Il gioco dell’amore (racconto)

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Quando nacque Amore nella corte degli dei, l’uomo ancora ignorava questa splendida divinità e girava per il mondo giovane, innocente e solitario. Tutto guardava con disinteresse, non per capriccio, ma per propria natura. Evitava gli altri uomini e solo grazie agli impulsi quali la fame, l’istinto a proteggersi e la riproduzione si avvicinava e cercava contatti esterni; era sempre pronto, però, ad allontanarsi appena adempiva e soddisfaceva i bisogni che la natura gli aveva imposto.

Gli dei, che si godevano il nascituro e gioivano del sentimento che esso aveva in sé, vedevano con rammarico la solitudine collettiva dell’uomo, queste loro creazioni che generazione dopo generazione non progredivano e anzi sembravano girare incessantemente in un circolo vizioso che non portava da nessuna parte, creature che sarebbero state eternamente ignare di tutto e di tutti e che non avrebbero mai ammirato con gli occhi degli dei la meraviglia che erano gli altri e il giovane mondo.

Ne ebbero pietà. Così, mentre Amore ancora in fasce cresceva beato e ignaro del messaggio che portava, un messaggio che avrebbe cambiato la vita di ognuno, gli dei decisero che qualcuno avrebbe parlato all’uomo in sua vece: c’era bisogno di un messaggero: Cupido, eterno bambino, sempre pronto a stuzzicare e a prendersi gioco degli altri, era l’unico che ancora non aveva un ruolo. Agli dei più potenti si mostrava sempre rispettoso: infatti era abbastanza caparbio e astuto per capire che se voleva avere un ruolo nella corte degli dei avrebbe dovuto ingegnarsi e mostrarsi servizievole con i potenti, ma sfogava la repressione del suo animo da mascalzone con altri dei meno importanti, ed era il loro peggior tormento.

Sentita la notizia e avendo finalmente la possibilità di ricoprire un ruolo decise di proporsi come messaggero: i pareri degli dei furono contrastanti, chi aveva subito uno scherzo da Cupido si rifiutava categoricamente di dargli qualsiasi opportunità poiché , dicevano, avrebbe fatto solo danni; dall’altra parte si pensava che dandogli un ruolo si sarebbe calmato e avrebbe fatto tutto il possibile per integrarsi alla corte. Gli dei di maggior rilievo decisero di dare un’opportunità al giovanetto: “Sarai dunque il messaggero di Amore! Questo è il tuo arco, la tua faretra e le tue frecce con cui farai innamorare le creature terrestri. Con la tua voce canterai all’uomo cos’è l’Amore, il nostro grande dono.” Cupido poteva dirsi soddisfatto. Finalmente un ruolo! Sarò una divinità a tutti gli effetti e non più il bambino senza arte né parte!

Eppure… eppure Cupido, eterno bambino, si accorse che quel ruolo non avrebbe mai soddisfatto il suo ego spropositato: era un messaggero, non un messaggio. E il messaggio era proprio quel lattante di Amore che tutti vezzeggiavano! Possibile che lui, nato tante lune fa, fosse ancora uno sconosciuto agli occhi di tutti mentre Amore, nato pochi tramonti fa, sarebbe già diventato un culto eterno? Cupido, figlio di Malizia, decise in ogni caso di portare il messaggio agli umani… Ma a modo suo.

Scese in terra, per lo stupore di tutti gli uomini, e impose loro di riunirsi in una lunga, lunghissima fila. Cupido, eterno bambino, decise che avrebbe cantato l’Amore come fosse un gioco: tempo fa gli dei, durante un banchetto decisero di giocare a passa-parola; il primo della fila diceva una frase nell’orecchio del secondo e il secondo la riferiva al terzo e così via fino all’ultimo, che doveva riferire ciò che aveva capito ad alta voce. La maggior parte delle volte usciva una frase senza senso: si sa, bocca ed orecchie non sono infallibili e la mente prevarica sulla realtà adattandola a ciò che si vuole capire, scatenando l’ilarità generale. Quel gioco lo aveva affascinato proprio perché sapeva di burla, lui che non faceva altro che prendersi gioco degli altri.

foto 1Questa volta Cupido avrebbe giocato con l’umanità intera. Vicino a sé volle i folli e gli anziani, in modo che l’inaffidabilità e la vecchiaia ostacolassero la diffusione del vero Verbo. E iniziò a cantare nell’orecchio del suo vicino, e così lui con chi gli stava affianco, eliminando certe parole che non aveva capito, e così via, fino all’ultimo uomo che della canzone su Amore non aveva capito nulla. L’unico termine che era rimasto era proprio quello, amore, ma non sapeva che farsene perché il significato era confuso e offuscato da mille bocche e orecchie fallaci. Ognuno aveva sentito e capito, o non capito, una canzone diversa, e ognuno girava intonandola e litigando con gli altri pensando che la propria fosse quella giusta.

Cupido, soddisfatto del suo scherzo, tornò alla corte. L’uomo, lasciato a se stesso, girava confuso con un nuovo sentimento senza una definizione assoluta. Imperfezione degli dei? Questo si chiedevano mentre amavano, senza sapere, il giovane mondo e le giovani anime. Il primo della fila, visibilmente vecchio, cedette alla morte il giorno stesso: nessuno seppe mai cosa gli cantò quel dio bambino che scese in terra per giocare con l’uomo. L’amore prese tutte le pieghe possibili: per alcuni era bellezza, per altri dolore, per altri ancora violenza, idealizzazione, dolcezza, assenza…

Le persone vagavano febbricitanti nel caos che aveva creato il gioco dell’amore, impazienti di trovare una risposta unica, travolte dal sentimento misterioso e struggente che ormai aveva indelebilmente e irrimediabilmente segnato l’animo di ognuno.

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Chi lo ha scritto

Beatrice Toffolutti

Sito web

Beatrice è una studentessa di Lettere all'università di Udine. Materia dei suoi racconti sono spesso i sogni che le si imprimono nella memoria, dai quali cerca sempre di scovare qualche riflessione. La scrittura e la fotografia sono le due grandi passioni di cui non può fare a meno.

5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Chica

    Molto carino l’intento del racconto,ma alcuni passaggi non sono affatto scorrevoli.

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      • Chica

        Per quello siamo tutti sulla stessa barca, per cui tranquilla. Sei giovanissima, e non credo sia facile scrivere. L’ho letto con interesse, e sono una grande rompiscatole.

        Rispondi

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