Il vuoto

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Qualcuno parla
ha la voce di mio padre
il viaggio si fa triste
(Santoka 1882-1940)

Come si può non amare Santoka? Come si può non rimanere confusi dopo tre versi di tanta e perfetta semplicità? Non è dunque meravigliosa l’immagine che con questo suo haiku ci restituisce? Osserviamo più da vicino, rileggendolo: un piccolo, misconosciuto, essere umano con il suo carico di dolore, il suo viaggio esistenziale, lo smarrimento nel riconoscere casualmente una voce cara in qualcuno, in qualcosa.

Taneda Santōka (1882 –1940)

Taneda Santōka (1882 –1940)

Mi fermo, chi segue il DAILYHAIKU conosce la mia ammirazione per il monaco anarchico e sregolato per antonomasia, Santoka, alta cima fiammeggiante, vero “drop out” a dispetto del suo nome zen. Gioioso amante della vita e delle sue miserie, dell’alcol e dei grilli, della compagnia come dei viaggi lunghi e solitari.

Mi soffermo sull’argomento voce dopo quanto ho scritto sull’ascolto qualche tempo fa sempre qui, e ci torno su relativamente alla mia passione per gli haiku, appunto, e per il mio lavoro: la radio.

Non sulla voce intesa come bella, brutta, gradevole o radiofonica. No, non penso a discettare sul conduttore perfetto. No. Torno a riflettere sulla voce e precisamente sulla sua mancanza fisica, ovvero quando qualcuno che conosciamo ci lascia e, con lui, ci lascia la sua voce.

Banale, vero? L’abbiamo pensato tutti nei momenti di dolore intenso “quanto mi manca, non sentirò più la sua voce”.

Tempo fa, mentre ero all’ascolto di una delle trasmissioni più dissacranti e allegre di tutta Radio3, “La Barcaccia”, mi è apparsa, nella sua sconcertante evidenza, la fisicità di questa mancanza.

I conduttori  dedicavano una puntata a un’artista scomparsa, il mezzo soprano Elena Obraztsova, proponendo una serie di ascolti di sua interpretazione. Ero alla scrivania intenta nelle mie cose – far quadrare gli interventi degli ospiti del pomeriggio, rispondere al telefono, scrivere una mail, cose così – con la radio in sottofondo. Il mio lavoro. Ma qualcosa all’improvviso mi trafigge: la vita di quella persona in onda. Mi trafiggeva quella voce, voce di un’artista che francamente non avevo neanche mai sentito nominare.  Ascoltavo vita.

FullSizeRender-2E ho capito con quella trasmissione allegra e dissacrante, il perché manca tanto la voce di qualcuno che non c’è più e perché fa così male ascoltare vecchie registrazioni e come mai, di quei vecchi filmini di compleanni o natali passati, è esattamente quando arriviamo all’ascolto della voce di una persona cara che non reggiamo alla commozione.

E’ a causa dell’invisibile sua fisicità. Con i telefonini di ultima generazione, con cuffie sensibili e con la tecnologia di oggi poi, non ne parliamo neanche, la voce è e sarà eternamente “quella” voce.

Il fiato, la saliva, la pause, i gorgoglii, le labbra, gli schiocchi di lingua, la laringe, l’aria che passa dai polmoni alla bocca e che produce suono. Corde vocali. Vibrazioni, pressioni.

Vita. Vita che non è più.

E ascoltare la vita, quando la vita è finita, è struggente e malinconico come questo haiku di Santoka.

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