La lunga vita di Tiziano Vecellio. Prima parte

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Tra le numerose biografie di artisti tormentati e poveri in canna, un caso anomalo è costituito da quella di Tiziano Vecellio che, raggiunti assai presto la notorietà e il guadagno, diventò l’artista più pagato e conteso dell’Europa del XVI secolo, aiutato anche dal suo fiuto per gli affari e dalla sua notevole capacità imprenditoriale, qualità piuttosto rare all’interno della categoria. Non era nemmeno figlio d’arte: era nato a Pieve di Cadore – allora territorio della Serenissima – in un anno imprecisato attorno al 1490, da un’antica e solida famiglia di giureconsulti e amministratori che traeva una parte dei suoi guadagni dallo sfruttamento sistematico del legname boschivo che serviva a costruire le navi della flotta della Repubblica di Venezia. La scoperta del suo talento si colora di leggenda quando si narra che – ancora bambino – dipinse sul muro della casa paterna una Madonna usando il succo spremuto dalle erbe e dai fiori. Stupiti dalle sue precocissime capacità i parenti lo mandarono a studiare a Venezia: la città, dove operavano importanti maestri tra cui Vittore Carpaccio, i fratelli Gentile e Giovanni Bellini e Giorgione da Castelfranco, era allora ricca di fermenti e novità pittoriche, introdotte anche dal passaggio di artisti italiani e stranieri come Leonardo da Vinci e Albrecht Dürer.

L'assunzione della Vergine, Santa Maria Gloriosa dei Frari,

L’assunzione della Vergine, Santa Maria Gloriosa dei Frari, Venezia.

La pittura locale era caratterizzata fin dal medioevo dalla ricerca dello splendore cromatico di cui brillavano i mosaici bizantini di San Marco; la tecnica degli artisti lagunari consisteva nel costruire figure, oggetti e fondi affidandosi a variazioni nelle tonalità del colore che determinavano anche la profondità del dipinto. La ricerca della bellezza per i veneti era legata all’emozione dei sensi e alla gioia della luce, e si contrapponeva alla razionalità intellettuale dell’arte fiorentina che voleva raggiungere la perfezione ideale attraverso la prospettiva e una robusta base di disegno e chiaroscuro.
Uno dei biografi di Tiziano, Ludovico Dolce, racconta che il giovanissimo artista passò da una bottega all’altra mai contento di ciò che apprendeva. Sta di fatto che dopo un probabile soggiorno presso Giovanni Bellini, la cui pittura l’impietoso Vasari – che pendeva tutto dalla parte degli artisti toscani – definiva “maniera secca, cruda e stentata”, il ragazzo si avvicinò a Giorgione da cui apprese i giochi morbidi di luci e ombre e l’importanza del paesaggio, fino ad allora considerato un soggetto secondario rispetto alla figura umana.

Il primo lavoro pubblico di Tiziano in collaborazione con l’artista di Castelfranco furono gli affreschi, eseguiti nel 1508 e da tempo scomparsi, del Fondaco dei tedeschi. Tre anni dopo – morto prematuramente Giorgione – realizzò una tela straordinaria, l’Amor sacro e l’amor profano, grandiosa allegoria dell’amore coniugale intrisa di filosofia neoplatonica, sullo sfondo di un luminoso paesaggio alpino illuminato dalla luce calda del tramonto. A venticinque anni il Vecellio era l’ astro nascente della pittura veneta ed era già in possesso di una bottega sua: era ambizioso, opportunista e amava il denaro fino a rasentare la tirchieria. Voleva capovolgere il rapporto da sempre esistente tra artista e committente, rifiutando di essere un mero esecutore di ordini altrui, ma presentandosi come un professionista con cui trattare il prezzo, il soggetto e i tempi di esecuzione. Non desiderava rivali nel luogo dove lavorava e per tutta la vita si affiancò solo i membri dell’amata famiglia, come il fratello Francesco che gli teneva la contabilità, e parecchi allievi con cui si comportava in modo sbrigativo e impaziente e che non gli fecero mai ombra.

Nel giro di poco tempo riuscì ad accaparrarsi una ricca clientela privata – cui fece celeberrimi ritratti – e soprattutto a diventare pittore ufficiale del Senato della Repubblica da cui ottenne rendite vitalizie, esenzione dalle imposte e lauti pagamenti anticipati, per eseguire i ritratti dei dogi ed una serie di tele nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo ducale, in seguito distrutte da due disastrosi incendi.

