Tifo internazionale

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Secondo un’indagine commissionata dalla Lega Calcio nel 2013, la Juventus è la squadra che ha più tifosi in Italia (poco più di 7 milioni, il 27.8% del totale). Dietro la “Vecchia Signora” troviamo Inter e Milan (entrambe sui 4 milioni) con leggero vantaggio dei nerazzurri (16.6% contro il 16.2% dei rossoneri). Poi il Napoli (2 milioni e 300 mila, 9.2%), la Roma (1 milione e mezzo, 6.0%) e la Lazio (circa 800 mila, 3.2%).

fonte: http://www.tifosobilanciato.it/2013/04/26/i-dati-della-lega-calcio-sulla-tifoseria-italiana-di-serie-a/

fonte: http://www.tifosobilanciato.it/2013/04/26/i-dati-della-lega-calcio-sulla-tifoseria-italiana-di-serie-a/

La medesima indagine ha stimato che la metà degli italiani sopra i 14 anni non è tifosa di nessuna squadra. Ne consegue che, dato che l’area metropolitana di Torino ha 1.700.000 abitanti, possiamo stimare che solo la metà (850.000) siano tifosi. Considerando questi numeri e il fatto che a Torino c’è un’altra squadra di grande tradizione (il Torino, 400 mila tifosi e 7 titoli), risulta evidente che la maggior parte dei tifosi juventini non vive a Torino. Lo stesso dicasi per Milan e Inter, giacché l’area metropolitana di Milano è abitata da 7.000.000 persone (3.500.000 tifosi), mentre la somma dei tifosi delle due squadre meneghine supera gli 8 milioni.

Fino a 5-10 anni fa, per chi non viveva in una delle grandi città italiane era normale diventare tifoso/a di una delle squadre citate sopra, soprattutto: Juventus, Milan e Inter. C’era anche chi tifava Sampdoria, Cagliari o Perugia, ossia squadre senza una particolare tradizione e sèguito al di fuori delle mura cittadine. Ma lo facevano soprattutto per essere diversi e per il gusto di rispondere qualcosa di strano alla domanda: “Per che squadra tifi?” (c’è sempre qualcuno più strano degli altri…).

Lo stesso capitò anche a me. Io sono nato a Bologna e cresciuto a Rimini, e sono diventato tifoso del Milan. Certo, tifavo e tifo ancora Rimini e soprattutto Bologna (la mia squadra del cuore), ma – in particolare quando si è ragazzi – si finisce per tifare per chi può vincere il campionato e giuocare ai massimi livelli. Perché vincere piace a tutti. Ne è la dimostrazione l’evidenza che la classifica dei tifosi riportata sopra correla quasi perfettamente con il numero di scudetti vinti: 30 la Juve, 18 Inter e Milan, 2 il Napoli, 3 la Roma e 2 la Lazio. E’ quindi chiaro che, quando si sceglie di tifare una squadra che non sia della città in cui si vive, la maggior parte delle persone preferisce chi vince di più.

Considerando che la maggior parte dei 60 milioni di italiani non vive in una delle grandi città citate sopra, è abitudine diffusa in Italia essere tifosi di una squadra di una città diversa dalla propria, con la quale molte volte non si ha alcun tipo di legame, dove raramente ci si reca e la cui squadra, in rare occasioni, si va a vedere lo stadio.

Inoltre, poiché “ai miei tempi” non esistevano le pay TV, lo streaming e il calcio in TV 7 giorni su 7 e 24 ore al giorno, le ragioni per cui si sceglieva una squadra erano – ancor più che oggi – quasi sempre slegate dalla città di quella squadra. Si tifava Milan o Juve perché ci piaceva un giuocatore “con l’espressione un po’ così” nella figurina Panini, immortalato in una foto sui quotidiani del lunedì o visto in qualche fugace apparizione a “La Domenica Sportiva”. O per i colori della maglia, o perché il padre o gli amici erano tifosi di quella squadra (o della squadra nemica …).

