Orlandi e gli altri

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Emanuela Orlandi, un nome che non si dimentica, una vicenda di cui si parla tuttora, a oltre trent’anni dalla sua scomparsa. Il gran numero di resoconti sul fatto di cronaca in sé, le sue presunte implicazioni, i supposti collegamenti che si diramano fino all’impensabile, riempiono programmi televisivi, web, riviste, ma… personalmente non ne siamo mai venuti a capo.

Ci aggiriamo ancora nel 1983, anno zeppo di eventi inquietanti. Sempre a Roma, in maggio, è scomparsa un’altra ragazzina, Mirella Gregori, ma non se ne è parlato molto, anzi, se la memoria non inganna, non se ne è trattato affatto fino ai giorni nostri.

Vero è che allora non esistevano i programmi dedicati e non si utilizzava Internet, ma su Emanuela Orlandi scatta subito un’attenzione mediatica eccezionale, per i criteri dell’epoca. La vogliamo seguire dall’ottica dell’uomo della strada. Molte delle nostre informazioni provengono dalla trasmissione “Chi l’ha visto?”, che se ne occupa intensamente.

Chi è Emanuela

Emanuela, quindici anni, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, frequenta un liceo privato religioso e studia musica presso una struttura facente capo sempre alla rete vaticana. Ha due sorelle e un fratello, Pietro. Non è chiaro che nazionalità abbia la famiglia, forse mista.

Italiana o vaticana che sia, la ragazza sparisce, a giugno, in territorio romano e dunque è la nostra magistratura che deve occuparsene. La città è presto tappezzata di sue fotografie, che la ritraggono con la fascetta intorno ai bruni capelli lunghi, il sorriso ripreso forse durante una partita della Roma: immagine che, come quelle di altri scomparsi, resterà impressa quasi sagoma di un lieve sogno, nella mente di chi non l’ha conosciuta, una figura da immaginario collettivo nell’universo degli angeli.

Come in altri casi, si riporta l’impressione di reticenze nelle prime testimonianze. La prudenza è d’obbligo, si teme una scappatella imbarazzante per una giovane proveniente da simile contesto, si pensa che magari a breve tornerà.
Purtroppo ciò non avviene, mentre a casa giungono strane telefonate, alcune di finti italoamericani che promettono una soluzione a breve; si mobilita perfino papa Woytila con appelli ad hoc, ma nulla accade e l’opinione pubblica tende a dimenticare.

La pista del terrorismo

Ali Agca raccontò al fatto quotidiano nell'aprile 2014 che Emanuela era prigioniera in Vaticano.

Ali Agca raccontò al fatto quotidiano nell’aprile 2014 che Emanuela era prigioniera in Vaticano.

Nemmeno Ali Agka riesce a tacere. Condannato e detenuto, quale sicuro e unico attentatore alla vita del pontefice nel 1981, propone l’ipotesi di Emanuela come ostaggio e merce di scambio in oscure trattative, la cui natura va ricercata negli interessi del Vaticano, che vanno dai suoi agenti segreti nel mondo alle immense ricchezze della sua banca, lo IOR, dove, per inciso, in seguito lavorerà anche Pietro Orlandi. Riguardo a questo fratello, per un certo tempo subentrato come portavoce della famiglia alla più quieta sorella Natalina, sono emerse polemiche per le quali segnaliamo, a scopo riassuntivo, un articolo di Pino Nicotri, su Blitzquotidiano.it. del 21 maggio 2012 e ad altri del medesimo autore sullo stesso tema, che denunciano sconcertanti incongruenze nelle dichiarazioni di amici e familiari della rapita. Ma torniamo allo IOR.

Papa Wotila e Paul Marcinkus.

Papa Wojtyla e Paul Marcinkus.

Paul Marcinkus (1922 – 2006) fu presidente dello IOR (Istituto per le opere di religione) dal 1971 al 1989 e partecipò diverse volte ai consigli di amministrazione del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, cui aveva ceduto azioni della Banca Cattolica del Veneto senza avvisare i vescovi locali, motivo per cui entrò in contrasto con il futuro papa Luciani. Era in affari con Michele Sindona e Licio Gelli, anzi secondo alcuni (come il giornalista Mino Pecorelli), era tesserato P2. Schivò accuse di collusioni mafiose in una indagine americana, per insufficienza di prove, ed eluse le domande della magistratura italiana sul crack del Banco Ambrosiano, grazie al passaporto diplomatico.

