Due stati per due popoli. Ovvero, considerazioni sulla situazione in Palestina rivolte agli amici di sinistra

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“E’ terribile odiare ed essere odiati per così tanto tempo. E’ estenuante occupare ed essere occupati per così tanto tempo. Questa liberazione riguarda anche noi israeliani.”
(David Grossman)

Il 29 novembre del 1947 l’ONU approvò una risoluzione che prevedeva la creazione di due stati in Palestina, nei territori fino ad allora sotto amministrazione britannica: uno stato ebraico e uno palestinese. Il 14 maggio 1948 nasceva Israele. Immediatamente le nazioni arabe resero pubblica la volontà di creare uno Stato unitario di Palestina al posto dei due stati previsti e il 15 maggio una loro coalizione attaccò militarmente la neonata nazione ebraica. Da allora il conflitto arabo-israeliano, tra guerre tradizionali e scontri di diversa natura, non è mai cessato.

Una tesi precisa

In questo contributo proverò ad argomentare a favore di una tesi semplice e precisa relativa al drammatico conflitto che vede coinvolti da molti decenni gli arabi e gli israeliani, pur essendo consapevole della estrema complessità di quel contesto. Esporrò e discuterò infatti l’assunto che la controversia su come ripartire il territorio della Palestina sia un elemento di secondaria importanza rispetto al diniego arabo-palestinese di riconoscere davvero il diritto di Israele ad esistere.

Manifestazione a favore della Palestina

Manifestazione a favore della Palestina

In Europa e anche nel nostro Paese talvolta nei confronti di Israele vengono espressi giudizi alquanto severi. Non di rado, inoltre, alcuni identificano lo stato di Israele con il suo governo, una assimilazione che non viene effettuata per altri paesi con sistema democratico. Una cosa è infatti il dissenso, il criticare legittimamente questo o quel governo per le sue particolari politiche o per i suoi specifici errori (su alcune aberrazioni dei governanti israeliani e talune loro sciagurate decisioni potrei scrivere un libro intero, anche se qui non mi ci soffermerò affatto); un’altra cosa è attaccare costantemente e direttamente una intera nazione, e quindi tutto il suo popolo, in una sorta di punizione collettiva. Nel caso di Israele l’attacco è arrivato a promuoverne il boicottaggio culturale, commerciale ed accademico; in alcuni casi a imbrattarne o bruciarne in piazza simboli e bandiera. Questi atteggiamenti sono divenuti in alcuni ambienti quasi incontrollati e mettono in discussione la legittimità stessa di Israele, non solo e non tanto la sua linea politica.

Confesso così che le mie riflessioni saranno prima di tutto offerte, con molta franchezza ma sincera cordialità, agli amici della sinistra italiana: è questa invero la parte politica alla quale sin da giovanissimo, e ancora oggi, guardo con fiducia e nella quale ho anche militato attivamente a lungo. Nel linguaggio comune infatti di una parte non trascurabile delle forze politiche e dei simpatizzanti della sinistra si impiegano tranquillamente nei confronti di Israele, dei suoi governi e delle loro iniziative, parole ed espressioni come “aguzzini”, “assassini”, “criminali”, perfino come “nazisti”, “lager”, “apartheid”, addirittura come “pulizia etnica”, “sterminio” e “genocidio”.

Nelle parti centrale e finale di questo scritto, nell’illustrare la tesi espressa, commenterò anche (a costo di attirarmi antipatie) su queste lapidarie sentenze, spesso avanzate da chi vive Israele quasi come un assillo, non basandosi sullo studio della realtà, palesando di non conoscere bene il contesto storico e mostrando di non aver mai sottoposto seriamente al vaglio della logica e della coerenza i propri giudizi. Ripeto che non è certo in discussione il dissenso politico, ma la razionalità con cui è presentata la critica, i pregiudizi di cui si alimenta, i doppi standard che si utilizzano per giudicare i comportamenti, l’ignoranza e talvolta anche la vera e propria falsificazione dei fatti.

Partirò in ogni caso riassumendo brevemente alcune tappe storiche fondamentali: quegli eventi che tutti coloro che reclamano il diritto di intervenire in questo dibattito dovrebbero ricordare, a partire da chi si dice favorevole alla pacifica coesistenza di due stati, rappresentanti di altrettanti popoli, in Palestina. Anticipo che non potrò ovviamente offrire qui una ricostruzione storica esaustiva (né sarei tra i competenti a farlo): cercherò di mettere in rilievo esclusivamente le vicende pertinenti al tema in discussione, scusandomi fin d’ora se alla fine non sarò stato capace della migliore sintesi.

Gli inizi

Ottoman_Empire_bLa cosiddetta “Palestina” (regione geografica compresa tra il Mar Mediterraneo, il fiume Giordano, il Mar Morto, fino ad arrivare al mar Rosso e ai confini con l’Egitto, e che comprende anche la cosiddetta “Terra di Canaan” o “Terra Promessa”) ebbe il nome di regione siro-palestinese dall’imperatore romano Adriano nel 135, laddove il nome originale era Iudaea. Quanto alla storia più recente, questa terra era rimasta sotto l’Impero Ottomano per alcuni secoli fino a quando quest’ultimo la perse, a favore della Gran Bretagna, alla fine della prima guerra mondiale. Nel mondo arabo veniva semplicemente chiamata Surya al Janubiyya, ovvero “Siria meridionale”.

Alla fine della guerra, la Società delle Nazioni creò qui un Mandato affidato alla Gran Bretagna (la “Siria settentrionale” fu contestualmente affidata alla Francia). Da quel momento la popolazione ebraica, che in realtà era già presente nella regione da alcuni secoli, cominciò ad aumentare costantemente sulla base dell’immigrazione sostenuta dal movimento sionista, il cui fine era l’affermazione del diritto alla autodeterminazione del popolo ebraico mediante l’istituzione di un proprio stato in Palestina: il trasferimento della diaspora a una patria antica, ma anche nuova. La Gran Bretagna aveva tuttavia già informalmente assicurato la regione agli arabi in cambio dell’aiuto da loro fornito con la Grande Rivolta alla lotta contro l’impero Ottomano. Questa promessa fece sì che l’iniziale appoggio britannico alle richieste del movimento sionista si dovesse misurare presto con la forte opposizione degli stati arabi e della grande maggioranza palestinese.

In questo difficile contesto nel 1922 la Gran Bretagna concesse tutti i territori ad est del fiume Giordano (quasi il 73% dell’intera area del Mandato) all’Emiro Abd Allah I. Questi territori divennero la cosiddetta Transgiordania, con una grande maggioranza di popolazione araba (nel 1920 circa il 90% del totale), le cui leggi non permettevano a un ebreo di ottenere la cittadinanza (la legge civile giordana afferma ancora oggi esplicitamente: «Qualunque uomo potrà essere un suddito giordano a condizione che non sia ebreo»).

Nel 1939 l’amministrazione britannica, pur difendendo i diritti della comunità ebraica già presente, pose forti limitazioni all’immigrazione e cominciò a respingere le navi cariche di migranti ebrei.

Con l’avvio della seconda guerra mondiale la maggior parte dei gruppi ebraici si schierò con gli Alleati, mentre molti gruppi arabi guardarono con interesse l’Asse, nella speranza che una sua vittoria servisse a riscattarli dalla presenza britannica. L’ala più estremista del movimento ebraico si dissociò però dalla posizione maggioritaria, dando vita al movimento Lohamei Herut Israel (conosciuto anche come “Banda Stern”, dal nome del suo fondatore), raggruppamento che negli anni seguenti concentrò le proprie azioni proprio contro obiettivi britannici.

Dopo la seconda guerra mondiale e la presa di coscienza della reale portata della Shoah, le Nazioni Unite non poterono evitare di interrogarsi in prima persona sul destino della regione, che nel frattempo diveniva sempre più instabile: i rifugiati ebrei scampati alle persecuzioni naziste dovevano in qualche modo trovare accoglienza ufficiale in Palestina?

