Fisheye sul regista: Jean-Marc Vallée

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ANNATA (S)FORTUNATA 

Il 2005 viene travolto da un’ondata di film destinati a lasciare traccia all’interno della filmografia mondiale, tra i tanti: Brokeback Mountain di Ang Lee, Memorie di una Geisha di Rob Marshall e, soprattutto, l’ultimo episodio della saga di Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith diretto da George Lucas. Non so, per un regista, quali siano le conseguenze nella distribuzione del proprio film in contemporanea con quella di colonne portanti del cinema quali Star Wars. Ha importanza? Inciderà sull’opera? è irrilevante? Nel caso di Jean – Marc Vallée, come suppongo di molti altri registi, assistiamo ad un eclissi quasi totale di un lavoro che, non solo annunciava le particolarità e quei leitmotiv che avrebbero caratterizzato la sua filmografia, ma dava vita ad un nuovo modo di raccontare storie apparentemente come tante che divengono il riflesso di uno scenario maggiore che va a colpire le disillusioni di una società intera. Un percorso, però,  non privo di buchi neri.

SALITE E DISCESE 

Jean – Marc Vallèe, anno 1963, Canada. Debutta con Liste Noire nel 1995, film dai lineamenti thriller che prende le sembianze del perfetto trampolino di lancio per tuffarsi all’interno dell’oceano hollywoodiano. Così, nel 1997, ancora alla ricerca della propria natura registica, dirige Posse II – La banda dei folli, un atipico western che mantiene intatta, a modo suo, la classicità del genere seppur evidente l’estraneità al corpus stilistico a cui faceva affidamento. Bisognerà attendere un ulteriore flop per giungere, infine, al 2005 con la sua prima piccola perla: C.R.A.Z.Y.

E ALLA FINE ARRIVA C.R.A.Z.Y.

Il film, presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ruota intorno alla figura del giovane Zac Beaulieu intento nella lotta per auto accettarsi come omossessuale dinanzi ad un padre che si rifiuta di accettare la realtà dei fatti nei “free” anni ’70. Un diario di crescita narrato in prima persona dalla voce fuori campo dello stesso protagonista che, finalmente, mette in mostra la prima caratteristica che diverrà ricorrente nella filmografia del regista: la musica. La colonna sonora gioca, infatti, un ruolo importantissimo, contribuendo in favore dell’ottima riuscita del film. Da una parte abbiamo il padre che ogni Natale si esibisce sulle note di Emmenez-moi di Charles Aznavour, dall’altra Zac il quale perde se stesso nelle intime atmosfere di Space Oddity di David Bowie, Sympathy for the Devil dei Rolling Stones,  The Great Gig In The Sky e Shine On You Crazy Diamond dei Pink FloydWhite Rabbit dei Jefferson Airplane. E se la vita prende pieghe inaspettate, sferra colpi senza dare attimi di respiro, la musica è sempre lì, pronta a dare schiaffi morali, far piangere, meditare con le sue vibrazioni. La musica, nei film di Jean – Marc Vallée, crea per ogni protagonista una patria personale in cui riconoscersi, un minuscolo microcosmo dov’è possibile salvarsi dal mondo che crolla.

ANOTHER COMMON BRICK IN THE WALL

2009. Il Canada vede l’esordio alla regia dell’enfant prodige del cinema Xavier Dolan che all’età di 18 anni debutta con J’ai tué ma mére – I killed my mother, la base di ciò che, in maturità registica, diventerà Mommy, distribuito pochi mesi fa nei cinema italiani. Stesso successo non si può attribuire al nostro Vallée che cade in un ulteriore buco nero di romanticismo e inutilità con il mediocre The Young Victoria dedicato alla giovane regina Vittoria appena diciassettenne sul trono d’Inghilterra e alla storia d’amore che nacque fra lei e il principe Alberto. Un film da accompagnamento pomeridiano che niente ha a che vedere con la pellicola che realizzerà nel 2013: Dallas Buyers Club.