Il terrorista turco non appare mai pentito del suo gesto contro il papa, continua ad accusare la chiesa cattolica del rapimento di Emanuela, secondo lui segregata in un convento.

Poiché tali affermazioni stanno sempre a mezzo tra l’insinuazione e l’invettiva, la cittadinanza, anche impaurita dalle implicazioni di tutta la vicenda, storce il naso e poco lo considera; né pare vada meglio per gli investigatori, visto che Emanuela, a casa, non ci torna.

Un lungo silenzio

Dalla seconda metà degli anni ottanta, oltre alle permanenti crisi nazionali e non, si avverte un impercettibile cambiamento nel clima mondiale. Disgelo, perestroika, caduta del muro, ma anche primi attentati di stampo politico/religioso ( caso Achille Lauro, ambasciate a Roma), cui seguiranno la caduta del muro di Berlino, la metamorfosi cinese, il primo attacco al WTC di New York, quello alle ambasciate USA in Africa, l’infiltrarsi di nuove realtà nelle vite occidentali, culminate nella fatidica giornata dell’11/9/2001, le nuove guerre: chi ha modo o voglia di ricordarsi della ragazzina vaticana? E chi ha fatto caso, più del tempo di una scorsa ai titoli dei giornali, all’omicidio, a Roma nel 1990, di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, uno dei boss di una certa “banda della Magliana”? Pare che il soggetto in questione, un dandy perfino salutista e non incallito cocainomane come i suoi compagni, si fosse stancato di dividere il bottino con i colleghi e abbia pagato per il suo sgarro.

Dal 2000

De Pedis

Enrico “Renatino” De Pedis.

Gli anni volano via veloci, le notizie corrono sul filo della rete e anche di una mediatizzazione sempre più disinibita. La ricaduta positiva di programmazioni invasive della privacy risulta, alla fine, una ripresa di interesse per personaggi ed eventi ormai coperti dalla polvere come, nonostante ogni sforzo dei congiunti, sta diventando anche la scomparsa della Orlandi.

La novità è che ora si ripesca la scomparsa di Mirella Gregori; le famiglie uniscono le forze e si appaiano i due casi, senza peraltro molte prove a sostegno, ma nella speranza che le pressioni per l’una aiutino anche l’altra. La Gregori, un’altra adolescente acqua e sapone, solo di ceto meno “appariscente” della coetanea più famosa, in realtà esce di casa su appuntamento, dopo una chiamata al citofono, avvisando la madre che sta per vedere un amico (il quale in seguito smentisce) e che presto tornerà: invece scompare. Per questa sedicenne si scomodano piste che fanno capo nientemeno che ai servizi segreti della Germania dell’est; la affranta e pur cattolicissima madre di Mirella, un giorno, a quanto pare, prova a identificare in un agente vaticano uno degli amici che poteva sapere qualcosa della figlia, senza esito.

La Orlandi, secondo diverse e, sembrerebbe, concordanti dichiarazioni (un vigile, la sorella, un’amica), in un pomeriggio dedicato alle lezioni di flauto che la vede un po’ più affannata del solito, viene abbordata, non per la prima volta, da qualche sedicente rappresentante della Avon, per l’offerta di un lavoro di vendita cosmetici, forse sale su una berlina scura, irretita; e comunque appartiene a un milieu che comporta maggiori complicazioni di quanto non sia per la Gregori. La famiglia di quest’ultima gestisce un bar, dove pare siano entrati due tizi sospetti in cerca di fresche adolescenti e dunque potrebbe configurarsi una sorta di tratta delle bianche: fenomeno di prostituzione giovanile forzata di italiane tradotte in terre esotiche, su richiesta di ipotetici emiri o simili, che sembrava scomparso nel secondo dopoguerra, ma per qualcuno solo leggenda metropolitana.

E’ d’obbligo una riflessione. Il giornalismo investigativo si è di molto perfezionato nei decenni e non si affida solo a personaggi come il citato Pecorelli (ucciso nel 1979), in bilico tra spionaggio e strane frequentazioni di palazzi del potere. Si è sviluppata una generazione di professionisti preparati e bene intenzionati, che però deve inseguire l’audience e porta a spasso lo spettatore per sentieri a volte impraticabili.

Mirella Gregori, anche lei scomparsa nel 1983 all'età di 15 anni.

Mirella Gregori, anche lei scomparsa nel 1983 all’età di 15 anni.

