L’anno prima della guerra. Marzo 1915

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Cosa accadeva cento anni fa in Italia? Ogni mese, dall’aprile 1914 al maggio 1915, l’Undici racconta gli avvenimenti del tempo prima della grande guerra: politica, arte, cultura, sport, cronaca. All’inizio del 1915 l’Italia è ancora neutrale ma Salandra e Sonnino scalpitano. Fervono le trattative per strappare la migliore offerta dall’Intesa o dagli Imperi centrali, rigorosamente segretissime. perché né il parlamento né il popolo italiano devono sapere nulla. Possono morire per la patria ma non sapere perché. Gli interventisti fanno campagna per la guerra, i nazionalisti per la grandezza d’Italia, i democratici per distruggere il militarismo. I socialisti sono all’opposizione. Mussolini rompe con il PSI e passa al campo interventista, fondando un nuovo giornale “Il Popolo d’Italia – quotidiano socialista”. Almeno per ora.

Ricordate il caso Belloni? Il salgariano capitano di vascello che nell’ottobre 1914 aveva rubato un sottomarino per scatenare una guerra privata contro l’Austria? Finito a processo con accuse gravissime di mettere in pericolo la sicurezza dello Stato, oltre che per furto, il primo marzo arriva la sentenza. Flaiano stesso non avrebbe saputo trovare una conclusione più in linea con l’atmosfera farsesca della penisola. I severissimi giudici di Sarzana, con baffoni a manubrio e toghe solenni, lo rinviano a giudizio per esportazione di sommergibili senza autorizzazione. E basta. Come dire, svaligio una salumeria e vengo condannato per aver mangiato per strada. Il 24 marzo viene assolto anche da quest’ultimo reato.

Torna la primavera, tornano le rondini e le offensive.

L’imminente ritorno della primavera lascia immaginare una ripresa in grande stile della guerra sul fronte occidentale, dove poco o nulla si è mosso in questi mesi invernali. Politici e militari sono convinti che il conflitto terminerà nei prossimi mesi. La guerra moderna, con le sue immense perdite di vite e materiali, non è sostenibile a lungo. O no? Il blocco navale imposto dall’Inghilterra alla Germania infligge ai civili un duro regime di razionamento. Gli inglesi non se la cavano meglio, con le navi mercantili affondate a ripetizione dagli U-boot imperiali. In oriente gli austriaci continuano a prenderle dai russi, che conquistano la fortezza di Przemysl nei Carpazi e avanzano verso l’Ungheria. La battaglia decisiva si combatte nei Dardanelli. Già da febbraio è iniziata una violenta offensiva delle marine francesi e britanniche contro i forti turchi disposti negli stretti. La Turchia non sembra in grado di resistere. Il controllo degli Stretti darebbe un vantaggio strategico decisivo all’Intesa, forse affrettando la conclusione della guerra.

Il sottomarino rubato dall'ingegniere Belloni il 3 ottobre 1914. Successivamente battezzato Argonauta, operò nell'Adriatico contro la marina austriaca.

Il sottomarino rubato dall’ingegniere Belloni il 3 ottobre 1914. Successivamente battezzato Argonauta, operò nell’Adriatico contro la marina austriaca.

Sydney & Antonio

Salandra & Sonnino, il duo del neo-opportunismo italiano, con condimento sabaudo, cominciano ad avere fretta. Sarà mica che arriveremo ultimi alla spartizione del bottino? L’attacco nei Dardanelli sembra destinato a far cadere la Turchia. Anche i tedeschi hanno fretta di concludere un accordo con noi. Ci conoscono bene, sanno quanto sono infidi i Savoia. E cercano di smuovere l’ostinata intransigenza dell’anziana sorda monarchia austriaca: “date qualcosa agli italiani per evitare di trovarceli nemici”.

Pochissime persone sono informate dei fatti. L’opinione pubblica brancola nel buio. I giornali pubblicano notizie false che devono servire a spostare il pubblico in una direzione o l’altra. Neutralità o intervento. Riprendono le notizie pubblicate a Berlino e Vienna, a loro volta ispirate da quel politico disposto all’accordo con l’Italia o da una fazione oltranzista. E’ un fiorire di voci e di fantasie. Chi sa non parla. Salandra rifiuta di spiegarsi in Parlamento, respinge le interpellanze delle opposizioni che vorrebbero inchiodarlo a dichiarare i suoi obiettivi. L’apparato statale ed ideologico si chiude a riccio intorno a Salandra. Le classi dirigenti italiane, liberali e conservatrici, non contemplano la possibilità che il Parlamento esprima un’opinione. Il governo va lasciato libero. Una delle decisioni più importanti della storia italiana resta nelle mani di tre persone senza alcun legame con il popolo italiano.

Continuo a trovare stupefacente come cento anni fa tutto ciò fosse normale.