Nella sua relazione l’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine) affrontò il problema di come accontentare sia il popolo ebraico che quello palestinese, raccomandando altresì che la Gran Bretagna cessasse il prima possibile il suo controllo sulla zona. Nel decidere su come dividere il territorio, l’UNSCOP contemplò come parte ebraica solo le zone dove i coloni ebrei erano già presenti in numero davvero significativo, provando ad evitare così le probabili reazioni negative della popolazione araba.

La nascita di Israele

Piano Onu di partizione della Palestina

Piano Onu di partizione della Palestina

Il 29 novembre del 1947 l’Assemblea delle Nazioni Unite ratificò, con 33 voti a favore, 13 contrari e 10 astenuti (tra cui la Gran Bretagna), una risoluzione (la 181) che prevedeva la creazione di uno stato ebraico e di uno stato palestinese, nei territori ancora con gestione britannica. Gerusalemme, anche in virtù dell’elevata presenza di differenti luoghi di culto, doveva rimanere sotto controllo internazionale: «Independent Arab and Jewish States and the Special International Regime for the City of Jerusalem … shall come into existence in Palestine two months after the evacuation of the armed forces of the mandatory Power has been completed but in any case not later than 1 October 1948». Il progetto era quello originario sovietico-statunitense, passato in commissione il 25 novembre.

Le reazioni alla risoluzione dell’ONU furono diverse: la grande maggioranza dei gruppi ebraici l’accettò, pur criticando la non continuità territoriale tra le varie aree assegnate, anche se alcuni estremisti la rifiutarono essendo contrari alla presenza di uno stato arabo in quei luoghi che erano da loro considerati “Grande Israele”. Quanto ai gruppi palestinesi, tutti rifiutarono la proposta: la maggioranza negava assolutamente la possibilità della nascita di uno stato israelitico in quell’area, laddove una minoranza criticava soprattutto il modo con cui era stata effettuata la divisione del territorio.

Da parte loro tutte le maggiori nazioni arabe, categoricamente contrarie alla creazione di uno stato ebraico in Palestina, fecero subito ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia, sostenendo la non competenza dell’Assemblea dell’ONU nel decidere la ripartizione di uno specifico territorio del Medio Oriente. Il ricorso fu respinto, e il 14 maggio 1948 il Consiglio Nazionale Sionista dichiarò costituito lo stato di Israele.

La decisione dell’ONU fu immediatamente seguita da differenti tipi di violenze tra gruppi paramilitari sionisti e arabi che gettarono nel caos l’intera regione. Tra gennaio e la prima metà di maggio 1948 forze irregolari arabe attaccarono in particolare le comunità ebraiche nel nord della Palestina, concentrando i loro sforzi nel tagliare le vie di comunicazione fra le città e il loro circondario. In tutta risposta il piano Dalet, anche se aveva come scopo dichiarato la difesa del territorio del nascente stato ebraico, prevedeva la possibilità di occupare “basi nemiche” poste oltre il confine, ufficialmente per evitare che venissero impiegate per organizzare nuovi attacchi.

Il 15 maggio le truppe britanniche si ritirarono definitivamente dai territori del Mandato e lo stesso giorno, in un cablogramma ufficiale all’ONU da parte del Segretario Generale della Lega Araba, gli stati arabi proclamarono il loro intento di creare uno Stato unitario di Palestina al posto dei due stati previsti. I paesi arabi affermarono altresì che il piano dell’ONU non era valido e reclamarono che l’assenza di un’autorità legale rendeva loro necessario intervenire militarmente.

La guerra del 1948

La guerra del 1948

La guerra del 1948

Lo stesso 15 maggio 1948, gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania attaccarono congiuntamente Israele. L’offensiva venne presto bloccata dalle neonate forze armate israeliane, e la guerra terminò con la completa sconfitta araba nel maggio del 1949, generando oltre 700 000 profughi palestinesi. Analogamente ci furono circa 600 000 ebrei che dovettero allontanarsi dai territori arabi.

Oltre a Israele, l’Unione Sovietica e gli Usa condannarono l’azione degli stati arabi come aggressione illegittima e il Segretario Generale dell’Onu la definì come «la prima aggressione armata che il mondo abbia mai visto dalla fine della seconda guerra mondiale». Nel 1949 Israele firmò armistizi separati con l’Egitto il 24 febbraio, col Libano il 23 marzo, con la Transgiordania il 3 aprile e con la Siria il 20 luglio. In seguito all’armistizio ed al ritiro delle truppe israeliane, l’Egitto occupò la striscia di Gaza, mentre la Transgiordania occupò la Cisgiordania, cambiando il nome in Giordania. Israele rimase in Galilea e in alcuni territori a maggioranza araba occupati nella guerra. Vennero così definiti i nuovi confini della pur neonata nazione, risultato di una guerra difensiva vinta, che comprendevano il 78% della Palestina mandataria, circa il 50% in più di quanto prevedeva il piano di partizione dell’Onu.

Nel 1950 Israele approvò una legge che permetteva ai rifugiati palestinesi di stabilirsi in Israele diventandone cittadini, a condizione di firmare una dichiarazione di rinuncia alla violenza e di riconoscimento dello Stato ebraico. Nel corso degli anni, grazie a questa legge, decine di migliaia di rifugiati palestinesi hanno potuto stabilirsi in forma stabile in Israele.

Le guerre di Suez, dei 6 giorni e del Kippur

Il 23 luglio 1952 un gruppo armato fece cadere il sovrano d’Egitto Faruk e instaurò al potere il proprio leader Gamal Abd el-Nasser. Quest’ultimo procedette ad un progressivo allontanamento politico dalla Gran Bretagna e contemporaneamente ad un accentuato avvicinamento all’Unione Sovietica, proprio mentre iniziava la guerra fredda e le alleanze mondiali andavano cambiando. Nasser soppresse presto tutte le passate istituzioni e nel 1955 le truppe egiziane subentrarono a quelle britanniche anche nel controllo del canale di Suez. L’Egitto nazionalizzò infine il canale chiudendolo definitivamente, nel 1956, alle navi commerciali di Israele. Le tensioni aumentarono enormemente, con i fedayn egiziani che lanciavano frequenti incursioni nel territorio israeliano e Israele che rispondeva con raid di rappresaglia. Infine Israele intervenne militarmente, ma il conflitto si risolse molto presto grazie ad una serrata quanto drammatica trattativa tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che nel frattempo erano divenuti aperti avversari (noto che l’Unione Sovietica era stata tra i primissimi paesi al mondo a riconoscere ufficialmente Israele).

La cosiddetta “guerra dei sei giorni” ebbe inizio una decina di anni dopo, il 6 giugno 1967, e viene annoverata come il terzo scontro militare ufficiale, anche questo scaturito dall’attacco di più paesi arabi – Egitto, Siria, e Giordania – ad Israele. L’Iraq, l’Arabia Saudita, il Kuwait e l’Algeria appoggiarono questa aggressione dall’esterno, con armi ed attività di supporto logistico e strategico. Anche questa guerra si risolse in brevissimo tempo: sotto il comando dei generali Ytzhak Rabin e Moshe Dayan, Israele in sole sei ore ridusse al silenzio le forze aeree nemiche e in soli sei giorni ne sconfisse gli eserciti, conquistando la Cisgiordania, la Penisola del Sinai, le Alture del Golan e la Striscia di Gaza. Israele occupò così di nuovo vaste aree di territorio al di fuori dei confini iniziali, ma in verità offrì subito, in cambio dell’avvio di un vero processo di pace, la restituzione immediata di molti dei territori occupati, tra cui tutta la West Bank  (così viene anche chiamata la Cisgiordania). La Lega Araba rispose con l’infausta quanto esplicita risoluzione nota come “I tre no di Khartum”: «No peace, no recognition, no negotiation».

