia in occasione dell’inaugurazione del monumento alla spedizione dei Mille, che avverrà il 5 maggio a Quarto. Una delegazione del comune di Genova parte pochi giorni dopo per Roma per invitare ufficialmente il Re.

L’11 vi sono delle manifestazioni degli interventisti a Milano e Roma. A Roma Piazza della Pilotta (vicino al Quirinale) è presidiata militarmente. Chi si avvicina viene fatto sgomberare. Mussolini e i suoi (circa 4-5000 persone) vanno fino alla Fontana di Trevi, si alza sulla balaustra ma ha appena detto due parole che viene fatto scendere dalla polizia. Il corteo si sposta, distruggendo per strada le vetrine del Lloyd. Prima carica della polizia. La cavalleria carica i dimostranti a Piazza Barberini per bloccare il discorso di Mussolini, che vene arrestato. Incidenti meno gravi e qualche arresto nel comizio neutralista a Piazza Esedra. Incidenti e rivoltellate anche nel quartiere di San Frediano a Firenze. Scontri ed arresti anche a Torino, Ancona, Verona, Parma e Napoli. A Milano, la polizia disperde un comizio socialista. Nel parapiglia l’operaio Marcora, 28 anni, riceve un colpo di bastone alla nuca. Di notte si sente male e muore poche ore dopo.

Manifestazione interventista a Milano. In posa Filippo Corridoni e, inequivocabile, Mussolini.

Manifestazione interventista a Milano. In posa Filippo Corridoni e, inequivocabile, Mussolini.

La repressione scatena forti polemiche politiche. I sindacati proclamano lo sciopero generale per il 14, che riesce pienamente. 150.000 persone partecipano ai funerali di Marcora. Manifestanti e polizia si scontrano anche in quest’occasione.

Gramsci sostiene il 13 aprile quello che sarà il suo ultimo esame all’Università; il suo impegno politico cresce durante queste settimane e con il suo ingresso nella redazione torinese dell’Avanti!

Eppure si muove. Le timide concessioni austriache.

La stampa è unanime nel ritenere che le questioni di politica estera non debbano essere discusse dal parlamento, nemmeno dal Consiglio dei ministri e neppure dai militari. E’ normalissimo, anzi necessario, che queste scelte siano riservate al Re, al presidente del consiglio e al ministro degli esteri.

Le posizioni con la ‘Inghilterra e la Russia si vanno avvicinando. Lo scoglio resta sempre l’Adriatico. Il 14 Sonnino telegrafa a Londra accantonando alcune richieste sulle isole dalmate in cambio di un sostanziale protettorato sull’Albania. Lo stesso giorno Jagow, preoccupato della piega degli avvenimenti, propone a Sonnino un incontro segreto, che viene rifiutato dal nostro.

Non mancano i dubbi tra i protagonisti di questi giorni. L’ambasciatore a Berlino Bollati scrive il 14 aprile al suo collega ed intimo amico a Vienna. Il diplomatico è costernato dal tenore delle proposte fatte all’Austria. Sono le condizioni imposte a un nemico vinto non proposte ragionevoli per restare neutrali, a cui comunque saremmo tenuti dall’onore e da un accordo di alleanza vecchio di trent’anni. Bollati è stupefatto che Salandra e Sonnino considerino la distruzione dell’Austria vantaggiosa per l’Italia; per noi sarebbe più utile mantenere la duplice monarchia come baluardo contro gli slavi e gli anglofrancesi nell’Adriatico. Bollati si lamenta che questa semplice verità sia scomparsa dal dibattito pubblico. Scrive con penna feroce. “E così si lascia far tutto ad un volgare parlamentarucolo, ad un dottrinario intestardito, e a un militare tronfio e vanitoso all’opera dei quali sarà dovuto se l’Italia compirà l’atto più ignominioso che la Storia abbia mai registrato, e si esporrà – anche nella migliore delle ipotesi – ad orrori e disastri senza fine.” Bollati, consapevole di essere strumento e complice di una politica da condannare, si chiede se “non sarebbe invece nostro dovere di abbandonare ogni scrupolo e di dire senza riserva tutto ciò che sentiamo, cominciando a rivolgerci direttamente al Re… Non temere, non muoverei nessun passo senza di te, e poi – forse non farei niente in nessun caso, perché anch’io… non ho il coraggio.”

L'Ambasciatore a Berlino, Riccardo Bollati, espresse dure critiche alla condotta del governo in lettere private.

L’Ambasciatore a Berlino, Riccardo Bollati, espresse dure critiche alla condotta del governo in lettere private.

