Orfeo e Euridice

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Orfeo ed Euridice. Un mito affascinante, misterioso, un mito che ha destato nell’animo di ciascuno di noi numerose riflessioni e domande. Da Ovidio, Virgilio, Poliziano ai più recenti Pavese, Bufalino, Rilke, Mormile, la tragica vicenda inaspettata viene narrata, analizzata, in cerca di una giustificazione a quel finale insolito, drammatico, incompleto. Nessuno si aspetta il gesto di Orfeo, esso ci destabilizza e ci porta alla ricerca delle più varie ipotesi. Ma partiamo dal principio, dal mio principio. Euridice viene descritta come una bellissima fanciulla, ammirata e oggetto di quel desiderio che, per sfuggirvi, divenne la causa della sua morte. Da qui, com’era credenza nel mondo greco, la sua discesa nell’Ade, il regno delle anime, un luogo freddo, tenebroso. La morte la colse alla sprovvista, spettrale scendeva verso la sua ultima dimora con la consapevolezza che non avrebbe mai più visto suo marito: Orfeo, la Poesia per antonomasia.

“Poi, una sera di molta luna, trovandosi in un

boschetto ad andare, trasognata […] a un certo punto,

dentro il fitto d’alberi un filo di musica s’era infilato, via via sempre più teso

e robusto, fino a diventare uno spago invisibile che la tirava, le circondava le

membra, gliele liquefaceva in un miele umido e tiepido, in un rapimento e mancamento

assai simile al morire. Né s’era svegliata prima che le grosse labbra di

lui, la potenza di lui le si fossero ritirate lentamente di dosso.

Lo amò, dunque. [...]

Dopo di che c’erano stati giorni e notti celesti. Lui sapeva parole che nessun altro

sapeva e gliele soffiava fra i capelli, nei due padiglioni di carne rosea, come un

respiro recondito, quasi inudibile, che però dentro di lei cresceva subito in tuono

e rombo d’amore. Era un paese di nuvole e fiori, la Tracia dove abitavano, e lei

non ne ricordava nient’altro, solo nuvole in corsa sulla sua fronte e manciate di

petali. […]

(Gesualdo Bufalino, tratto da ‘Il ritorno di Euridice’)

Euridice

Euridice

Così nacque la storia d’amore tra il Poeta e la Bella fanciulla, una storia incantata, costruita su colonne poetiche e un tetto di musicalità. Una storia, quindi, destinata irrimediabilmente a svanire: le colonne e il tetto non sono che aria e presto entrambi si troveranno in una casa inesistente, raffreddati, scoperti. Ma prima ancora di conoscere questo brutale destino, insulso rispetto alla magnifica poesia e immaginazione di Orfeo, accade la tragedia:

“… E già fu un pastore

Figliuol d’Apollo, chiamato Aristeo.

Costui amò con sì sfrenato ardore

Euridice, che moglie fu di Orfeo,

che sequendola un giorno per amore

fu cagion del suo caso acerbo e reo:

perché, fuggendo lei vicina all’acque,

una biscia la punse; e morta giacque.” (Angelo Poliziano, tratto da ‘Fabula di Orfeo’)

Una morte improvvisa, un po’ banale, sciocca, la vita di Euridice si spense a causa di una corsa sbadata, a causa di un piede messo al momento sbagliato nel posto sbagliato. E’ strana la vita: ti dona un amore mitico, eccezionale, ti concede di toccare la divinità, e te la toglie con la morte più insignificante che possa esistere. In quell’incidente non ci fu nulla di spettacolare: era la natura faceva il suo corso. Orfeo lo sapeva bene, ma com’era possibile che la sua Musa fosse morta in quel modo? Lui aveva già sognato e cantato le loro vite: un amore altissimo, intenso, una vita consacrata ad esso, al Pensiero, in quella bella casa che costruì con la sua musica. Anche la morte aveva progettato, una morte trionfale, indimenticabile come i suoi versi. Nulla delle loro vite doveva essere lasciato alla banalità del mondo reale. Ma le cose non vanno mai come le si progettano: il caso è un fattore determinante e ineluttabile delle nostre vite. Orfeo non lo volle mai accettare, cercò sempre di sviare questo dato di fatto, cercò altre vie: il suo mondo immaginario era la prova che esisteva un luogo dove il caso non poteva accedere.