La Banda e la Chiesa

Come accennato, nel 1990 viene assassinato sul suo scooter, in pieno centro della capitale, “Renatino” De Pedis , malavitoso di razza, che pare avesse in mano tutti i vizi e i viziosi di Roma e dintorni, soprattutto grazie al traffico di droga e allo sfruttamento della prostituzione, senza escludere rapimenti di personaggi facoltosi finiti in tragedia. Faccia perbene, ma animo spietato, egli operava circondato da un manipolo di suoi sodali, provenienti in gran parte appunto dal quartiere della Magliana – ma lui era nato a Trastevere e faceva parte dell’ala dei “testaccini”; attraverso storie di vita amicali o legate dal comune interesse al crimine, aveva preso forma la banda omonima, che per popolarità ormai supera tutte quelle, prevalentemente nordiche (come la Comasina di Vallanzasca) che hanno in precedenza ispirato letteratura e cinema. Si tratta di un riuscito tentativo di assumere in proprio la gestione del malaffare, fino ad allora delegato a organizzazioni di stampo mafioso o straniere (per esempio i marsigliesi).

De Pedis viene dimenticato per un po’, mentre i suoi complici finiscono più o meno tutti in carcere, dove qualcuno resta per anni fino a che, appunto, le televisioni non faranno a gomitate per intervistarli e nasceranno un film e una fiction a puntate sulla loro storia (“Romanzo Criminale”).

Tutto questo accade perché, ci raccontano, una telefonata anonima avvisa “Chi l’ha visto?”, programma principe del settore, che Renatino è seppellito come un santo nella basilica di sant’Apollinare (lì vicino Emanuela studiava musica); e si ripesca, per l’occasione, la sua amante ( lui era sposato), Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore della Lazio e della Nazionale Bruno Giordano. La donna ha un passato da tossicodipendente di lusso vicino al gangster, ma appare ormai decaduta e malferma in salute.

Dalle interviste con costei e da tutta una serie di ricerche e supposizioni giornalistiche, esce un babilonia di informazioni incontrollate, di cui per sintesi facciamo un essenziale elenco: c’è una BMW depositata da anni in un garage capitolino, con cui Emanuela sarebbe stata portata via (ce la mostrano sullo schermo); la povera ragazza in realtà è stata uccisa quasi subito e buttata via in un sacco della spazzatura; nell’operazione un ruolo di contorno avrebbe avuto anche la Minardi; Renatino la sapeva lunga sul cardinale Marcinkus, che in qualche modo sarebbe coinvolto nel rapimento.

La basilica di Sant'Apollinare, vicino a Piazza Navona a Roma. La tomba di de Pedis.

La basilica di Sant’Apollinare, vicino a Piazza Navona a Roma. La tomba di De Pedis.

Il risultato, almeno provvisorio, di queste affermazioni, non è un’incriminazione per chicchessia, ma soltanto qualche tentativo di far parlare un monsignore in pensione, tale Vergari, che aveva caldeggiato la sepoltura di De Pedis in luogo sacro, in quanto finanziatore di opere benefiche; e l’esumazione della salma, che finirà in un cimitero comune, senza che nel loculo in Sant’Apollinare si riescano a trovare tracce delle due scomparse, come qualcuno supponeva, ma solo ossa di deceduti bicentenari: e chi ha pagato per queste operazioni, non è dato sapere.

Per inciso, la banda della Magliana verrà poi tirata in ballo per quasi tutti i misteri italiani rimasti irrisolti o incompleti, dal rapimento di Aldo Moro alla strage di Bologna e all’omicidio Cesaroni.

Voci Sparse

Roberta Hidalgo, fotografa e autrice del libro “l’Affaire Emanuela Orlandi”, a quanto pare è andata a rovistare nei rifiuti per trafugare un tampax della moglie di Pietro Orlandi e procedere a confronti col DNA di parenti. Ne nasce un’insinuazione: Emanuela potrebbe essere ancora viva, forse travestita da moglie di Pietro, che non è suo fratello perché lei non sarebbe figlia di Maria Pezzano e di Ercole Orlandi, ma della zia paterna Anna Orlandi e di monsignor Marcinkus. E addirittura la zia Anna, secondo Hidalgo, potrebbe non essere sorella di Ercole, ma figlia di Eugenio Pacelli, Papa Pio XII (Cronaca.nanopress.it). Non risulta, peraltro, un particolare interesse di Pacelli verso le donne (NDA).

Ferdinando Imposimato.

Ferdinando Imposimato.