Sono parole che suonano di condanna per un’intera classe dirigente mediocre e irresponsabile. Avarna risponderà il 20 con una risposta pilatesca. Afferma che entrambi hanno sempre detto la verità. “Delle nostre parole non essendosi tenuto alcun conto, la nostra responsabilità personale di funzionari pubblici è interamente al coperto e non ci resta altro da fare che di eseguire, sia pure a malincuore, gli ordini che ci vengono impartiti quali siano le conseguenze che ne deriveranno pel nostro Paese.”

Il 16 l’Austria respinge le proposte italiane senza però rompere. A Berlino non perdono la speranza di impedire la deriva italiana. Motivi di inimicizia con la Germania non ve ne sono. L’ambasciatore tedesco a Roma Von Bulow scatena tutte le sue amicizie romane per cercare di influire sulla testa di Salandra e Sonnino. Il 17 il senatore Riccardo Carafa D’Andria, neutralista, si fa portavoce di Von Bulow con Salandra che lo riceve spazientito. Carafa riferisce che il Senato è in larghissima parte per la neutralità. I particolari dell’incontro filtrano sulla stampa, generando un piccolo scandalo. Carafa sarà l’unico senatore a non votare l’intervento il 21 maggio.

Giuseppe Avarna, regio ambasciatore a Vienna. Negoziatore fino all'ultimo di un accordo con l'Austria.

Giuseppe Avarna, regio ambasciatore a Vienna. Negoziatore fino all’ultimo di un accordo con l’Austria.

Parliamo anche di altre cose. Domenica 18 inizia il girone finale dell’Alta Italia che deciderà il futuro campione di calcio. Si comincia con due pareggi. Inter-Torino 2-2. Match non esaltante per tecnica, ma veloce ed emozionante. Il Torino va in vantaggio per 2-0. Attacca molto ma senza avere grandi idee sulle conclusioni. L’Inter regge, segna prima della fine del primo tempo e pareggia meritatamente al 30° del secondo. Nell’altra partita il Milan non solo regge l’urto del Genoa, superiore per tecnica, ma lo surclassa andando in vantaggio dopo pochi minuti. Il Genoa pareggia con un gol fantasma, vivacemente contestato dal pubblico.

Lunedì 19 prima rappresentazione al teatro Manzoni di Milano di “Se non è così”, poi rinominata La ragione degli altri di Luigi Pirandello.

Le intese con l’Intesa

Martedì 20 Salandra scrive a Sonnino in vista del Consiglio dei ministri fissato per il giorno dopo. Tra le altre cose, dice che si potrebbero “informare i ministri delle conclusioni reali a cui sono giunte le trattative con gli Imperi centrali. Bisogna che essi pure si persuadano che la soluzione pacifica non è resa impossibile dalla durezza di noi due, o particolarmente tua, come vanno insinuando i corifei del connubio Giolitti-Bulow.”

Così accade. Salandra e Sonnino continuano ad ingannare i colleghi. I ministri vengono informati dei negoziati con l’Austria ma non di quelli con l’Intesa. Il governo Salandra vieta i comizi e i cortei in vista del 1° maggio. Lo stesso giorno il presidente del consiglio riceve i rapporti segreti dei prefetti sull’atteggiamento della popolazione verso la guerra. Il paese è in gran parte contrario anche se rassegnato a nord e indifferente nel centrosud. Pochi gruppi sono chiaramente favorevoli quasi unicamente borghesi o piccolo-borghesi.In ogni caso il popolo obbedirà al re e al governo.

I giornali non hanno idea di cosa stia realmente accadendo. Si rincorrono le voci più diverse. In alcuni momenti si parla di rottura, in altri di accordi imminenti. Alcune voci parlano di un’Austria disposta a cedere tutte le terre irredente tranne Fiume, con compensazioni dalla Germania. Altre fonti danno per certa l’adesione dell’Italia all’Intesa. Ma sono frutto di fantasie e di voci alimentate ad arte. D’Annunzio fa sapere, tramite un amico, che se l’Italia non scenderà in guerra farà karakiri (sic). Auspica di salire a bordo di una nave per assistere ad una battaglia navale che lavi l’onta di Lissa. “Qual miglior morte per me che affondare nell’Adriatico? Così deve finire un poeta!”

I territori promessi all'Italia dal Patto di Londra del 26 aprile 1915.

I territori promessi all’Italia dal Patto di Londra del 26 aprile 1915.

I negoziati a Londra entrano nella stretta finale. Il 21 gli inglesi chiedono agli italiani di chiudere le trattative evitando di aprire nuove questioni. Sonnino cede anche perché è ormai imminente l’attacco finale contro la Turchia e non vogliamo arrivare tardi alla spartizione del bottino.