Nel 1973 Egitto e Siria attaccarono di nuovo Israele, a sorpresa, proprio nel giorno della festività ebraica dello Yom Kippur. Nei primissimi giorni sembrò che i due paesi arabi stessero avendo la meglio, ma ancora una volta le truppe israeliane riuscirono presto a rovesciare completamente le sorti del conflitto. In seguito, con gli accordi di Camp David del 1978, Israele si impegnò a restituire la Penisola del Sinai e l’Egitto accettò contestualmente di riconoscere lo stato di Israele. Questo fu un evento davvero straordinario: per la prima volta si crearono normali relazioni diplomatiche fra Israele e uno dei Paesi confinanti. L’Egitto fu per questo espulso dalla Lega Araba.

Gli accordi di Camp David furono anticipati dalla storica visita di Anwar Sadat alla Knesset il 19 novembre 1977. Sadat e Menachem Begin ricevettero il Premio Nobel per la Pace 1978, e Sadat fu ucciso da fondamentalisti islamici il 6 ottobre 1981. In ogni caso il ritiro di Israele dai territori egiziani occupati, deciso a seguito del formale riconoscimento di Israele, si completò nel 1983. Da allora la pace tra Israele e l’Egitto ha sempre tenuto.

Tra Israele e la Giordania il trattato di pace (come con l’Egitto non un semplice e temporaneo armistizio) fu siglato a Wadi Araba il 26 ottobre 1994 da Rabin e da re Hussein di Giordania. L’accordo fu raggiunto sempre sulla base del riconoscimento del diritto di Israele ad esistere. Fino ad oggi anche questa pace ha resistito.

Gli accordi di Oslo

Washington, 13 settembre 1993: il ministro degli esteri israeliano Shimon Peres firma gli accordi di Oslo alla presenza del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, Bill Clinton e Yasser Arafat [foto: D. Ake]

Washington, 13 settembre 1993: il ministro degli esteri israeliano Shimon Peres firma gli accordi di Oslo alla presenza del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, Bill Clinton e Yasser Arafat
[foto: D. Ake]

Gli accordi di Oslo, conclusi il 20 agosto 1993 da Mahmud Abbas e Shimon Peres e firmati a Washington il successivo 13 settembre da Rabin, Yasser Arafat e Bill Clinton, erano stati preceduti dalla prima Intifada (arabo per sollevazione, rivolta), 1987-1993. Gli accordi prevedevano un ritiro graduale delle forze israeliane da alcune aree occupate affermando il diritto palestinese all’autogoverno. Il governo palestinese ad interim sarebbe dovuto durare per un periodo di cinque anni, durante i quali si sarebbe provato a negoziare per una pace permanente. Questioni importanti come quella riguardante Gerusalemme, i rifugiati palestinesi, la sicurezza di Israele e i suoi confini vennero escluse dagli accordi. Questi ultimi sancirono anche la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese, con Arafat presidente.

Va decisamente sottolineato che l’ANP riconosceva, in linea di principio, il diritto di Israele ad esistere e rinunciava sia all’intento di distruggerlo che al terrorismo. Tali dichiarazioni segnarono una eccezionale novità rispetto al lungo rifiuto perfino di ipotizzare, da parte palestinese, l’esistenza di Israele. Esse furono però smentite subito nei fatti, secondo molti commentatori, dalle costanti pratiche ostili allo stato ebraico, sia nel periodo appena successivo alla firma che negli anni seguenti. Arafat, Rabin e Peres ricevettero il Premio Nobel per la Pace 1994, ma Rabin fu presto (1995) ucciso da un estremista ebreo. In una manifestazione a favore della pace cui avevano partecipato quasi 300.000 israeliani aveva appena affermato: «Non dovremmo mai dimenticare che non siamo arrivati in una terra disabitata».

Prima pagina del New York Times del 5 novembre ’95

Prima pagina del New York Times del 5 novembre ’95

L’assassinio di Rabin determinò una lunga crisi politica ed un forte acuirsi della tensione, che continuò a salire con il fallimento di nuovi incontri a Camp David nel luglio 2000. Questi incontri si svolsero tra Arafat e il primo ministro israeliano Ehud Barak, con la collaborazione di Clinton, e le discussioni furono di fatto incentrate sulla questione dello status di Gerusalemme. Da Clinton venne proposto di dividere la città in due: ai palestinesi i quartieri musulmano e cristiano, agli israeliani quelli ebraico e armeno. Arafat rifiutò questo piano perché non prevedeva Gerusalemme est come capitale dello stato palestinese. Clinton propose allora che la Spianata delle Moschee – il perimetro più sacro e conteso della Città Santa – rimanesse sì sotto la sovranità israeliana, ma che la sua gestione fosse affidata al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Anche questa proposta venne bocciata da Arafat. Come ultima chance Clinton ipotizzò una divisione della sovranità: ai palestinesi sarebbe stata riconosciuta quella sopra il suolo della Spianata, agli israeliani quella su quanto si trovava sotto, ovvero le rovine del Secondo Tempio. Le trattative fallirono definitivamente per l’ennesimo rifiuto di Arafat.

La seconda Intifada, avvenuta appunto nel 2000, sancì così clamorosamente il fallimento di tutto il lungo processo di pace avviato a Oslo.

Nel 2001, contemporaneamente alla ormai prevedibile vittoria elettorale di Ariel Sharon (viste le continue sconfitte politiche di Barak), le prospettive di un vero accordo si fecero ancora più lontane. Il leader della destra israeliana aveva infatti da non molto effettuato quella che dai palestinesi era stata vista come una vera e propria provocazione: la guida di una folta delegazione del suo partito sulla Spianata, luogo inviolabile per i musulmani. Sharon, sull’onda del dilagare di attentati suicidi, decise di rioccupare la Cisgiordania. Nel 2002 il suo governo approvò anche la costruzione di un muro di 700 km con lo scopo di arginare gli attentati, la cui istituzione contribuì ad acuire ulteriormente le tensioni.

Gli ultimi anni

Le ostilità sembrarono calare di intensità con la morte di Arafat, avvenuta l’11 settembre 2004. Intanto il 25 maggio del 2003 il governo israeliano aveva ufficialmente accettato le tappe delineate dalla cosiddetta “road map”. Fu questa l’ennesima risoluzione di pace – elaborata da Unione Europea, Russia, Stati Uniti e ONU -  che si proponeva di porre fine per sempre alle ostilità, ma che si rivelò come una riproposizione di tutti gli aspetti negativi che avevano portato al fallimento dei tanti tentativi precedenti. Infatti immaginava una pace che avrebbe dovuto essere raggiunta “poco a poco”, ovvero evitando o rinviando la discussione di tutti i problemi fondamentali, non contenendo altresì nessuna esplicita regola sull’applicazione delle decisioni prese. I palestinesi rimasero in ogni caso contrari alla road map, laddove Sharon dichiarò di essere pronto ad un serio confronto. Nel gennaio 2005, dopo che venne nominato presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen, Sharon rese in particolare nota la decisione di far presto sgombrare la Striscia di Gaza.

Israele e i territori occupatiIl 14 agosto 2005 infatti, nonostante le risoluzioni Onu non lo contemplassero, il governo israeliano annunciò di aver completato l’evacuazione militare dalla Striscia e lo smantellamento delle colonie civili che vi erano state costruite. Israele lasciò l’amministrazione del territorio ai palestinesi e più di preciso all’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Shimon Peres indicò questa iniziativa come l’avvio di una grande collaborazione tra ebrei e palestinesi, e parlò perfino di una ferrovia che avrebbe connesso Gaza alla West Bank, «esempio di uno sviluppo per un nuovo Medio Oriente». Lo stesso mese di agosto iniziarono ininterrotti lanci di razzi Kassam da Gaza verso Sderot e altre località israeliane di confine, lanci che proseguirono in modo costante gli anni successivi. Tutte le sinagoghe di Gaza furono picconate o messe a fuoco.

Il 25 gennaio 2006 in Palestina sale di fatto al potere il partito armato degli islamisti di Hamas, le cui intenzioni e finalità, leggendo il suo Statuto, credo proprio non lascino alcun dubbio.
Dalla Premessa dello Statuto del Movimento di Resistenza Islamico Hamas.
Israele, sarà stabilito, rimarrà in esistenza finché l’Islam non lo ponga nel nulla, così come ha posto nel nulla altri che furono prima di lui.

