Hanno tutti ragione

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E’ passato un po’, è vero, ma non fingete di non ricordarvelo. Sappiamo benissimo che c’è ancora chi tra voi porta i segni di quel tragico giorno. Chi ha perso una moglie, chi una vecchia amicizia, chi la testa. Le frasi d’addio, spietate e perentorie, sono state sempre le stesse: “vediamo il mondo in due modi diversi” o “mi stai mentendo” o “va’ da un oculista!”.

vestito

#TheDress

Insomma, avete capito no?, siamo qua quest’oggi per infilare il ditino nella piaga/piega del mefistofelico vestito bianco-oro o blu-nero che ha letteralmente spaccato il mondo in due. Per ventiquattro ore l’umanità intera si è concentrata sulla foto di un abituccio, tra l’altro dal dubbio gusto estetico, senza riuscire a capire come mai qualcuno lo vedesse di un colore e a qualcuno di un altro.
Con la freddezza storica che ci consente più di un mese di distanza, L’Undici, da sempre impegnato in battaglie di notevole rilevanza pubblica, si pone il compito di risanare gli strappi del tessuto sociale causati dal sopracitato infernale vestimento con l’aiuto della scienza e di Kant. Ebbene sì, Kant.

Partiamo dal principio. In questo momento mi sento dire con ampio margine di sicurezza che i vostri occhi sono aperti e che voi state guardando. Ovvero che la luce riflessa dagli oggetti rimbalza dentro le vostre pupille e, dopo una serie di deformazione e ribaltamenti apportati da altri ingegnosi marchingegni in dotazione al vostro occhio, viene proiettata sulla superficie curva della retina. Qua i fotorecettori rispondono alle diverse lunghezza d’onda e mandano informazioni sotto forma di impulsi elettrici al vostro cervello. E’ lui, come sempre, il grande protagonista che fa sì che il miracolo avvenga, e trasforma tutto questo nelle immagini davanti a voi. Non sconvolgetevi ma funziona così: voi non vedete con i vostri occhi ma col vostro cervello. Allo stesso modo è sempre lui che in questo momento ascolta il fischio della pentola a pressione alle vostre spalle o gusta il caffè che state bevendo. Non voglio fare la spietata riduzionista, sia chiaro. E’ evidente che il cervello da solo non regge, che ha bisogno di tutto quell’apparato sensoriale che gli procura le informazioni da rielaborare. E’ chiaro che se nelle tue orecchie c’è qualcosa che non va, anche se la rispettiva parte cerebrale è sana, non potrai sentire quella pentola a pressione di cui sopra. Eppure, per dirla con le parole del neuro-scienziato Joseph LeDoux, “ritengo sia ragionevole cominciare a pensare al sé in termini di sinapsi”.
Dunque quello che vediamo (e sentiamo, odoriamo, assaggiamo etc.) non è mai realmente quello che vediamo, ma la rappresentazione che il nostro cervello se ne fa. E’ come se noi guardassimo le cose che ci circondano con un paio di lenti deformanti, non possiamo sapere come veramente le cose sono ma solo come ci appaiono attraverso le lenti, ovvero attraverso il nostro cervello. In linea di massima i nostri sistemi nervosi sono pressoché uguali, per questo, come umanità, condividiamo una visione più o meno concorde del mondo.

illusione

Figura A

Uno degli strumenti utilizzati dal nostro cervello per rielaborare i dati sensibili è quello  della “coerenza del colore” che ci permette di riconoscere uno stesso colore anche se  illuminato da luci un po’ diverse. Per esempio, se vedo una mela verde a mezzogiorno e  riguardo la stessa mela la sera, non ho difficoltà a riconoscerla ancora come verde  anche se, in effetti, per via del cambiamento di luce, il colore che vedo adesso è  piuttosto diverso da quello di prima. Quello che succede in questo caso è che il nostro  cervello vede un’ombra, sa per esperienza che le ombre rendono le cose più scure e  quindi compensa, e interpreta la mela come più chiara di quello che in realtà  sembrerebbe. Ovviamente questo strumento ha i suoi limiti, se la mela è illuminata da  una luce fortemente blu o fortemente rossa, allora non posso più distinguere il colore  originale, o meglio, il colore della mela cambia. Se questo fenomeno non si verificasse  il mondo diventerebbe un posto piuttosto confuso in cui le cose variano continuamente  colore, così invece possiamo capire, entro determinati limiti, che a cambiare è solo  l’illuminazione dell’oggetto. Lo so, il mondo resta comunque un posto piuttosto  confuso, ma un po’ meno di come lo sarebbe se il nostro cervello non aggiustasse  ombre e tonalità per noi.