Tutti sappiamo chi è Ferdinando Imposimato: magistrato napoletano di gran reputazione a causa dei processi a cui ha lavorato e per cui ha dovuto dimettersi dalla magistratura attiva, un fratello ucciso per vendetta trasversale, il passaggio come “giudice” a Forum, tra un Licheri e una Lagostena Bassi. Proprio durante questa sua avventura televisiva, Rita Dallachiesa lo intervista sull’argomento e qui si assiste al colpo di scena: il magistrato, con la massima tranquillità, ci fa sapere che, avendo indagato anche su questo caso, può affermare che Emanuela è sicuramente rimasta viva fino a una certa data e ha girovagato per l’Europa al seguito di un suo rapitore. Effettivamente all’inizio la giovane (forse addirittura d’accordo con i rapitori) rappresentava un mezzo per contrattare con il Vaticano e sarebbe tornata libera a breve, poi si è innamorata di uno della banda. Da qualche anno non si hanno sue notizie, ma sicuramente non vuole essere ritrovata (cfr Nanopress, Pino Nicotri).

La costernazione è generale, ma Imposimato ripeterà la sua versione in seguito e mostrerà fastidio per Federica Sciarelli che, dal suo spazio su RAI TRE, si ostinerebbe a pescare nel torbido di una storia che, per lui, appare ben diversa. Ferdinando Imposimato tornerà a stupire chi lo segue, affermando che doveva recarsi a New York circa nel settembre 2001, ma aveva rinunciato, essendo stato avvertito di un probabile attentato.

Marco Fassoni Accetti. Altre  invenzioni in una storia infinita?

Marco Fassoni Accetti. Altre invenzioni in una storia infinita?

Molto meno noto è Marco Fassoni Accetti. Di mezza età, blogger, fotografo, apprendiamo dalla nostra trasmissione feticcio sugli scomparsi che ha alle spalle un passato curioso (attivista radicale freelance, talent scout di minorenni, imitatore comparso di sfuggita in televisione) e un presente inquietante. Sul suo blog appaiono documentari quasi necrofili, forse pedofili. Un giorno egli fa la sua comparsa sullo schermo, intervistato da Fiore De Rienzo, e da allora, crediamo, la questione si fa così intricata che una soluzione ci pare sempre più lontana. Ricapitoliamo anche qui.

Il signore si esprime con una prosodia e uno stile identici a quelli di uno dei telefonisti della prima ora a casa Orlandi, il quale lasciava intendere di avere chissà quali informazioni, ma presto interromperà i contatti. Potrebbe essere ancora lui l’autore della telefonata con cui si svelava la sepoltura di De Pedis.

Egli dapprima fa ritrovare un flauto, sotto una mattonella di una nicchia della Via Crucis (ma in che sito, non è ancora chiaro), avvolto in un giornale con la pagina di un’intervista a papà Orlandi, del 1985. Il flauto traverso appare identico all’esemplare della famosa fotografia in cui la ragazza lo sta suonando, è della stessa marca (mai rivelata, ci assicurano) e fa sperare i parenti, ma non si raggiungono certezze che sia lo stesso oggetto. In seguito Fassoni fornisce una tortuosa e intrigante spiegazione degli eventi.

In pratica, desumendo dai suoi panegirici, più che dichiarazioni, sembra che la banda della Magliana, con alcuni mafiosi tra cui probabilmente Pippo Calò, avesse finanziato lo IOR per combattere il comunismo nei paesi dell’est; in cambio le era stato consentito di investire nella esclusiva banca, ma l’affare si era dimostrato fallimentare e la vendetta era stata il rapimento di Manuela, per indurre a restituire il maltolto.

Dietro le sbarre. Il mafioso Pippo Calò.

Dietro le sbarre. Il mafioso Pippo Calò.

Marcinkus però non si era piegato (anche perché non avrebbe potuto disporre dell’ingente somma) ed Emanuela fu spacciata. Per risarcire moralmente quelli della banda, monsignor Vergari, personaggio chiave in queste trattative, avrebbe disposto la sepoltura di De Pedis in Sant’Apollinare. In questa sarabanda, viene fatta salva la figura del papa polacco, che sarebbe stato all’oscuro di tutto, insomma non si sarebbe posto il problema di quale fosse stato il prezzo dell’eliminazione del comunismo, limitandosi ad attribuirlo forse alle preghiere.

Tutto ciò suona grottesco, quasi ridicolo, soprattutto l’idea che certi figuri si facciano risarcire da un loculo in chiesa; ma d’altronde, intervistati i birbaccioni al gabbio, riferiscono situazioni complicate e di scarsa comprensione per il comune cittadino.