Dall’Articolo 11.
Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un “waqf” (sacro deposito), terra islamica affidata alle generazioni dell’Islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa.

Dall’Articolo 13.
Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche [… ] contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione. Il nazionalismo del Movimento di Resistenza Islamico è parte della sua religione, e insegna ai suoi membri ad aderire alla religione e innalzare la bandiera di Allah sulla loro patria mentre combattono la “jihad” (Guerra Santa) [… ].

Di tanto in tanto, si sente un appello a organizzare una conferenza per cercare una soluzione pacifica al problema palestinese [… ] Queste conferenze non sono nulla di più che un mezzo per imporre il potere dei miscredenti sui territori dei musulmani. E quando mai i miscredenti hanno reso giustizia ai credenti? [… ].

Non c’è soluzione per il problema palestinese se non la jihad. Quanto alle iniziative di pace, sono perdite di tempo e giochi da bambini. Il popolo palestinese è troppo nobile per mettere il suo futuro, i suoi diritti, e il suo destino nelle mani della vanità.

Dall’Articolo 15.
Quando i nemici usurpano un pezzo di terra musulmana, la jihad diventa un obbligo individuale per ogni musulmano. Di fronte all’usurpazione della Palestina da parte degli ebrei, dobbiamo innalzare la bandiera della jihad.

Sul riconoscimento di Israele

E’ storia che le pur influenti frange estremiste a favore di un “Grande Israele” sono sempre state minoritarie, laddove solo dopo 45 anni dalla nascita dello stato ebraico una autorità ufficiale palestinese ha accettato di riconoscerne, in teoria, il diritto ad esistere. La mancanza di volontà, o l’incapacità, di riflettere in modo opportuno sulla disponibilità dei rappresentanti israeliani ad accettare un pacifico stato palestinese a fianco di un analogo stato ebraico, come deciso dalle Nazioni Unite nel 1947 e immediatamente rifiutato dai rappresentanti arabi, è a mio vedere alla base dei giudizi distorti ai quali siamo purtroppo abituati da tempo. Quando c’è un conflitto, e di così lunga durata, è ovvio che sia sbagliato dividere il bene dal male con l’accetta. Ma la maggiore colpa ritengo debba ricadere sempre su chi attacca, non su chi si difende (anche se quest’ultimo si rivelasse molto abile a proteggersi); su chi ha scatenato il conflitto, non su chi è costretto contro la propria volontà a combatterlo e poi però mostra le capacità di non farsi annientare.

In Europa per alcuni la simpatia inizialmente provata – sull’onda della vergogna connessa alla Shoah – diventò improvvisamente dichiarata avversione nel momento in cui Israele dimostrò di sapersi proteggere militarmente, e contemporaneamente al fatto che le alleanze mondiali si ricostituivano sulla base della guerra fredda. Pian piano cominciarono a presentarsi quegli atteggiamenti pregiudiziali che spesso a mio avviso hanno caratterizzato le inclementi valutazioni morali su Israele, vere distorsioni cognitive che hanno inevitabilmente influenzato il dibattito, poco laico e molto ideologico, che si trascina senza alcun risultato da tanti e tanti anni. Un dibattito che invece di avvitarsi su se stesso su questioni secondarie, seppur della loro importanza, dovrebbe prima di tutto, anche qui in Europa, affrontare un nodo assolutamente prioritario: il leale riconoscimento del diritto di Israele ad esistere accanto ad un pacifico stato palestinese. Come mostrato, dalla sua nascita in poi il piccolo stato ebraico è stato attaccato più volte e contemporaneamente da molti stati arabi, senza che almeno agli inizi ci fosse stata alcuna occupazione di territori arabi.

Fu soprattutto negli anni ’60 come in particolare ben mostrato nei lavori di Matteo Di Figlia e di Maurizio Molinari – con l’emergere delle nuove alleanze che videro protagonisti Israele e gli Usa da una parte, gli stati arabi e l’Unione Sovietica dall’altra, con quest’ultima vista a sinistra come “il baluardo del progresso e della libertà dei popoli” – che iniziarono ad affermarsi alcune idee tipiche, divenute tragicamente comuni fino ad oggi: l’uso della forza militare da parte di Israele era di per sé immorale, laddove il terrorismo contro i civili ebrei cominciò a essere visto come una sorta di “ineluttabile lotta per la sopravvivenza”, di “resistenza”, di “lotta di liberazione”, addirittura di “lotta popolare”. Per anni il PCI e il PSI erano stati dalla parte di Israele, ma in quel periodo alcuni leader diedero inizio ad una “svolta post guerra dei sei giorni” che deformò letteralmente la sinistra e che da molti ebrei italiani fu inevitabilmente vista come un vero tradimento. In altre parole Israele, alleato degli Usa, diventò un Paese “imperialista” perchè non stava dalla parte giusta, quella delle “democrazie popolari” (in realtà solo dittature spietate). Che grande frustrazione, credo, per l’ebraismo italiano che lì – non nella destra – avrebbe voluto trovare il suo interlocutore privilegiato!

L’Israele “socialista” delle comunità collettiviste, ovvero quello dei kibbutz, iniziò a tramutarsi – nell’immaginario collettivo di una parte importante della sinistra, e sull’onda delle scelte dei propri leader (a loro volta direttamente influenzate da quelle di Mosca) – nell’Israele violento, immorale, arrogante e degenerato a causa della sua efferatezza militarista. Paradossalmente, proprio i lineamenti democratici di Israele – uno stato con liberi partiti e libere elezioni – lo fecero etichettare da quella componente della sinistra, nemica della “democrazia borghese”, come la testa di ponte dell’”imperialismo americano” in Medio Oriente.

«Non ci sarà pace finchè ci sarà Israele»

Per capire i tracolli di tante trattative bisognerebbe innanzi tutto comprendere che, come ho provato a riassumere e come dimostrato in dettaglio da Fiamma Nirenstein in tanti suoi lavori, sin dalla prima aggressione gli stati arabi e le organizzazioni palestinesi hanno avuto come unico obiettivo il trionfo totale, e anzi a ogni disfatta si sono sempre detti più convinti della vittoria finale. Secondo questa idea gli ebrei, seppur sostenuti dagli americani, sono solo dei vigliacchi caratterizzati dalla cultura e dalle lascive mode occidentali, dai costumi corrotti, e destinati così alla sconfitta totale. La furia ideologica impedisce qui perfino di concepire l’idea che i propri patimenti possano finire con una pace possibile, ovvero attraverso un dignitoso compromesso che parta dall’accettazione dell’esistenza vicino a sé di una società molto diversa dalla propria. Addirittura ancora oggi la grande maggioranza degli stati arabi spesso impedisce ai propri atleti di confrontarsi con atleti dello stato ebraico!

Negli anni ’80 ebbi modo, per motivi di lavoro, di recarmi frequentemente in Israele e, durante i week end, di visitare spesso i territori occupati. Agli inizi ero anch’io influenzato, lo confesso, da molti di quelli che ora mi appaiono chiaramente come pregiudizi irrazionali nei confronti di Israele. Venendo a contatto con quel mondo però, di fronte a tanti fatti e conversazioni con persone diverse, ho sviluppato con convinzione idee differenti. In quegli anni scoprii da una parte una società il cui sogno, confidando nella propria operosità e nelle proprie capacità economiche e intellettuali (anche quando la disperazione penetrava nell’animo), era quello di poter lavorare e studiare in pace con successo. Dall’altra parte mi si rivelò una società (per fortuna con molte ammirabili eccezioni) per la quale la vera pace si sarebbe raggiunta solo “vincendo” contro Israele, causa prima di tutti i propri mali.

