“Il vecchio e il mare”: quel piccolo e perfetto “microcosmo” firmato Ernest Hemingway.

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Ci sono storie che colpiscono più di altre, e sembrano “entrarci dentro”, toccando le nostre corde nel profondo. Succede quando le difese vengono meno e ci ritroviamo di fronte alle nostre paure.Quando un uomo viene lasciato in balia del mare, metà del congegno narrativo è compiuto. Egli si ritrova, volente o nolente, a dover affrontare innumerevoli prove; in compagnia della sua mente, deve sforzarsi di rimanere lucido, laddove intenda salvarsi.

Inizia allora un lento ed inesorabile “tiro alla fune” con la propria capacità di permanere concentrati. Una battaglia interiore, che porta a dialogare ad alta voce con se stessi. Quando la solitudine preme, l’unico modo che si ha per sopravvivere è rincuorarsi da sé, in una sorta di “botta e risposta” che esula dal fatto che vi sia un’unica persona. È quanto ha fatto Tom Hanks in “Cast Away” col pallone Wilson; è quanto fa Santiago col marlin, nel romanzo “Il vecchio e il mare”. Hemingway ha creato il soggetto perfetto, al cospetto di forze avverse, che ne hanno decretato la “vittima” ideale e, al contempo, un esempio di dignità e coraggio.
Provando a stilare un elenco di situazioni sfavorevoli che Ernest Hemingway ha voluto per il suo protagonista, la lista si rivela davvero lunga.

Non solo su Santiago si è abbattuta la malasorte, poiché egli non riesce a pescare da più di ottanta giorni; non solo ha dovuto abbandonare l’unica compagnia che gli era dato di avere, ovvero il giovane amico Manolin, che per volontà del padre è stato assegnato ad un’altra barca; non solo egli ha dovuto inoltrarsi in mare aperto per riuscire a pescare, in solitaria e malamente attrezzato; non solo ha dovuto lottare col suo “avversario” e vincerlo; non solo su di lui si è abbattuta la sciagura dei pescecani che gli hanno sottratto il trofeo.
Cosa più importante, ovvero ciò che accresce il senso di “precarietà” del racconto e rende l’impresa grandiosa, è che Santiago sia un “vecchio”, giunto ormai alla fine della vita.

Debole e solo, con l’unica consolazione di pensare che il suo campione di baseball preferito, Joe di Maggio, sarebbe stato fiero di lui, Santiago affronta a testa alta il suo destino, nel tentativo di porre fine alla “malefica profezia”. Deve tornare a pescare, deve dimostrare, in primis, a se stesso di esserne ancora capace, e poi alla comunità del suo villaggio. Soltanto così sulla sua barca potrà tornare il ragazzo: il compagno di pesca di un tempo.

Spancer Tracy è Santiago il Vecchio, ne Il vecchio e il mare di John Sturges

Spancer Tracy è Santiago il Vecchio, ne Il vecchio e il mare di John Sturges

La battaglia che si innesca al largo delle coste cubane con l’enorme pescespada, diviene una lotta alla pari, perché entrambi i soggetti si battono per la loro stessa sopravvivenza. Il marlin si rivela un valido avversario, fiero e coraggioso, e il vecchio ne ha rispetto. Per questo si batte strenuamente per difendere il suo corpo dallo scempio degli squali.
Come un nemico che muore da eroe in battaglia, e le cui spoglie devono essere riportate in patria senza oltraggio. Affinché nessun Achille trascini più, con la sua biga, il cadavere martoriato di un Ettore qualsiasi, il romanzo di Hemingway ci insegna ad avere rispetto del nostro avversario, quando questi si batte con onore, sia esso anche un pesce. Al di là dell’istinto che porta un animale a reagire, ci sarà sempre qualcosa da imparare da chi ci sta di fronte e riesce a tenerci testa.

Questo vecchio, che dorme in una misera capanna, in un letto fatto di giornali, e che non vuole ammettere davanti al suo unico amico di non avere nulla di cui cibarsi, ci insegna cosa sia la dignità. Un valore che si impara da piccoli e che, poi, diventa un’attitudine che fuoriesce naturale, anche da vecchi.

Quest’uomo commuove, con le sue mani ferite dai colpi della lenza, con la schiena spezzata da quattro giorni di veglia in mare. Avrebbe meritato di giungere in porto coi suoi cinque metri di pesce, dal rostro alla coda, senza che in mezzo vi fosse quella lisca bianca, lasciata impietosamente esposta dall’intervento di squali famelici.

La forza di volontà è il motore che spinge Santiago ad agire, e sorprende come, almeno in due o tre occasioni pericolose e disperate, egli non abbia desistito e sia tornato indietro. Ma, in fondo, quel vecchio ha così tanto ancora da dare.

È bello pensare che la vita sia come un boomerang: quello che dai, esattamente ti ritorna. Così come Santiago pensa a cosa avrebbe fatto Joe di Maggio, figlio di un pescatore, al posto suo, leggendo questo romanzo a me piace pensare alla sua vita, prima dell’incontro col marlin. Deve avere davvero insegnato tanto a quel giovane, Manolin, se ora egli gli è così affezionato.

La morale della storia è lì e fa capolino. Non importa quanti amici si abbiano nella vita, basta che se ne abbia di buoni. E laddove un pesce e due mani – quelle di Santiago – potrebbero bastare, ecco spuntare un ragazzo giovane, sinceramente devoto. Un amico che piange di nascosto per le sue ferite, e che dice a tutti di lasciarlo riposare, dopo l’immane fatica.

La vita non ci coglierà mai sconfitti, se avremo accanto una persona che, al momento del bisogno, saprà offrirci un buon caffè.

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