Ma da questo splendido marchingegno grigio che si trova nella nostra scatola cranica non si può pretendere la perfezione. In alcune situazioni i suoi stessi strumenti si ritorcono contro di lui e si lascia ingannare.

illusioni

Figura B

Osservate ad esempio nella figura B i due quadratini indicati dalla freccia all’interno del cubo. Vi appariranno uno marrone e uno arancione. Invece possiamo assicurarvi che hanno lo stesso identico colore. Lo stesso avviene per la scacchiera col cilindro qua sopra. I due quadratini A e B, pur essendo entrambi grigi, sembrano di colori diversi. E’ esattamente il fenomeno della coerenza del colore, che aggiusta la nostra percezione basandosi sul contesto ma che in questo caso, bè, finisce con l’aggiustare troppo e ci frega.
Alle volte tutti i cervelli si fanno ingannare con lo stesso risultato, altre volte, come nel famigerato affaire che stiamo trattando, con risultati diversi. Prendendo in considerazione la foto dell’abito, vediamo che siamo piuttosto vicini all’oggetto in questione e il contesto è limitato e ambiguo. Dunque il nostro cervello ha dovuto prendere l’iniziativa e decidere che tipo di sfondo posizionare dietro. Chi ha dedotto/immaginato/creato attorno al vestito un’illuminazione bluastra, come ad esempio se fosse vicino ad una finestra con un bel cielo chiaro, ha visto il vestito bianco e oro, perché se la luce è blu il cervello sa che deve schiarire. Chi lo ha pensato in una luce giallastra, come ad esempio una luce artificiale, lo ha visto blu e nero. Ecco qua.
Foto del vestito in altri contesti ci dimostrano che in effetti quel maledetto pezzaccio di stoffa è blu e nero. Ma secondo quale criterio, a questo punto? Blu e nero sotto una certa luce, visto da determinati occhi, percepito da un particolare cervello. Certo la maggior parte di noi potrà concordare, una volta neutralizzata l’illusione portando il vestito in contesti meno ambigui, sul suo colore. Ma cosa ci garantisce che non siamo tutti nuovamente ingannati in qualche modo? Ahimè, niente. Questi interessanti bug del sistema ci dimostrano che il nostro cervello ha un grande, grandissimo, potere sulla realtà. E’ lui che la interpreta e, per quanto a noi sembra lo stia facendo benissimo, non sappiamo quanto la nostra rappresentazione sia lontana dalla realtà, se ha ancora senso, a questo punto, parlare di realtà.

Le parole si stanno facendo ingarbugliate e infatti è qui che entra in ballo Kant. Sarà rapido ed indolore, non temete. Se l’augusto filosofo di Königsberg fosse stato ancora vivo, oltre ad essere un cento novantenne arteriosclerotico che ripete in loop “Synthetisches Urteil a priori”, avrebbe gongolato maledettamente per tutta questa storia del vestito.
La grande intuizione di Kant, la sua così detta “rivoluzione copernicana”, è l’idea limpida e geniale di ribaltare il processo conoscitivo. Al centro della ricerca non deve essere più l’ “oggetto” bensì il “soggetto”. Fino ad ora, dice Kant, ci siamo occupati di studiare i fenomeni, le cose che accadono attorno a noi. E questo va benissimo, ma come possiamo farlo correttamente se prima non analizziamo la base da cui tutto scaturisce, ovvero la mente stessa? Insomma, prima di studiare come avvengono le cose, occorre capire come noi percepiamo che le cose avvengano, perché sta lì il segreto di tutto.
Ammettiamolo, è un’idea niente affatto male. Magari a noi evolutissimi uomini moderni non si slogherà la mandibola dallo stupore, ma immaginate una teoria del genere nel ‘700. Kant non è il primo a pensare che la conoscenza dipenda primariamente dalla ragione del singolo, pensiamo ad esempio a Locke, ma è senz’altro il primo a formulare la sua tesi chiaramente e radicalmente.
Per Kant, quando osserviamo la realtà, assorbiamo caoticamente i dati sensibili e poi, nella nostra testa, li rielaboriamo e ne traiamo un senso grazie alle categorie, innati strumenti di catalogazione percettiva. La metafora delle lenti utilizzata qua sopra per descrivere il funzionamento del nostro cervello in effetti, colpo di scena, è una metafora dello stesso Kant, secondo il quale i dati sensibili sono recepiti e poi elaborati dalla ragione (oggi diremo, dal cervello) proprio come la luce viene filtrata, e modificata, da un paio di lenti. Niente di molto lontano da quello che oggi la scienza ci dice sul funzionamento dei nostri meccanismi di conoscenza. Kant, al giorno d’oggi, sarebbe stato senza dubbio il più brillante tra i neuro-scienziati.

Immanuel Kant

“Io comunque lo vedo ancora bianco e oro..”

Il filosofo portò questa sua intuizione alle estreme conseguenze, arrivando a dire che la realtà  come veramente è, il noumeno, non è conoscibile per l’essere umano, che deve accontentarsi di  percepire il fenomeno, ovvero la realtà filtrata dalle “lenti” del suo apparato percettivo.
Kant aveva anche detto che le nostre menti sono pressoché uguali, dato che tutti possediamo le  stesse categorie, quindi condividiamo una visione comune della realtà e questo ci permette di fare  scienza. Ma attenzione, il fatto che come umanità percepiamo la realtà in modo simile e ce ne  creiamo dunque un’immagine coerente, non vuol dire affatto che la realtà sia poi effettivamente  così.
Inoltre, senza scomodare troppo la fisica quantistica, che quando la tiri in ballo non sai mai cosa  può succedere, basta accennare al nuovo e centrale ruolo che essa dà all’osservatore nell’analisi  dei fenomeni per rendersi conto che anche qui Kant avrebbe avuto da gongolarsela.