Ma c’è di più. Posto che non si capisce che interesse avrebbe avuto Fassoni Accetti a venire allo scoperto come agente segreto (infatti si apre un’indagine), viene rimesso in luce il suo passato. Apprendiamo che si è fatto il carcere per aver investito e ucciso un dodicenne nella pineta di Ostia, una sera del dicembre 1983.

Scava scava, viene fuori che il bel ragazzino, José Garramon, era figlio di un alto funzionario sudamericano, distaccato a Roma per conto di un’organizzazione internazionale. La mamma, ospitata più volte in televisione, è lapidaria: Fassoni Accetti è un pedofilo e le cose quella sera non sono andate come lui racconta, non fu un incidente. Josè che in quel periodo mostrava un’insolita malinconia) fu vittima di un omicidio, intenzionale o colposo, ma conseguenza delle mire sessuali del suo investitore, che lo aveva trasportato ben lontano da dove il piccolo abitava. In generale, l’oscuro personaggio che doveva imprimere una svolta a tutta la storia, sembra più cercare qualche vendetta personale o una nuova ribalta, che offrire un significativo aiuto.

E ancora: nel vortice di queste presunte rivelazioni, si perde la figura di Mirella Gregori.

Angelo Izzo, balordo fascistello.

Angelo Izzo, balordo fascistello.

L’incredibile tesi dei mostri del Circeo

In premessa, è appena il caso di accennare a questo massacro del 1975, sul litorale di Latina, ad opera di tre balordi altoborghesi poco più che ventenni, capitanati da un neonazista, che brutalizzarono e uccisero una ragazza e quasi una seconda, salvatasi per miracolo.

Il neonazista dichiarato era Andrea Ghira, nemmeno un giorno di carcere, fuggito per esotiche destinazioni e ritrovato ufficialmente morto in un cimitero spagnolo, come membro della Legione Straniera.

Un altro dei tre, Gianni Guido, faccino pulito, in carcere ci finì ma per poco: evaso due volte, fu ritrovato anni dopo in America Latina ed estradato, ma è libero da parecchio.

Il terzo, Angelo Izzo, sguardo allucinato, ha meno fortuna nella sua fuga in Francia e viene condannato, ma esce relativamente presto, si mette per un poco in affari con amici di fede politica, poi fila dritto ad ammazzare moglie e figlia di un compagno di cella che gliele aveva incautamente affidate.

Di nuovo dietro le sbarre, Izzo trova perfino una moglie, la giornalista romana Donatella Papi, che all’inizio si lancia in una crociata coniugale difensiva, poi assume posizioni più neutre, ma ci fa sapere di aver ricevuto da lui una importante confidenza: è responsabile della scomparsa di Emanuela Orlandi…

Questo riassunto purtroppo non rende minimamente l’idea di tutto il materiale passato sotto i nostri occhi, registrazioni e intercettazioni telefoniche, ostinate esplorazioni giornalistiche nelle attività di Emanuela e i suoi coetanei nel tempo libero, con presunti coinvolgimenti di pervertiti in abito talare in cerca di prede (questa versione è accreditata dal famoso esorcista padre Amorth), raccolte di firme organizzate dalla famiglia di Emanuela, da inviare al pontefice di turno.

Anche l'esorcista. Padre Amorth.

Anche l’esorcista. Padre Amorth.

La sorella della Gregori ci confida che deve ottemperare al giuramento fatto alla madre morente di non arrendersi mai e continuare a cercare la congiunta, ma confessa la pesantezza di una vita passata sotto sorveglianza più o meno occulta.

Pietro Orlandi e sua madre, dopo petizioni, striscioni all’Angelus domenicale e appelli lanciati a colui che è in pratica il loro capo di stato e di fede, riescono a ottenere un breve saluto da papa Francesco, ma nessuna assicurazione, per quel che è dato sapere.

Nel frattempo, un tarlo mai ci abbandona: ormai sembra tardi per conoscere anche un solo brandello di verità, fosse anche la più scontata: la realtà di giovani e giovanissimi che, plagiati o con la forza, si ritrovano nelle mani di persone senza scrupoli, per abietti motivi.

E’ un complotto, magari. Non di cattivi intorno a un tavolo, ma di negatività cointeressate, malvagità convergenti: è così che si forma un blocco criminale, a volte.