Nel momento in cui Euridice muorì Orfeo si trovò destabilizzato da questa nuova piega della vita. La casa volò via e lui rimase spoglio, con Euridice ormai fredda tra le sue braccia. Orfeo si sentì svuotato, aveva perso tutto: non solo sua moglie, ma anche l’amore, la casa, il pensiero, la poesia. Non poteva finire così. Aveva bisogno di lei, la sua Musa, perché senza essa mancava l’incanto. Inizia già ora questa consapevolezza: a Orfeo non manca la moglie quanto l’idea che la moglie gli dona. Ma procediamo con il racconto.

“A lungo sotto la volta del cielo la pianse il poeta

del Ròdope, ma per saggiare anche il mondo dei morti,

non esitò a scendere sino allo Stige per la porta del Tènaro:

tra folle irreali, tra fantasmi di defunti onorati, giunse

alla presenza di Persefone e del signore che regge

lo squallido regno dei morti.” (Ovidio, Metamorfosi, X, 1-77)

Orfeo prese un importante decisione, quella di scendere agli Inferi per salvare la sua amata… O per salvare se stesso? Con l’inizio della sua discesa iniziarono anche i dubbi.

Cosa vuol dire “per saggiare anche il mondo dei morti”? Se la casa non esiste più e il mondo reale non fa per lui, ecco che ancora una volta Euridice gli dona l’ispirazione: il mondo ultraterreno.

Il Poeta scese nel buio in un luogo surreale, a volte spaventoso, a volte affascinante. Mitiche e inquietanti presenze fecero capolino, sentì dentro di lui nuovi e forti sentimenti degni di essere cantati. Se in Terra fu amato e apprezzato da tutti, qui nessuno conosceva la sua musica.

L’indole narcisistica degli artisti è nota a tutti, ma l’introspezione che ne deriva è pura magia. E come ogni magia ha il suo prezzo: l’isolamento dagli altri e l’incapacità ad unirsi a loro, l’empatia superficiale, il profondo egocentrismo. Orfeo innalzò le colonne della poesia anche nell’Ade, lo rese momentaneamente luminoso, armonico. Tutti si arrestarono per ascoltarlo.

“Mentre così si esprimeva, accompagnato dal suono della lira,

le anime esangui piangevano; Tantalo tralasciò d’afferrare

l’acqua che gli sfuggiva, la ruota d’Issìone s’arrestò stupita,
gli avvoltoi più non rosero il fegato a Tizio, deposero l’urna

le nipoti di Belo e tu, Sisifo, sedesti sul tuo macigno.” (Ovidio, Metamorfosi, X, 1-77)

Orpheus & Euridice

Orpheus & Euridice

Ecco cosa fa Orfeo! Stravolge le realtà, le deforma rendendole l’irreale e magnifico mondo che egli auspica. Il suo narcisismo è appagato, il suo bisogno più esigente è ora soddisfatto: Euridice può tornare tra i vivi e donargli l’ispirazione. Può di nuovo prosciugarla del suo valore per quel mondo tanto ricercato. E’ talmente concentrato su di sé che non si accorge neanche dei cambiamenti di sua moglie: la morte prosciuga l’umanità insita in ognuno di noi, i sentimenti, le emozioni, le passioni, e lascia dell’uomo niente meno che un ombra.

“E non era più la bionda donna

che echeggiava talvolta nei canti del poeta,

isola profumata in mezzo all’ampio letto;

né più gli apparteneva.