Il primo marzo il governo propone un disegno di legge per combattere lo spionaggio e il contrabbando. La penisola è infatti diventata il teatro di operazioni segrete, volte a trascinare l’Italia da una parte o l’altra del conflitto. Si lamenta l’eccessiva tolleranza verso gli stranieri, l’indolenza “quasi mussulmana”, gli ufficiali italiani che si sposano con belle straniere, dimenticandosi dei doveri patriottici. I fatti di Reggio Emilia (gli scontri tra interventisti e neutralisti in occasione di un comizio di Cesare Battisti) mostrano che sono all’opera “influenze esterne”. Ottimo pretesto per il governo per limitare ulteriormente le libertà costituzionali. Si stringe la censura sulle notizie militari. Nello stesso momento entra in vigore il decreto approvato in febbraio che proibisce i comizi politici pubblici.

Nei boudoir diplomatici

Oggi sappiamo cosa accadde. Giovedì 4 marzo l’ambasciatore a Londra Imperiali di Francavilla presenta le condizioni italiane al ministro degli esteri inglese Edward Grey. Il sibilo di una sola italica filtra a Berlino e Vienna. L’ambasciatore tedesco a Roma, principe Von Bulow, sa che il tempo della sua missione sta per scadere. Capisce che l’Italia non scenderà in campo con gli Imperi centrali ma che va tenuta fuori dal conflitto con un’offerta generosa da parte austriaca. Lunedì 8 marzo, dopo due mesi di ostinato rifiuto, sottoposta alle forti pressioni tedesche, l’Austria accetta finalmente di iniziare a discutere i compensi all’Italia previsti dall’articolo 7 del trattato della Triplice Alleanza. Eppure la posizione di Vienna si è solo marginalmente ammorbidita. E’ disponibile a cedere alcuni territori trentini, ma solo a conclusione della guerra. Gli austriaci non considerano neppure la possibilità di discutere lo status di Trieste, il porto dell’Impero.

Sydney Sonnino (1847-1922)

Sydney Sonnino (1847-1922)

Nella giornata dell’otto marzo circolano a Roma le notizie più incredibili. Intanto tutti sanno che al palazzo della Consulta, sede del Ministero degli esteri, Sonnino sta ricevendo Von Bulow. I giornali speculano su possibili trattative con l’Austria. Giustamente. Ma i risultati dell’incontro sono avvolti nel più assoluto riserbo. Allora non si tenevano conferenze stampe. Subito dopo, però, la notizia della convocazione di un consiglio dei ministri straordinario in serata scatena un altro tornado di voci. Si parla di mobilitazione generale, anche perché contemporaneamente stanno rientrando in Italia i volontari della legione garibaldina, sciolta due giorni prima. La realtà più prosaica è che la legione non è di grande utilità per la Francia e la mette in serio imbarazzo con il governo italiano.

L’altra notizia esplosiva del giorno è l’incontro Salandra-Giolitti. E’ un fatto di grandissima importanza politica, una specie di patto del Nazzareno di cento anni fa. Salandra, forse spinto dal re, va a rendere conto del suo operato a Giolitti, capo della maggioranza parlamentare, il quale nelle settimane precedenti aveva reso noto il suo pensiero con la famosa lettera a Peano: ottenere il massimo dalle trattative e la guerra solo come ultima estrema risorsa. Salandra sa bene che basterebbe un segnale di Giolitti per farlo saltare. Per Salandra, conservatore e poco incline alle aperture a sinistra di Giolitti, una guerra dalla parte giusta, breve e vittoriosa, è quello che ci vuole per rafforzare il prestigio della nazione, del re e il suo potere personale. Ma nel frattempo Salandra deve neutralizzare in qualche modo Giolitti, compito mica facile.

Nulla si sa dei contenuti dell’incontro. I giornali guardano alle forme. E’ stato Salandra a chiedere la riunione, il presidente del consiglio si è recato a piedi nell’abitazione romana di Giolitti in Via Cavour, un segnale di autentica deferenza. Sappiamo che Salandra racconta a Giolitti solo una mezza verità. Afferma che sono in corso trattative con l’Austria e concorda con Giolitti che la guerra va tenuta solo come extrema ratio. Nulla dice sui negoziati avviati a Londra. Un inganno bello e buono. Giolitti ci casca? Vuole crederci, pensando che ha ancora la possibilità di controllare Salandra? Qualunque sia la risposta, in questo incontro Giolitti perde l’iniziativa politica e quando dovrà mettersi di traverso contro Salandra, sarà troppo tardi. Il vero contenuto dell’incontro apparirà evidente qualche giorno dopo, quando il 22 marzo la Camera viene aggiornata con l’adesione dei deputati giolittiani e nonostante la vana opposizione dei socialisti. Chiudere il Parlamento lascia al governo campo libero. A cosa serve del resto chiacchierare quando ci sono problemi così importanti per il destino della patria? La Camera riaprirà solo il 20 maggio.

La giornata dell’8 marzo si conclude con il Consiglio dei ministri. La riunione dura tre ore e termina poco prima di mezzanotte. Anche qui un altro inganno. Salandra parla delle trattative con l’Austria ma tace sulla realtà ovvero i negoziati appena partiti con gli inglesi. Neppure il Ministro della difesa deve sapere cosa si sta preparando.