Dagli inizi il modo di intavolare le trattative da parte di Israele, malgrado gravi errori contingenti, è stato sempre il medesimo: a fronte della decisione dell’ONU la pace è stata sempre cercata chiedendo, senza mai un vero risultato, che il proprio diritto ad esistere fosse realmente riconosciuto. Questo non significa che Israele non abbia perseguito anche politiche sciagurate delle quali qui non tratto. Resta il fatto eclatante che, da parte dei rappresentanti arabi, l’accusa di tradimento contro chiunque intraprendesse una trattativa sul leale riconoscimento di Israele è rimasta perpetua.

Ho avuto modo di convincermi personalmente con profondo sconforto, cercando di capire i pensieri di tante persone incontrate nei territori occupati (e pur, anche qui, con encomiabili dissensi), che il problema alla base dell’impraticabilità di un vero riconoscimento del diritto di Israele ad esistere è dovuto al diffuso, profondo disprezzo nei confronti di una società vista lontana, diversa, occidentale, estranea, “consumista” e tanto “peccaminosa” da corrompere la gioventù. Un modo di vedere che è alimentato anche da un atteggiamento tipico dei regimi illiberali arabi, e che si rivela un efficace strumento di consenso popolare: l’uso assillante di un capro espiatorio.

Tutte le classi dirigenti arabe usano infatti Israele come un continuo spettro nei confronti delle loro popolazioni, mantenute deliberatamente nell’ignoranza oltre che nella povertà. A questi sfortunati i dirigenti arabi promettono: «Voi stareste benissimo se Israele fosse cancellata dalla faccia della Terra: solo allora la vera Pace regnerà finalmente in Medio Oriente». In generale, gli ebrei vengono identificati come la causa ed allo stesso tempo i beneficiari del continuo deterioramento della situazione. Una vera e propria “nouvelle judeophobie”, come è stata definita da alcuni studiosi, una sorta di antisemitismo moderno caratterizzato talvolta anche dai più volgari negazionismi sulla Shoah.

Un antisemitismo che comunque, come quello antico, dipinge gli ebrei tesi al potere e responsabili di complotti destinati al dominio del pianeta. Gli ebrei così, a ben vedere, dovrebbero tornarsene da dove sono venuti. Del resto anche lì a quanto pare non li vogliono, come dimostra l’iniziativa di Hitler: non resta quindi che annientarli. Come se fossero colpa di Israele i continui efferati conflitti all’interno del mondo musulmano, il “settembre nero” del 1970, l’esito delle recenti “rivoluzioni arabe’”, le minoranze perseguitate, i crimini contro le donne, gli omosessuali, i dissidenti, i diversi di ogni religione o credo politico, la condizione spaventosa e disumana delle carceri, la corruzione dilagante, virtualmente ovunque in quegli stati.

Ancora su alcune posizioni della sinistra

Il totale capovolgimento dei propositi è così alla base delle prese di posizione che ancora oggi vedo in molti miei amici di sinistra: i terroristi sono tali solo per risposta alle mire egemoniche, alle ingiustizie e ai soprusi di Israele. Quest’ultimo, con il supporto degli Usa, è invece desideroso di farla da padrone nel Medio Oriente. Il malvagio diventa così colui che ha generato il terrore col suo cattivo comportamento e poi, in seguito, osa difendersi. Il terrorista diventa un soggetto per il quale mostrare comprensione, un “antimperialista” che combatte per mancanza di qualsiasi reale alternativa alla lotta armata, anche estrema. Non proprio “un compagno che sbaglia”, va detto, ma solo perché, a differenza di quello, lui non ha neppure la libertà di scegliere e sbagliare. La legittimazione dell’odio diviene così l’anticamera della legittimazione della violenza e della guerra. Al massimo, qualcuno concede che «il terrorista è altrettanto disumano quanto i droni»!

Avere comprensione e simpatia per il terrorismo, facendone risalire le cause all’occupazione israeliana dei territori, è un tipico atteggiamento ideologico, ovvero che prescinde dai fatti, ed è molto coercitivo, ovvero che non accetta dubbi. Soprattutto è un atteggiamento da deplorare moralmente perché attribuisce alle vittime del terrorismo la responsabilità di aver generato la presunta angoscia alla base dei tragici gesti che le hanno viste infine bersaglio di violenze.Coloro che emettono certe sentenze morali -  ne sono testimone – spesso sottolineano che hanno amici ebrei e che hanno il massimo rispetto per le persecuzioni subite dagli ebrei durante il secondo conflitto. In verità, pur non essendo infatti solitamente razzisti nel senso comune del termine, costoro non amano confrontarsi col dilemma che la realtà possa essere diversa da come se le rappresentano. Fortemente influenzati da ideologia e pregiudizi non possono comprendere, in realtà spesso non vogliono neppure provare a capire, le ragioni di un piccolo paese circondato da tanto disprezzo e da tanta avversione, da così tanto tempo.

Fiamma Nirenstein, giornalista, scrittrice e politica italiana, già direttore dell'Istituto Italiano di Cultura a Tel Aviv

Fiamma Nirenstein, giornalista, scrittrice e politica italiana, già direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Tel Aviv

Non mi piace parlare di “antisemitismo di sinistra”. Piuttosto, per indicare quella vera e propria ossessione nei confronti di Israele che caratterizza certe visioni politiche, userei il termine “Israelofobia”, suggerito per prima proprio dalla Nirenstein. Prendo atto che la stessa Nirenstein (le considerazioni presentate in questo mio contributo prendono spesso ispirazione dai suoi appassionati e istruttivi scritti) ama sovente utilizzare le parole “antisemitismo di sinistra”. Provando però ad analizzare con scrupolo e dovuta prudenza scientifica quel permanente assillo nei confronti di Israele tipico di molti simpatizzanti della sinistra italiana (non mi riferisco, ripeto, a specifiche e legittime critiche politiche mosse a questo o quel particolare governo israeliano), sono giunto alla conclusione che di norma a sinistra – mi riferisco all’Italia – non ci sia un razzismo nei confronti degli ebrei caratterizzato da quei sentimenti medievali così tristemente noti (come è ed è evidentemente stato per una parte almeno della destra fascista).

Capisco, come insegnano tutti gli studiosi di antisemitismo – e in particolare mostrato nei lavori di Giorgio Israel e di Gadi Guzzatto Voghera – che questo sentimento può presentarsi sempre in forme nuove (del resto, anche gli ebrei cambiano): quello che voglio dire è che a sinistra (tra la variegata “galassia arcobaleno”, il “popolo viola”, parte non trascurabile del PD e della CGIL, Sel e i diversi gruppi comunisti, i “terzomondisti”, perfino gli “antagonisti” e gli estremisti “filopalestinesi” più violenti) non vi è, né vi è di norma mai stato, un odio per ebrei in quanto tali, un odio di natura “ontologica”, ovvero basato semplicemente sulla “colpa” di esistere. Piuttosto qui la terribile malattia che offusca le capacità di giudizio è l’accentuato antiamericanismo (anche questo del resto scaturito inizialmente, in modo quasi improvviso, con l’affermarsi della guerra fredda). Si è contro Israele fondamentalmente perché alleato degli americani (sono loro la cagione di tutti i guai e di tutti i conflitti del mondo), non perché è lo stato degli ebrei. Laddove parte del mondo arabo, soprattutto musulmano (animata questa sì da un vero e proprio nuovo antisemitismo) è contro l’America prima di tutto per il suo duraturo e leale appoggio agli ebrei.

I miei amici di sinistra sono spesso anche persone che pensano davvero con sincera (quanto sciagurata) convinzione che per risolvere i problemi in Palestina sia sufficiente schierarsi totalmente con la parte giudicata “più indifesa”. Poco importa se quella fragilità si esprime poi in forme mostruose di attentati contro civili innocenti: questi civili sono “colpevoli” di vivere in un paese alleato “dell’imperialismo e della finanza”, sono oggettivamente “dalla parte dei ricchi e dei potenti”. Non conta qui, ribadisco, che siano ebrei di nascita o credenti di “religione mosaica”.