Violante, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Violante, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Nei sessant’anni successivi quei proventi sarebbero stati investiti nel commercio del legname del natio Cadore, facendo di Tiziano un uomo ricchissimo. Ancor più importanti, soprattutto per la fama che gliene sarebbe derivata, furono le commissioni religiose: nel 1516 il priore del convento francescano dei Frari gli affidò una pala d’altare – la prima di tante – alta quasi sette metri e che doveva rappresentare l’assunzione della Vergine. Ci vollero due anni per dipingerla, ma quando fu inaugurata creò non poco scompiglio per le straordinarie innovazioni che conteneva: nell’arte bizantina la morte della Madonna – la cosiddetta dormizione – e la sua ascesa al cielo erano sempre state rappresentate nel momento in cui l’anima della Vergine in forma di bambina viene raccolta tra le braccia del figlio, mentre il corpo è ancora adagiato nel sepolcro.
Tiziano decise di stravolgere la pacata iconografia tradizionale abolendo la tomba, sostituendo Cristo con Dio padre benedicente dall’alto, e ponendo al centro della pala Maria viva e vegeta in una fiammante veste rossa, trasportata sulle nubi da una ressa di cherubini, mentre da terra gli apostoli si bracciano assistendo al miracolo.

L’opera fu uno shock e i pittori veneziani, rosi dall’invidia, si affrettarono a parlar male del dipinto, che solo col tempo sarebbe stato assimilato e considerato. Bellini era morto e Vecellio era ormai l’artista più importante di Venezia: conscio del proprio valore ambiva tuttavia ad uscire dal perimetro della Repubblica e, quando il potente signore di Ferrara Alfonso d’Este, uno dei più illuminati mecenati del suo tempo, lo chiamò a dipingere i suoi studioli oggi scomparsi, accettò l’incarico. Si trattava di rappresentare tre tele di soggetto mitologico, i Baccanali, che dovevano ricordare al duca immerso nelle pesanti occupazioni di governo, che era possibile liberarsi dalle fatiche abbandonandosi all’amore e all’eros. L’esecuzione lo avrebbe impegnato alcuni anni, tra rinvii e continui solleciti, mentre accettava numerose altre commissioni, tra cui quelle ragguardevoli dei signori di Mantova.

Baccanale degli Andrii, Museo del Prado, Madrid

Baccanale degli Andrii, Museo del Prado, Madrid

Con una clientela sempre più vasta e prestigiosa Tiziano si trovò a dipingere come un forsennato, tardando inevitabilmente ad esaudire la maggior parte delle richieste nonostante le continue pressioni; il tal modo il furbissimo pittore aveva ideato la sua personale strategia commerciale che consisteva nel farsi desiderare dilatando i tempi di consegna e sollecitando allo stesso tempo onori e denari.
Quando si trattava di far soldi aveva pochi scrupoli: così quando ad un suo ex allievo, il giovane e gentile Paris Bordone, fu chiesto di eseguire una pala d’altare per la chiesa di San Nicolò dei Frari, Vecellio si comportò da carogna e tanto disse e tanto fece che i frati finirono per togliere l’incarico all’altro ed affidarlo a lui, col risultato che il convento dovette aspettare una quindicina d’anni per vedere la tavola finita.

In questo turbine di lavoro Tiziano non riusciva a pensare al matrimonio: viveva da tempo con una ragazza cadorina, Cecilia Soldano, figlia di un barbiere di Perarolo, paese vicino a Pieve, che gli aveva dato due figli maschi, Pomponio ed Orazio, e che sarebbe morta mettendo al mondo una femmina, Lavinia. Cecilia era una ragazza semplice, devota al suo uomo, che rimaneva in casa a custodire i bambini mentre lui preferiva non coinvolgerla nelle occasioni pubbliche e nelle feste a cui partecipava; tenere in disparte la moglie era un costume diffuso a quei tempi, ma occorre aggiungere che quell’uomo geniale e sgobbone non correva dietro alle sottane, e nonostante si vociferasse di un paio di liaison con bellissime modelle, non si conoscono altre figure femminili di gran rilievo nella sua vita. La convivenza non regolarizzata preoccupò a lungo le due famiglie, finché a trentacinque anni Tiziano si decise al matrimonio con grande soddisfazione di tutti. La scomparsa della moglie, nel 1531, sarà per lui una tragedia.

Bibliografia: Flavio Caroli, Stefano Zuffi: Tiziano, Rusconi, 1990 Tiziano, I classici dell’arte, Rizzoli-Skira, RCS quotidiani, 2003

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