WE CAN BE TOGETHER: L’ACCOPPIATA PERFETTA

2013, l’anno che sancirà il ruolo di Vallée nel panorama cinematografico grazie a Dallas Buyers Club (vincitore di tre premi Oscar) in cui si assiste al connubio secolare tra attore e regista capace di dar vita a veri e propri piccoli o grandi capolavori. Si ritorna alla peculiarità di storie apparentemente come tante ma capaci di divenire il riflesso di uno scenario maggiore. Se in C.R.A.Z.Y. ripercorriamo la libertà vigilata degli anni ’70, in Dallas Buyers Club facciamo un salto temporale di dieci anni che condurrà il nostro sguardo al fatidico 1980, anno in cui si comincerà a parlare di AIDS E HIV. Sotto le note di Life is strange dei T. Rex osserviamo il corpo e la mente di un cowboy cambiare  piegandosi alla volontà di una malattia di cui ancora si sapeva ben poco e che portava con sé pregiudizi, razzismo ed omofobia. Assistiamo alla lotta degli emarginati sociali capitanata da Matthew McCounaghey (al suo secondo nuovo debutto attoriale dopo Killer Joe di Friedkin. Nuovo perché, su, ormai non consideriamo i film romantici ai quali ha prestato la faccia) e Jared Leto nei panni di un transessuale. Di film sull’AIDS ne abbiamo visti molti ma Dallas Buyers Club si può inserire in quella top 3 dedicata al tema a cui aggiungiamo Philadephia di Jonathan Demme e The Normal Heart di Ryan Murphy.

WILD

Giungiamo al finale della filmografia con l’ultimo lavoro che vede protagonista Reese Whiterspoon, di cui ricordo un’unica interpretazione memorabile in Walk the Line, pellicola dedicata alla figura di Jhonny Cash. Qui assistiamo alla trasposizione di un best-seller amato dagli Americani, scritto da Cheryl Strayed e dedicato alla propria esperienza a confronto con le terre selvagge. No, non si tratta di un altro Into the Wild di Sean Penn (magari!) seppur alcuni particolari non fanno che rimandare a tale pellicola. Non l’Alaska, non Thoreau, bensì Emily Dickinson e il PCT, Pacific Crest Trail, il cammino più difficile che ci sia in America: 1600 miglia o forse più, i numeri variano, dal confine del Messico al Canada.

Qual’è il motivo di questo viaggio? Molti pensano che, se in un film la protagonista è femminile, di conseguenza possediamo un background ai limiti della tragedia. Wild non è un eccezione fra droga, famiglia a pezzi con padre alcolizzato e violento. Ciò che affronterà durante il viaggio sarà narrato attraverso una mdp che studierà ogni minimo dettaglio del suo percorso e flashback che, forse, possiamo considerare come il particolare che abbellisce la pellicola, insieme, ovviamente, alla musica. La musica, qui più di ogni altra sua pellicola, entra in simbiosi con la storia, come affermerà lo stesso Valléè durante un’intervista:

Non volevo dare al pubblico l’impressione di guardare un film. E’ così che mi sento spesso nei confronti delle colonne sonore. Divento consapevole che sto guardando un film, che qualcuno sta suonando della musica che i personaggi non sentono. Cerco di evitarlo in ogni film che dirigo e volevo fortemente evitarlo in ‘Wild’. La linea-guida principale per quanto riguarda la musica è stata quella di utlizzarla solo durante i flashback. Quando c’è musica in una scena, è perché proviene da un qualche dispositivo, ad esempio la radio di un’auto, o un lettore CD. La musica che sentiamo nel corso del film è quella che Cheryl ascolta nella vita


Ora, le novità sono due: la prima vede protagonisti Jake Gyllenhaal e Naomi Watts in un romantic drama dal titolo Demolition; la seconda, seppur in stato embrionale, rischia dall’inizio un fallimento. Si tratta infatti di un biografico dedicato a Janis Joplin che sarà interpretata da Amy Adams. Non pronuncio nessuna sentenza affidandomi al regista che realizzò C.R.A.Z.Y. e Dallas Buyers Club, sperando che riprenda presto la vecchia strada intrapresa con i titoli sopra citati.

 

 

 

 

 

 

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