Israele e il suo popolo possono invece rappresentare una speranza di un futuro migliore proprio per le sventurate popolazioni arabe e quella palestinese per prima. Avere infatti un esempio di amore impareggiabile per la democrazia ai propri confini può essere estremamente importante per il loro auspicabile affrancamento. Dove conoscere altrimenti, in quelle regioni, un paese così tollerante, multietnico, mai razzista, colto, dinamico, con tanti arabi eletti alla Knesset (è concepibile uno stato arabo che permetta l’analogo?), con università dove gli studenti accedono a prescindere dalla loro nazionalità o religione, con ospedali che curano anche tanti e tanti arabi (sarebbe pensabile un ospedale arabo che faccia altrettanto con un solo ebreo?), con politiche sociali all’avanguardia mondiale, con la certezza del diritto, con la separazione dei poteri, economicamente progredito pur non avendo risorse naturali, evoluto nell’istruzione e nella ricerca, dove l’innovazione tecnologica è avanzatissima, che annovera prestigiosi premi Nobel e dove soprattutto la gente pensa, dice e scrive quel che vuole? L’esistenza e la sicurezza di Israele sono in realtà la condizione indispensabile perché l’intera regione possa un giorno scrivere una storia diversa: già oggi Israele è l’unico, vero rifugio in tutto il Medio Oriente per i moderati e i perseguitati per credo politico, stato sociale, religione, orientamento sessuale o etnia.

Inoltre, credo, dovrebbe essere incoraggiante davvero per tutto il mondo il fatto che una piccola oasi democratica, dove la parola più amata e più comune è Shalom, riesca a resistere ad una intimidazione mortale, fatta senza pietà, di un mondo vasto e dispotico basato su una venerazione della guerra come strumento per risolvere tutte le controversie. Le guerre “fraticide” fra sciti e sunniti, incomparabilmente più sanguinarie dei conflitti in Palestina, e le persecuzioni dei curdi, dei copti, di altre minoranze cristiane, degli yazidi e perfino di parte ampia dei mussulmani alle quali assistiamo questi giorni sono solo gli esempi più recenti di questo culto, con nessun colono occupante ebreo a “giustificare” quelle indicibili brutalità.

Sul contrastare il terrorismo

Dopo l’attentato dell’undici settembre e l’avvento di organizzazioni potenti come Al Qaeda, Isis e Boko Haram, i recenti massacri al college keniano e al museo del Bardo di Tunisi, la “strage delle matite” di Parigi, l’assassinio di decine di bambine “colpevoli” di andare a scuola in Pakistan, l’uccisione del pilota giordano arso vivo, è chiaro che il terrorismo ha obiettivi generalizzati (è all’offensiva anche in Sudan e in tutta l’Africa sub-sahariana, in India, e insidia perfino le province cinesi dell’Asia Centrale).

Forse stiamo diventando un po’ “tutti israeliani”, verrebbe da dire. Ebbene, nessun paese è una dimostrazione più onesta di Israele di come si possa contrastare il terrorismo con fermezza senza perdere la propria umanità, la propria democrazia, la profonda coesione, la gioia di divertirsi, di andare a teatro, di giocare al calcio o di praticare qualsiasi altro sport. Senza perdere la propria dignità, offrendo sempre rispetto e spazio alla critica dell’opinione pubblica e della stampa (cosa unica in un paese in guerra da quasi settanta anni), alle molte lodevoli minoranze, ai tanti pacifisti che familiarizzano con gli arabi, agli innumerevoli intellettuali che giudicano severamente i governi e non si assoggettano mai a nessun potere stabilito.

Soprattutto Israele mostra di avere ancora la forza e la saggezza di continuare a combattere con moderazione. Immagino qualche lettore sorridere con sarcasmo alla parola moderazione, soprattutto colui per il quale qualunque reazione di Israele è sempre “sproporzionata” o perfino un “crimine di guerra”. Però è un fatto facilmente dimostrabile che le forze armate di Israele avrebbero potuto impartire già da lungo tempo una totale e definitiva sconfitta a chi ha perseguitato con tanto astio lo stato ebraico (noto incidentalmente che Alan Morton Dershowitz ha recentemente mostrato che per ogni terrorista morto a Gaza c’è stato un civile ucciso, mentre il rapporto terroristi-civili uccisi in Iraq e Afghanistan è stato di uno a quattro). Come è anche certo che, se l’entità delle forze militari fosse ora magicamente invertita, Israele sarebbe cancellato all’istante dalle carte geografiche.

Il mio grande, sincero rispetto per le sofferenze immani dello sfortunato e esasperato popolo palestinese non è diminuito di una virgola negli anni, malgrado siano cambiate di molto le mie idee sulle responsabilità di quella tragica situazione. Ma ora penso che una mancanza di senso etico, piuttosto che nel popolo di Israele, andrebbe cercata nella maggioranza della società palestinese, quella maggioranza che ha scelto sciaguratamente gli estremisti armati di Hamas a rappresentarla. Hamas che, avanguardia di quella parte del mondo arabo che rifiuta di accettare ogni compromesso, pratica una cultura della morte legata all’interpretazione jihadista dell’Islam e celebra i terroristi come esempi e come martiri. La guerra è la loro profonda, intima essenza religiosa. Tutta la loro propaganda, i loro discorsi pubblici, i loro documenti, il loro sistema educativo sono imperniati su uno stato palestinese che, per mezzo della guerra, prende il posto di Israele. Una organizzazione politica il cui scopo dichiarato non è il benessere della popolazione ma il recupero del “proprio” territorio (conquistato a suo tempo dall’Islam, fatto che è appunto la ragione teologica profonda di questa guerra “santa”) e che si fa scudo dei propri civili e proclama orgogliosamente: «Vinceremo, perché la nostra forza è che noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita».

Gli incontri di Camp David del 2000 furono l’apice di molti anni di dialogo serrato. Le trattative furono definitivamente interrotte da Arafat sulla base di una dichiarata insoddisfazione sul tema di Gerusalemme ma con evidenti pretesti che avevano una forte valenza ideologica e mettevano innanzi tutto in discussione il diritto di Israele a esistere. I miei interlocutori professionali di Tel Aviv mi dissero che quasi non riuscivano a credere a quanto Barak era arrivato ad offrire in cambio della pace: eppure Arafat rifiutò.

Ciò che i negoziatori israeliani, come scrissero con dovizia di particolari successivamente, furono in grado di capire è che i leader palestinesi ritenevano che tutto Israele appartenesse a loro, e che gli accordi ad interim sarebbero solo stati l’inizio di un processo di riappropriazione delle proprietà a loro illegalmente sottratte. Lavorare per la pace per loro significava in realtà solo cancellare questa ingiustizia. Ancora oggi, non c’è differenza alcuna fra l’occupazione di Hebron e quelle di Haifa, quella della Valle del Giordano e della pianura costiera, come non vi è differenza fra chi vive ad Ariel o a Tel Aviv, a Maalé Adumim o a Eilat. Tutte sono colonie, e tutti occupanti quelli che ci vivono. E’ un fatto storico, del resto, che il terrorismo e la violenza nei confronti di Israele risalgono a molto prima che alcuni territori fossero occupati.

Sta alla base del patto sociale che lo stato democratico debba affrontare il pericolo e contrastarlo con tutte le sue forze, e le occupazioni (pur tra errori e degenerazioni, politiche infelici e scelte talvolta disastrose di alcuni leader israeliani) furono solo la risposta alle continue aggressioni, alle guerre, agli esplosivi sugli autobus pieni di scolaresche e di anziani, alle bombe in cinema, ristoranti e discoteche, ai terroristi con la cintura esplosiva in piazze, supermercati e caffè, al massacro degli atleti di Monaco ‘72, alle stragi di bambini come quella mostruosa di Maalot, ai sequestri, ai rapimenti come quello raccapricciante di Entebbe, ai “terroristi fai da te”, ai dirottamenti aerei, alle Intifade, ai lanci ininterrotti di razzi e alla pioggia di missili.