Che ci sia di mezzo il potere mondiale o soltanto qualche piccola bugia raccontata ai genitori senza pesarne le conseguenze, vogliamo fornire il solito consiglio non richiesto ai ragazzi, che naturalmente non lo ascolteranno, comunque, hai visto mai: meglio togliersi un peso con mamma e papà e prendersi magari una corcata di sberle (ma oggi difficilmente accade), oppure esporsi a un momentaneo giudizio sociale che oggi è, in ogni caso, più lieve che in passato, piuttosto che, per timore della reazione dei genitori e dei compagni, farsi inghiottire da un’oscurità dolorosa per tutti e per sempre. Forse le Emanuela e Mirella non scomparirebbero, forse José, Elisa, Sara e Yara, sarebbero ancora vivi.

Altre fonti: web, Sky, Wiki.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    La semplicità! Nel finale, apparentemente banale e semplicistico, di questa vicenda, tanto ben compendiata ed acclarata dalla scrittrice, sta molto probabilmente la chiave delle sparizioni e degli omicidi irrisolti di tanti giovanissimi e bimbi. Non ci avevo mai pensato. Assassini predatori di vite ingenue ed innocenti: ecco la direzione in cui cercare. Probabilmente il frastuono e la babele altro non nascondono che un’ infame, assassina semplicità in cui cercare al più presto.
    Penso sovente ad una bellissima statua di porcellana lucente e dai colori tenui, raffigurante una Signora vestita di bianco, attorniata da rose e dalla falce di luna crescente, col piede minuto e delicato poggiato fermamente sulla testa di un serpente dagli occhi chiusi e dalla lunga coda pencolante. La statua, alta almeno un metro, era poggiata su un tavolino antico, ricoperto da un pizzo dall’ esile e intricata trama, sul quale mai mancava il vasetto coi freschi fiori che il bosco dona in ogni stagione. Il simulacro era collocato in bella vista nell’ angolo della ” sala da pranzo” povera e scarna, ma curatissima ché non conosceva il granello della polvere, della casa di un emigrante della mia terra natia. La madre dei suoi figli restava sola con loro per anni in quella casa avita. Quand’ ero piccola, io ci mettevo la sedia accanto a quel misterioso ed affascinante simulacro e me ne stavo li’ per ore ad osservare incantata, chissà perché, quella bellissima Signora dalla veste di latte, la falce di luna poggiata sulla terra dietro di lei, le rose di cui mi pareva cogliere il profumo, la testa del serpente schiacciata dal piede della Signora dal mesto sorriso. Oggi so quanto antico sia questo simulacro, quante religioni e culture ha attraversato, quante letture ed interpretazioni ha suscitato in studiosi di vario genere e varia umanità.
    Oggi per me quel simulacro ha un unico significato: lasciate gli orribili predatori alla madre che ha partorito nel dolore suo figlio, che lo ha cresciuto nella trepidazione per ogni piccola contrarietà, nell’ ansia e nell’ angoscia mortale per la malattia e la mancanza, che ha lottato fino allo spasimo per trattenerlo qui, fra i vivi, che lo cerchera’ ovunque perche’ il cuore non basta per averlo ancora con se’, che mai s’ arrendera’ alla mancanza della carne del figlio, che lo vuole visceralmente qui, fra noi e non potrà sentire diversamente, fino all’ ultimo respiro. Lasciate i vigliacchi alla madre colpita. Saprà fare ciò che è giusto fare, ché nessuna pena umana o divina può redimere ne’ vendicare la morte cruenta di un innocente. E lasciate alla madre anche gli occulti seminatori di morte dei giovani figli suoi, gli incompetenti supponenti e intrisi di superbia luciferina che non sono in grado di curarli, i disinformatori interessati : anch’ essi vanno a costruire la strada di calvari infiniti.
    L’ antico simulacro sta a significarmi ciò che solo la madre può fare all’ immondo essere strisciante nel fango dell’iniquità. La madre è solo madre: lasciatela fuori da scritture vergate da mano umana, e maschile.
    Quell’ antica casa della mia infanzia e della mia prima giovinezza oggi non c’ e’ più, travolta irrimediabilmente da una lontana notte rovinosa che portò grida, morte, macerie.
    Ho cercato a lungo quel simulacro quando fui madre e compresi. Ma anch’ esso è stato ingoiato dalla rovina.
    Quel simulacro è il mio tormento.

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  2. concettina

    Da non dimenticare che nell’aprile 2013 all’università di Tor vergata è stata scritta una tesi di laurea sul caso di Emanuela Orlandi. .

    Rispondi

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