Giunti a questo punto, a dire il vero, non sono sicura che il mistero del vestito sia completamente  risolto. E’ blu e nero, d’accordo. Ma le questioni rimaste aperte credo siano molte, e la ricerca nel  campo della percezione ancora sconfinata ed entusiasmante. Nell’attesa che la scienza ci dica  sempre di più, possiamo intanto trarre da questa storia un insegnamento veramente saggio, un  invito a portare sempre con sé una buona dose di umiltà epistemica. Che sia uno screzio tra  condomini, un problema di politica estera o una tazza, se a noi appare univocamente e super-ovviamente bianca, prima di saltare alla giugulare di chi la vede super-ovviamente nera, ricordiamoci che non tutti percepiamo il mondo allo stesso modo. E soprattutto, non è affatto detto che la vostra o la loro visione corrisponda effettivamente a quello che c’è nel mondo reale, per quanto ne sappiamo, la tazza potrebbe anche essere arancione.

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Chi lo ha scritto

Giuditta Mitidieri

Ha due spazzolini in due case diverse, uno a Bologna dove studia Filosofia quando non le scappa da ridere e uno nel contado pistoiese, dove ha radici e affetti. Coltiva velleità letterarie da quando ha vinto un premio e si è montata la testa, nel frattempo dimostra simpatia solo a chi studia materie scientifiche e sogna di poter prendere a sberle tutti gli umanisti che almeno una volta nella loro vita hanno affermato con orgoglio "Io di matematica non ci capisco niente". L'unico uomo che abbia mai amato è il comandante Kim di Calvino. Le piace il limone, il chinotto, l'origine ebraica del suo nome e il mare selvatico della Liguria. Se potessse, vivrebbe dentro a un cinema. Finchè non le sarà possibile si consola scrivendo per L'Undici, come può.

8 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Il piacere di guardare il Mare

    Mi è piaciuto molto. Complimenti, e avanti così, per la gioia e il piacere dei tuoi lettori.

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  2. Viviana Alessia

    L’ amabile Immanuel che ha saputo dimostrare con logica ferrea, in umilta’ e silenzio rispettoso, tutti quelli che oggi consideriamo i nostri limiti cognitivi ( pertanto umani, poco da fare !). Tuttavia quanti di noi, nel quotidiano come nelle posizioni eccelse che la società concede, accettano veramente il messaggio di Kant , oppure non lo conoscono, oppure si affrettano a relegarlo nel mucchio del modernariato trash ( eh sì, pure Kant si butta nel cestino all’ ultima moda se intralcia interessi, tornaconto, potere, malaffare). Basta pensare appunto al fantasmagorico condominio, alle politiche azzoppate dalle innumerevoli e ataviche inchieste, agli interessi delle potenti multinazionali del farmaco che guarisce più che altro a casaccio, magari in base, appunto, al colore, odore, sapore squisitamente soggettivi della pilloletta, alle casseforti delle multinazionali della variopinta cosmesi che di colori e visioni distorte dei colori se ne intende parecchio, a tutto quello che riempie la nostra vita di acidosi generalizzata. Certo, tutti possono dire altrettanto di me e delle mie considerazioni, ed io, con epistemica umiltà, lascio dire, ché, appunto, tutti hanno ragione dal loro punto di vista. Almeno fino ad un certo punto. Fino al punto in cui trovo insopportabile che ” si strozzi la nonna per i quattro spiccioli del suo taccuino “. A quel punto non garantisco più neanche di lasciare al suo posto l’ arco da tiro sportivo regalatomi a quindici anni ( ero così magrolina! ) dal pragmatico zio che aveva combattuto da maquisard per la libertà della Francia che gli aveva dato almeno un lavoro nella miniera di carbone in cui trovò infine la morte.
    - Apprends Pacao ( così mi chiamava, chissà perché ) parce que la vie n’ est pas en rose comment chante ma belle Edith Piaf !
    Modestamente, vincevo qualche gara di tiro in giovane eta’: le lunghe braccia sottili si fecero forti e determinate.
    Articolo chiaro, istruttivo, che non conoscevo , ma che cade perpendicolare come il filo a piombo.

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  3. Daria Cozzi

    Brava Giuditta! bell’articolo, interessante, ben scritto, con quel finale che lo rende davvero unico! Ti avrei messo volentieri la stellina ma … non funziona :-/

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  4. Anna

    Complimenti, mi è piaciuto molto. :)
    Con tutti i neuroni che abbiamo, per non parlare delle sinapsi, come si può non immaginare che qualche dettaglio possa prendere vie alternative, qui e là?
    Chissà, quelli che pensano che la verità/realtà (già, ha davvero senso ormai utilizzare questi termini?) sia una sola, probabilmente hanno una mente che interpreta considerazioni di questo tipo a modo suo.
    Comunque, viva Kant. Pensare che abbia lasciato questo mondo dopo anni di progressivo decadimento cognitivo fa un certo effetto.

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