«Al silenzio risponderà il silenzio»

Israele e i membri della Lega araba. Verde chiaro, Lega araba. Verde scuro, paesi arabi che sono stati in guerra contro Israele. Celeste, Israele. Rosso, West Bank e striscia di Gaza

Israele e i membri della Lega araba. Verde chiaro, Lega araba. Verde scuro, paesi arabi che sono stati in guerra contro Israele. Celeste, Israele. Rosso, West Bank e striscia di Gaza

Lo ripeto. La possibilità di una vera pace gira drammaticamente intorno ad una questione preliminare: se i rappresentanti palestinesi non riconosceranno con lealtà il diritto di Israele ad esistere, falliranno gli appelli e tutte le più lodevoli iniziative possibili contro la guerra. Se ora Hamas smettesse di combattere non ci sarebbe più guerra. Se ora Israele smettesse di combattere, non ci sarebbe più Israele. Davvero difficile non vedere che sia così. Come molti leader israeliani hanno detto, «Shechet yaane be schechet», al silenzio risponderà il silenzio.

La posizione della sinistra italiana dal 1967 è, per fortuna, decisamente cambiata. Anche le alleanze stanno cambiando, e tra l’altro perfino la Russia ha ormai un contenzioso aperto con l’estremismo islamico. Eppure ancora oggi è normale, per alcuni, mettere sullo stesso piano i civili palestinesi disgraziatamente feriti o uccisi perché usati come bombe o scudi umani da Hamas con i civili israeliani obiettivi designati di disumane azioni di terrorismo. Per accorgermene mi basta guardare i post e i commenti che vengono scritti sulla mia bacheca Facebook un qualsiasi giorno in cui Israele osa reagire all’ennesimo missile Kassam, o a un attentato di questa ultima “Intifada silenziosa”. Le sfortunate vittime palestinesi di azioni di guerra tese a smantellare i tunnel per trasportare i kamikaze o le rampe dei missili insediate negli edifici delle aree più popolate – «altrimenti per gli israeliani sarebbe più facile localizzarle» si giustificano tranquillamente i leader di Hamas – vengono paragonate agli israeliani assassinati in azioni terroristiche, magari vittime proprio di quei missili lanciati nel mucchio con lo scopo di colpire a caso più ebrei possibile.

Laddove Israele usa i missili per difendere il proprio popolo, Hamas usa il proprio popolo per difendere i missili. Ciò non dovrebbe sorprenderci: le motivazioni per le quali Hamas odia più il nemico di quanto ami la propria gente sono a lungo e chiaramente enunciate nello Statuto.

Per Israele c’è anche stima, nel mondo arabo e in quello islamico

Bisogna riconoscere il dato positivo che, negli ultimi anni, un numero sempre crescente di arabi e di islamici manifesta un nuovo atteggiamento nei confronti della società israeliana. In particolare molti intellettuali, come riporta sempre Nirenstein in suoi recenti scritti. Dice lo scrittore kuwaitiano Omar Altabtabee: «Invece di seguitare a maledire a destra e manca, volete provare a chiedervi come Israele ha raggiunto tanto successo in ogni disciplina? … Israele vive accanto a noi, ha lo stesso clima che abbiamo noi. Se guardiamo un po’ più in profondità scopriremo che Israele non ha risorse naturali e che nonostante questo ci ha sorpassato! Questa entità sa che l’educazione è la base della società e la base della cultura e dell’unità». Saud Bakheet, editorialista di un giornale saudita, twitta che «a differenza degli arabi gli ebrei aiutano a creare la civiltà, non si limitano a consumarla». Lo scrittore egiziano Ali Khamis scrisse sul giornale Al Wadf al tempo di Morsi: «Le rivoluzioni ebraiche sono scientifiche, e quelle arabe sono tragiche. Questa è la triste verità, questo è il raccolto delle Primavere Arabe che ci hanno tanto diviso». L’iracheno Mahdi Majid Abdallah confessa significativamente: «Ho sofferto e soffro dei complessi ereditati dalla società araba e islamica in cui ho vissuto molto a lungo. Questi complessi hanno seminato nella nostra anima l’idea che gli ebrei sono la gente più bassa e codarda del mondo e che nessuno crede in loro, che sono traditori, ipocriti, narcisisti, che cercano di corrompere le nazioni e i popoli … Ma via via che il tempo passa, dopo aver incontrato un gruppo di ebrei, uomini e donne, e averli conosciuti da vicino, la nebbia si è dissolta … E certi credo basilari che erano nella mia mente sono crollati».

Non deve essere piacevole, da parte di chi è stato educato a pensare di essere superiore in ogni campo, prendere atto dell’arretratezza scientifica, tecnologica, economica, militare e culturale del mondo islamico, soprattutto se misurata su un mondo così vilipeso come quello ebraico. Ma è proprio partendo da queste sofferte considerazioni e da altri simili incoraggianti segnali – penso per esempio all’“abbraccio” di molti islamici danesi alla sinagoga di Copenaghen vittima del recente atroce attentato, o al fatto che migliaia e migliaia di palestinesi, pur criticando spesso i governi, vogliono assolutamente continuare ad essere israeliani – che un serio processo di pace si renderà infine realizzabile.

Conclusioni

Prima pagina del New York Times del 27 marzo ’79

Prima pagina del New York Times del 27 marzo ’79

Sono pienamente consapevole che il sincero riconoscimento di Israele da parte del mondo arabo sarà solo il primo passo di un processo di pace comunque lungo e difficilissimo, che dovrà scontrarsi certamente con il problema di quale partizione del territorio effettuare. Ma senza tale riconoscimento non ci sono neppure i presupposti per partire, per discutere davvero. Lo dimostrano la storia e la logica: è una condizione preliminare, indispensabile.

Provare a riflettere pubblicamente su ciò che sta accadendo da quasi settanta anni in Palestina, almeno qui in Italia, è quasi come muoversi in un campo minato. Soprattutto se ci si sforza di presentare il punto di vista di Israele. In verità, basandomi su numerose esperienze personali, posso dire che si ricevono molti e severi rimproveri di tipo diverso. Tra i consigli davvero più amichevoli, a chi come me non è ebreo, c’è sempre inevitabilmente l’invito a rimanere spettatore (quasi nello spirito del «né con lo Stato né con le Brigate Rosse» di triste memoria): «Tanto la situazione è troppo complicata! E’  presuntuoso perfino provare a capirci qualcosa, figuriamoci a commentare», «Continueranno a guerreggiare per sempre, non c’è e non ci sarà mai soluzione, la ragione qui non aiuta», «Troppo diversi, troppo lontani tra loro, e la distanza invece di diminuire continuerà ad aumentare …. La guerra lì non finirà mai, non ci si può far nulla, tantomeno serve discuterne». Con l’immancabile, scontato finale: «Ma chi te lo fa fare?».

Sono del tutto conscio della enorme complessità del contesto, ma non mi piace dover scegliere tra l’alterco e il silenzio. Sono fra coloro che ritengono possibile e necessaria una pace che assecondi fino in fondo anche le giuste esigenze del popolo palestinese. Una pace quindi che comporti essenzialmente molte e coraggiose concessioni israeliane (non solo territoriali). Proprio per questo però credo sia assolutamente indispensabile una riflessione sul programma dichiarato dei leader palestinesi, in particolare di quelli attuali, che mira alla scomparsa degli ebrei da quelle sfortunate terre, non importa se per fuga o per ecatombe.

Io penso, nel concludere, che ciò che è successo nel caso dell’Egitto e della Giordania, dove questi paesi hanno infine riconosciuto realmente Israele e Israele ha quindi  riconsegnato fino all’ultimo tutti i territori occupati in guerra, creando le condizioni per una pace duratura (seppur, ne prendo atto, senza “amore”), indica la strada verso una pace realistica, una pace possibile in Palestina (una liberazione per entrambi i popoli, come scrive Grossman). Nella quale i pericoli non mancheranno, ma non riguarderanno più la volontà dichiarata di sterminio totale di qualcuno. Certo, dovremmo ormai pragmaticamente prendere atto che una pace “giusta” per i palestinesi non sarà mai una pace “giusta” per gli israeliani, e viceversa. Ma ciò non deve precludere la possibilità di spartire i “dividendi della pace” provenienti da un dignitoso e pragmatico accordo. E anche noi europei possiamo e dovremmo contribuire a questo obiettivo.