albertosiA Rimini la maggior parte dei miei amici erano juventini, a causa di chissà quali misteriose ragioni storico-antropologiche, ma più che altro perché all’epoca (fine anni ’70), era la squadra più forte. Sia per distinguermi dalla maggioranza, sia perché era ed è la squadra di mio padre, io – all’età di 8 anni – scelsi il Milan. Tuttavia i miei legami con Milano e con la squadra del Milan erano assai labili, se non inesistenti: non ero mai stato a Milano e prima di andarci o prima di vedere il Milan allo stadio, sarebbero trascorsi diversi anni. Gianni Rivera, Aldo Maldera o Ruben Buriani erano poco più di sagome intraviste alla TV o sui giornali, fugaci apparizioni in un servizio di “90esimo minuto”, nomi scanditi da Nando Martellini nella mezzora dell’unica partita trasmessa in differita la domenica pomeriggio. Ricky Albertosi, il portiere del Milan, dal 1974 al 1980 non aveva certamente un account Twitter e per me era poco più della figurina in cui appariva in una smagliante maglia gialla con l’espressione tenebrosa manco fosse Sandokan.

I comportamenti umani cambiano raramente, ciò che cambia sono i contesti. Gli italiani e le italiane che non vivono a Napoli, Firenze, Roma, Genova, Torino e Milano continuano a scegliere come squadra preferita (spesso oltre a quella della loro piccola città d’origine) una squadra di un’altra città. Tuttavia, oggi, questa scelta si declina in maniera differente rispetto al passato. Oggi, nell’era di Europa unita, della TV via cavo, dell’overdose di calcio ad ogni ora, dei voli low cost con cui è possibile viaggiare a Londra o Barcellona un fine settimana, la città della squadra che scegliamo di tifare non necessariamente è italiana, bensì di qualsiasi paese europeo (soprattutto Spagna, Inghilterra o in Germania dove troviamo le squadre europee più forti). Naturalmente le squadre più popolari rimangono italiane, ma è sempre più comune, che in un paese della provincia italiana, ci siano ragazzi che appendono il poster di Messi o Cristiano Ronaldo nelle loro stanze piuttosto che quelli di Buffon o Totti. Anzi, probabilmente l’esempio del poster è obsoleto ed oggi ci si fa follower dell’account Twitter del nostro idolo invece che mettere la sua foto sulla parete. In realtà, un ragazzo italiano (o ragazza) vede e sente parlare di Messi e Ronaldo come o anche più di Buffon o Totti, perché – piaccia o no – sono loro gli eroi, sono loro i più forti, sono loro i personaggi da copertina. E, pertanto, per un/a ragazzo/a che non vive a Milano, Torino, Napoli o Roma, è abbastanza logico e normale diventare tifoso/a di Messi e Cristiano Ronaldo e delle rispettive squadre.

“Ai miei tempi”, il calcio internazionale era quasi totalmente sconosciuto: si intravedeva solo il mercoledì sera, ad orari irraggiungibili per un bambino; le partite di Coppa si giuocavano in luoghi con nomi strani e “barbari” al di là delle Alpi dove sembrava ci fossero neve e nebbia durante tutto l’anno, e portavano con sé il sapore esotico, minaccioso e sinistro dell’ignoto.

Cristiano Ronaldo è nato il 5 febbraio 1985 a Santo António (Portogallo).

Cristiano Ronaldo è nato il 5 febbraio 1985 a Santo António (Portogallo).

Oggi, è assolutamente normale vedere in televisione partite dei campionati spagnolo, inglese o addirittura tedesco. I giornali sportivi (ma non solo) scrivono abitualmente di squadre straniere e dei giuocatori che vi militano. Siamo informatissimi sull’ultima “sparata” di Ibrahimovic, sulla evoluzione tattica del Real Madrid, sulle politiche giovanili delle squadre tedesche o gli investimenti arabi a Parigi. La Champions League è ormai l’appuntamento più importante della stagione e, in media, una partita di questa competizione è più interessante di una di un campionato nazionale. Tutte cose che non accadevano assolutamente fino a una decina (scarsa) di anni fa.

Di conseguenza, per un ragazzo di Rimini di oggi, non fa molta differenza diventare tifoso di una squadra di Barcellona o di Torino. Entrambe sono città non sue, con le quali probabilmente non ha alcun legame particolare e, anzi, è forse più probabile che prenda un volo per passare un fine settimana nella “cool” Barcellona di Messi piuttosto che prendere un treno e andarsene a Torino.

Tuttavia, la mutazione descritta fin qui non ha inciso solo sugli aspetti del tifo. Ossia il fatto che esistano italiani che tifano il Barcellona non è solo un effetto di questo nuovo contesto e orizzonte europeo, ma anche una causa. Provocatoriamente, ma non troppo, sono convinto che stia contribuendo più la Champions League a far sì che paesi diversi come l’Italia, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia si sentano parte di una singola unità europea che qualsiasi decisione politica o economica.