Il 23 una nuova lettera di Avarna a Bollati. Dopo la rottura delle trattative con l’Austria, ormai è la guerra. “Speriamo che questa sciagurata guerra non produca spiacevoli sorprese, ma essa è una triste e grave avventura a cui il governo spinge il paese con tanta leggerezza.”

Il 26, dopo ulteriori negoziati dell’ultimo minuto, e dopo che il re ha dato la sua approvazione, avviene la firma del trattato di Londra. I militari non sono consultati. Anche se segreto le notizie si diffondono. La notizia appare sulla stampa francese già il 26 e viene ripresa nei giorni successivi dalla stampa italiana. Si dice che ormai il patto con gli inglesi sia stato firmato e che il negoziato con l’Austria sia stato interrotto. La censura agisce per impedire fughe di notizie.

Cadorna seppe del cambiamento di alleanze il 30 aprile.

Cadorna seppe del cambiamento di alleanze il 30 aprile.

Il patto prevede per l’Italia molte concessioni a danno dell’Austria-Ungheria: il Trentino e il Tirolo cisalpino fino al Brennero (abitato da popolazione tedesca), ma anche Trieste, Gorizia, l’Istria, gran parte della Dalmazia, il protettorato sull’Albania e il possesso sulla città di Valona, il riconoscimento della sovranità sulle isole del Dodecaneso, il bacino carbonifero di Adalia, in Asia Minore, e benevola considerazione in caso di spartizione delle colonie e dei possedimenti turchi. Chiediamo anche l’esclusione del Vaticano da ogni negoziato di pace. Il Regno Unito ci concederà un prestito di almeno 50 milioni di sterline.  In cambio ci impegniamo ad entrare in guerra entro un mese e a non concludere pace separata.

Il dado è tratto. Il re e compagnia hanno un mese di tempo per costringere il paese alla guerra.

Girardengo in allenamento sui rulli. Nel 1915 stava esplodendo come campionissimo. Dovrà aspettare la fine della guerra.

Girardengo in allenamento sui rulli. Nel 1915 stava esplodendo come campionissimo. Dovrà aspettare la fine della guerra.

La lotta nelle piazze e negli stadi

La domenica sportiva del 25 è caratterizzata dalla vittoria di Girardengo nella Milano-Torino e nella seconda giornata del girone finale. Il Genoa batte l’Inter 5-3 e si porta in testa con 3 punti. Seguono Milan e Torino a due punti dopo il pareggio per 1-1. Ma ormai gli italiani capiscono che sta per maturare qualcosa di grave.

Un manifesto del PSI invita i lavoratori a partecipare alle manifestazioni per il 1° maggio, dando loro un significato pacifista. Il 27 si svolge a Milano il Consiglio nazionale della CGdL, che approva una risoluzione contro la guerra. Il 29 Mussolini annuncia “Non è più questione di mesi, né di settimane, ma di giorni.” D’Annunzio rilascia sul Corriere della Sera con due ardenti articoli di delirio patriottico, scritti originariamente per Figaro e La Petite Gironde. Proclama la rinascita della razza italica contro i tedeschi. L’Adriatico, il polmone sinistro dell’Italia, è nostro. In questi giorni si moltiplicano le agitazioni studentesche, sia all’università che nelle scuole superiori a favore dell’intervento contro l’Austria. Gli studenti sono tutti di provenienza agiata.

Il 30 aprile Sonnino informa Cadorna del patto siglato senza fargli vedere il contenuto. Il capo di stato maggiore annuncia che l’esercito potrà muoversi il 12 maggio con 240mila uomini. Iniziano i colloqui con i nuovi alleati per una convenzione militare ed una navale per definire la conduzione della guerra. I negoziati non si presentano facili. Nel frattempo da Berlino e Vienna vengono nuove avances di discussione per evitare la guerra. Dal 26 aprile, fatto inusitato, siamo contemporaneamente alleati dell’Intesa e degli Imperi centrali.

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Cosa ne è stato scritto

  1. emanuele.sarto

    Neutralisti contro interventisti. Chi decide l’entrata in guerra? L’ultima parola al Popolo sarebbe l’unica opzione di buon senso ed è quella ignorata completamente e sempre. Anche a posteriori. Forse perché con un referendum senza quorum e informazione pluralista sarebbe risultato chiaro che il Popolo la maledetta guerra non la voleva.

    Nessuno ricorda che proprio in quei tempi esisteva una piccola Europa nel cuore dell’Europa stessa che già allora era neutrale nella sua Costituzione e che per modificare quello status serviva il voto del Popolo.
    Il buon esempio è tutt’ora ignorato.

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?