Una pace duratura è invece inconcepibile fino a quando Israele sarà visto, e costretto a comportarsi, alla stregua di un braccato al quale deve essere stretta la morsa fatale alla gola il prima possibile. Per usare un’espressione di Nirenstein, Israele – con centinaia di milioni di persone alle frontiere che mettono in discussione continua la sua esistenza e definiscono i suoi abitanti “popolo maledetto” o “figli di scimmie e di maiali”-  è costantemente messo nella condizione di sentirsi un “dead man walking”. Difficile, anzi onestamente impensabile, che in queste condizioni si raggiunga una vera pace. La vittoria alle recenti elezioni politiche della destra israeliana, che ha basato tutta la campagna elettorale sui problemi della sicurezza di Israele, è a mio avviso una conferma di questo sentire. Come lo è la freddezza con cui i leader israeliani hanno accolto proprio queste ore l’annuncio di un possibile accordo Iran – Usa sul nucleare iraniano: «Israele chiede che ogni accordo finale con l’Iran includa un chiaro e non ambiguo riconoscimento del diritto di Israele di esistere» ha affermato subito Benyamin Netanyahu.

Una frase di Rabin pronunciata poco dopo la fine della guerra dei sei giorni mi ha sempre profondamente colpito: «Sarò sempre addolorato dal fatto che tanti brillanti giovani ebrei di Israele che avrebbero potuto in modo eccellente contribuire al progresso della scienza, dell’arte e della filosofia siano stati costretti – dagli eventi e dall’amore per il loro paese -  ad intraprendere la carriera militare». I governi israeliani di ogni colore politico hanno sempre chiaramente spiegato – iniziando dal 1947 – di essere disposti a riconoscere uno stato palestinese nel rispetto della propria sicurezza, ovvero uno stato palestinese che almeno non postuli alla sua nascita, magari al primo punto della propria carta costituzionale, la distruzione di Israele. Sono convinto altresì che ciò dovrebbe valere anche per noi europei. Riconoscere adesso, come è stato fatto da alcuni parlamenti europei in questi giorni, uno stato palestinese – invero inesistente – ignorando il ruolo egemone nella società palestinese che ha ora Hamas, organizzazione terroristica che dichiara esplicitamente di voler sostituire Israele con uno stato jihadista, non significa affatto operare per la pace. Piuttosto può solo spingere appunto gli israeliani ad irrigidire le loro posizioni.

Ovviamente si può essere contrari alla decisione dell’ONU che decretò il diritto dello stato di Israele di nascere in Palestina (la discussione fu ampia, e l’esito finale non scontato), ma ogni persona razionale dovrà convenire che questo è un discorso ben diverso da quello che vorrebbe contribuire ad ottenere, in quell’area e a quasi settanta anni ormai da quella storica scelta, le condizioni per una pacifica convivenza di due popoli in due stati. Se non si opera a favore di un riconoscimento reciproco preliminare, se si pensa che Israele sia “un falso storico”, si è di fatto dalla parte di chi vuole «ricacciare in mare gli ebrei», e si opera di conseguenza per la guerra. Si arriva in questo modo ad affermare così, come ho visto e vedo fare da più di un “pacifista”, che la guerra dei palestinesi contro Israele (come le guerre degli arabi in generale) è, in verità, inevitabile. Quindi, in ultima analisi, giusta. Con buona pace anche qui della logica, quando contestualmente si proclama solennemente che «tutte le guerre sono, senza se e senza ma, ingiuste ed evitabili». Ma per alcuni, evidentemente, Israele non merita che nel giudicarlo si usino, oltre che le corrette informazioni, neppure le normali regole del pensiero razionale.

Riferimenti principali

A. M. Dershowitz, The Case For Moral Clarity: Israel, Hamas and Gaza, 2009
M. Di Figlia, Israele a sinistra. Gli ebrei nel dibattito pubblico italiano dal 1945 a oggi, 2012
G. Israel, La questione ebraica oggi. I nostri conti con il razzismo, 2002
E. Loewenthal, Lettera agli amici non ebrei. La colpa d’Israele, 2003
G. Luzzatto Voghera, Antisemitismo a sinistra, 2007
M. Molinari, S. Romano, La sinistra e gli ebrei in Italia (1967-1993), 1995
F. Nirenstein, Gli antisemiti progressisti: la forma nuova di un odio antico, 2004
F. Nirenstein, Israele siamo noi, 2007
S. C. Tucker (a cura di), The Encyclopedia of the Arab-Israeli Conflict, 2008
British White Paper of 1939, http://avalon.law.yale.edu/20th_century/brwh1939.asp
Voci Israele e Palestina di Wikipedia e Voce Ebrei di Treccani.it
Statuto del Movimento di Resistenza Islamico (Hamas), 18 agosto 1988, http://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm
Division for Palestinian Rights, The Origins and Evolution of the Palestine Problem: 1917-1988, PART II, 1947-1977,  June 1979, http://domino.un.org/UNISPAL.NSF/0/d442111e70e417e3802564740045a309?OpenDocument
United Nations General Assembly Resolution 181, 29 Novembre 1947, http://www.yale.edu/lawweb/avalon/un/res181.htm

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Chi lo ha scritto

Paolo Agnoli

Paolo Agnoli è dottore, con lode, in fisica e in filosofia, sempre secondo il vecchio ordinamento. E’ risultato uno dei vincitori del premio "Enrico Persico", bandito annualmente dalla Accademia Nazionale dei Lincei. Da anni è ormai appassionato di temi storici e filosofici relativi al dibattito scientifico e culturale in generale. Attualmente dirige anche una azienda (Pangea Formazione, riconosciuta come istituto di ricerca dal Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca), composta in larga maggioranza di fisici e matematici, che progetta algoritmi e modelli probabilistici a supporto del processo decisionale industriale, manageriale e strategico.

7 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Franca Lamonaca

    Bellissimo articolo, chiaro, stimolante di riflessioni e con una ricostruzione storica che finalmente mi ha dato un quadro completo della situazione Israelo-Palestinese che non avevo! Sono d’accordo con la tesi! Mi piacerebbe che per uscire da questa situazione molto conflittuale che dura da tantissimi anni causando molte vittime fosse Israele a fare un grosso passo verso la Palestina togliendo gli alibi ai governi arabi che gli sono ostili e grande testimonianza a tutti i popoli

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  2. Roberto Corradini

    Bellissimo articolo, l’ho letto con molto interesse, la ricostruzione storica è precisa.

    Rispondi
  3. ester sabatello

    Raramente ho letto un’analisi storica così dettagliata ed onesta, riguardo la questione israelo palestinese. Articolo esaustivo, coraggioso e prezioso, nonchè molto bello ed interessante da leggere, cosa rara di questi tempi!

    Rispondi
  4. ester sabatello

    Raramente ho letto un’analisi storica così dettagliata ed onesta, nel senso nobile del termine. Articolo esaustivo, coraggioso e prezioso, nonchè molto bello ed interessante da leggere, cosa rara di questi tempi! Grazie

    Rispondi
  5. Silvia Boscolo

    Analisi lucida e puntuale, ottimamente dettagliata. Grazie per la chiarezza con la quale hai esposto un argomento così articolato.v

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  6. Maria Laura Turco

    Grazie per la precisa ricostruzione storica. Se tutti quelli che si esprimono sull’argomento fossero coscienziosi come sei stato tu, se non ci fosse superficialità nei giudizi – o, per meglio dire, non ci fossero pregiudizi – forse certi problemi si risolverebbero prima. Condivido infatti in pieno il tuo pensiero che i pregiudizi ideologici e l’ignoranza storica contribuiscono fortemente ad alimentare la guerra ed il terrorismo.

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