Grazie alla Champions League (e al fiume di notizie che le gira intorno), tanti italiani sanno che esistono differenze tra la regione settentrionale di Manchester e l’Inghilterra del sud, che a Barcellona la lingua ufficiale è il catalano, che Chelsea è un quartiere di Londra, che Bayern è il nome di una regione tedesca, ecc.. Nessun progetto socio-politico-didattico dell’Unione Europea avrebbe potuto divulgare queste informazioni con maggiore efficacia. Il nostro orizzonte calcistico si è ampliato, i confini delle competizioni che seguiamo sono quelli europei e non più italiani e così, grazie al calcio, ci sentiamo più europei. E, di conseguenza, in maniera assolutamente logica e naturale, pur essendo italiani, può accadere che tifiamo una squadra non italiana.

Vincitori della Champions League (Coppa dei Campioni)

Vincitori della Champions League (Coppa dei Campioni)

Non c’è da allarmarsi per questo, non c’è nulla di disdicevole: è sterile e insensato indugiare nel “passatismo” ed evocare una epoca dorata nella quale ci si interessava solamente del football italiano. Piaccia o no, nel calcio come in altri contesti, l’Europa è una realtà: non prenderne atto e non agire di conseguenza è atteggiamento miope, anacronistico e settario. Nel calcio, come in altri contesti, potremo toglierci – come italiani – le più grandi soddisfazioni solo se ci sintonizziamo su questa nuova situazione: bisogna pensare in termini europei, non più solo italiani. Per esempio – almeno tra le squadre di alto livello – dando sempre maggiore importanza agli appuntamenti europei piuttosto che italiani. Altrimenti si finisce sempre più chiusi ed emarginati nel nostro piccolo cortile, mentre il mondo accade altrove. In ambito calcistico, l’unica squadra che sembra aver capito tutto questo è la Juventus, probabilmente la sola che sarà in grado di competere ad alto livello con le migliori formazioni europee perlomeno nei prossimi dieci anni.

Come è accaduto in passato, anche nel futuro buona parte degli italiani continuerà a tifare per due squadre: una della loro città che rimarrà nel loro cuore ed un’altra che darà loro la gioia o almeno la speranza di una vittoria in Champions League. Se questa seconda squadra sarà italiana o straniera dipenderà sempre più dai risultati che otterrà e sempre meno dalla distanza geografica rispetto al luogo in cui si vive. Per questo, nel calcio come in altri contesti, invece che genericamente “prendersela con l’Europa” è più intelligente ed fruttuoso rimboccarsi le maniche per raggiungere o superare i nostri avversari che ora sono europei e non più solo italiani.

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. kiki

    Due estati fa ero ospite in un agriturismo della Maremma, che si chiamava “Podere Piave” ed il cui ottuagenario padrone di casa – nato lì da genitori veneti – con il fratello parlava in vicentino. Il padre era stato un assegnatario dell’Opera nazionale combattenti ed aveva avuto in gestione il podere strappato alla palude.
    Maremmano, di genitori veneti, era stra-tifoso juventino. Il nipote, di 9 anni, era stra-tifoso del Real Madrid.
    Io sul momento pensai alla stupidità dell’essere tifoso del Real Madrid ad Alberese (GR), ma poi facendoci due conti mi sono accorto che:
    1. poteva vedere il RM tutti i fine-settimana su Sky in diretta, ben più di quanto suo nonno o io stesso potessimo vedere la Juventus quando avevamo la sua età;
    2. se fosse voluto andare a vedere il RM dal vivo, ci avrebbe messo meno tempo di viaggio di quanto ci avrei messo io per andare a Torino nel ’77, per non parlare di suo nonno;
    3. se si collega a internet, può avere notizie del RM in tempo reale, ben più di quanto a me arrivassero notizie della Juventus via giornali fino a tutti gli anni ’90.
    Insomma, mi sono accorto che aveva molto più senso lui tifoso del RM nel 2013 ad Alberese, che io tifoso della Juve a Ravenna nel 1978.
    Ha ragione Pennac, “la geografia sono i fatti che si spostano”.
    (pS: gran bell’articolo, brèv)

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