Come una lunga chioma era già sciolta,

come pioggia caduta era diffusa,

come un raccolto in mille era divisa. Ormai era radice.” (Rainer Maria Rilke, Orfeo. Euridice. Ermete [1904])

Euridice era cambiata, era uno spettro apatico. Prima di iniziare l’ascesa ( dove lui, avanti e lei al seguito, non potrà più girarsi fino all’uscita) si guardarono negli occhi: dov’era quella Bellezza che fu per lui fonte di tanta ispirazione? Dov’era finita quella linfa vitale capace di partorire l’incantevole dimora di Amore? Euridice è morta, Euridice si è cristallizzata. Orfeo percepì solo ora il senso del trapasso, lo scarto acuto e incolmabile che separa la morte dalla vita. L’avevano prosciugata di ogni avvenenza, l’avevano resa una porta senza pomello, una sedia senza gambe. La guardò sempre più dubbioso, sempre meno sicuro della sua scelta. Pensava alla sua amata già come fosse un ricordo: che donna piena di risorse! Nonostante la banale morte, lo mise nella condizione di cercare ancora la Poesia e indirettamente lo fece scendere negli Inferi. Continuò a pensare a lei con il pensiero spostato verso il passato mentre camminava lentamente verso l’uscita.

“(…)Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue.

Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi

voltai.(…)

BACCA: Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. (…) Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito.

ORFEO: Che c’entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il

nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.

BACCA: Qui si dice che fu per amore.

ORFEO: Non si ama chi è morto.

BACCA: Eppure hai pianto per monti e colline – l’hai cercata e chiamata – sei disceso nell’Ade. Questo cos’era?

ORFEO: Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho
pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. (…)” (C. Pavese, L’inconsolabile, dai Dialoghi con Leucò (1947))

Orfeo in quel momento ben capì la reale essenza di Euridice e ciò che amava di lei: non la persona in sé, ma il pensiero, la sua linfa che ormai non era che un ricordo.

“… quando una improvvisa follia prese l’incauto amante…” (Virgilio, Georgiche (libro IV, vv. 485-527)) Una follia d’amore, certamente. Furor in latino significa proprio passione violenta, delirio amoroso. Ma questa smania d’amore a chi era rivolta? A Euridice o a Orfeo stesso?

La risposta risiede nell’animo di ciascuno di noi quando leggiamo questa tragica storia: per quanto folle l’amore, esso non si ostacola da solo nel momento in cui si può recuperare l’amato perduto. Orfeo fu pazzo d’amore per sé e per la sua arte, quella stessa arte che era ricordo ed essenza di Euridice. In questo caso, comunque, non si può parlare di un amore del tutto egoista per se stessi. Tutto si riconduce a quello che lui e lei erano veramente: il loro “amore” è solo un collante rarefatto tra due figure che svaniscono in mondi inconsistenti, frutto di ampie colonne fluttuanti nell’aria e tetti di note musicali.

“Quello che conta è l’emozione dell’assenza:

dare un nome all’eterno vuoto interno

misurandosi a colmarlo con parole…” (Mormile)

L’eterno vuoto creatosi dal rifiuto di un approccio con la realtà diventa quindi lo spazio ideale dove Orfeo ora può ricreare il luogo mitico del Pensiero. E’ dunque questo il senso della vicenda? Ognuno la pensa a modo suo, gli anni passano e ancora il mistero affascinante di questo mito rimane fonte di molte interpretazioni, di dubbi, di sogni e riflessioni.

 

Egli guardò la sua Euridice venire risucchiata una seconda volta nel regno dei morti, sospirò, e se ne andò via, lontano da lei, lontano dall’Ade, lontano dalla Terra.

 

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Chi lo ha scritto

Beatrice Toffolutti

Sito web

Beatrice è stata la musa per eccellenza. Io, sempre Beatrice, al ruolo di musa ho preferito quello di scrittrice. Sono laureata in Lettere e Filosofia. Materia dei miei racconti sono spesso i sogni che si imprimono nella memoria, dai quali cerco sempre di scovare qualche riflessione. La scrittura e la fotografia mi accompagnano da anni, dandomi la possibilità di vedere il mondo con occhi sempre diversi. La vita ha "un'ermeneutica infinita": provare a raccontare queste prospettive è un meraviglioso viaggio.

7 commentiCosa ne è stato scritto

  1. AleZenDog

    Come sempre, lasci tutti a bocca aperta per come scrivi! Mi riempi il cuore!

    Rispondi

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