Una caricatura di Giolitti al tempo della guerra di Libia. Il Giovanni bifronte.

Una caricatura di Giolitti al tempo della guerra di Libia. Il Giovanni bifronte.

L’Italia all’asta

Il giorno dopo, alla Camera, si presenta Martini, il ministro delle colonie per riferire sulla situazione in Libia. Afferma che non ci siamo ritirati dal Fezzan verso la costa di fronte alla ribellione, bensì abbiamo distribuito meglio le forze, con criteri di economicità. Le truppe costano 12 milioni di lire l’anno. Si devono risparmiare le forze. Ammette l’errore di un dispiegamento troppo rapido e profondo, l’influenza della guerra santa lanciata dai turchi, gli errori nel trattare le popolazioni locali, la disorganizzazione del governo coloniale. Ma la realtà delle cose è che ci stiamo ritirando verso la costa. Lo facciamo in modo ordinato ma non mancano sanguinosi combattimenti con i ribelli senussiti.

Il 10 marzo Von Bulow va da Salandra per parlare dei famosi compensi austriaci. Anche in questo caso, nulla filtra sui giornali. Vienna sembra disposta a cedere il Trentino, forse parte del Tirolo. Sonnino chiede all’Austria anche Bolzano e Gorizia, mentre Trieste sarebbe diventata città libera nell’Impero. Sono richieste impossibili per la duplice monarchia. Del resto Salandra non ha davvero intenzione di negoziare. L’Inghilterra ci prospetta condizioni più succulente. Non solo il Trentino, ma anche l’Alto Adige, Trieste, Gorizia, l’Istria e la Dalmazia. In pratica, tutte le zone italiane più le frontiere naturali. E qualcosa di più. Non viene mai menzionata Fiume che Sonnino era disposto a lasciare ai serbi nella futura sistemazione dell’area. Ad ogni modo, Salandra decide di lasciar cadere alcune richieste in modo da accelerare la conclusione delle trattative ed evitare di trovarsi in una posizione sfavorevole ora che la Turchia sembra che stia per cadere.

Uno scambio di lettere tra Sonnino e Salandra illumina il loro pensiero sulla guerra. L’11 Salandra scrive a Sonnino. Informa che la guerra è ormai probabile e vicina. “Noi due soli dovremmo decidere quando giocare la terribile carta”. Il re non ha ancora dato l’assenso alla guerra ma non avrebbe creato difficoltà. Parlamento e opinione pubblica sono contrari, ma il loro dissenso non è importante. Conferma, dopo aver sentito Cadorna, che l’esercito non sarà pronto fino alla fine di aprile. Nel frattempo si può continuare la finzione delle trattative con Vienna. Sonnino replica il 16 marzo. Spera ancora di convincere l’Austria ed evitare la guerra. Dice di voler continuare le trattative con entrambi. Ma è fondamentale affrettarsi prima che la Turchia si arrenda e l’Intesa riduca il prezzo disposta a pagare all’Italia. E’ una completa rottura dell’ordine costituzionale parlamentare e monarchico. Se vogliamo anche della logica. Il paese sta già soffrendo di mancanza di grano e carbone, abbiamo frontiere sfavorevoli con l’Austria, che intanto le ha fortificate, un esercito scadente e una popolazione poco motivata, e pensiamo di infilarci in una guerra che ha già dimostrato i suoi orrori? A forza di chiacchiere e di grida patriottiche?

Lo sappiamo, l’Italia è il paese della retorica. E dei grandi annunci, salvo scoprire subito dopo di non aver pane e cannoni.

Giacomo Balla.

Giacomo Balla.

Nel frattempo si tengono manifestazioni di vario genere, dei vari illusi che credono di influenzare il governo. L’11 marzo vengono arrestati Balla, Corra, Marinetti, Settimelli e Mussolini in una manifestazione interventista. Lo stesso giorno, Balla e Depero (in copertina una sua opera) pubblicano la “Ricostruzione futurista dell’universo”. Dare scheletro all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Trovare equivalenti astratti di forme e elementi dell’universo, combinarli secondo i capricci dell’ispirazione “per formare dei complessi plastici che metteremo in moto”.

Anche i socialisti tentano di passare all’offensiva per la neutralità ma loro azione è sterile. Il popolo, dal canto suo, manifesta dal Veneto alla Sicilia per l’aumento del prezzo del pane. E il governo risponde. Domenica 7 marzo viene pubblicato il decreto sul pane unico. Da ora in poi i fornai potranno produrre solo una pagnotta da 500 grammi, composta per l’80% di macinato di grano, il resto può essere qualunque cosa. Serve per risparmiare il grano fino al prossimo raccolto. Anche alla tavola del re si serve il pane scuro unico. Il principe Umberto afferma “questo è il pane dei soldati”.

Segniamoci questa data. Il 16 marzo il sindaco di Genova invita ufficialmente D’Annunzio, ancora esule per debiti in Francia, a venire il 5 maggio a Quarto per inaugurare un monumento ai Mille. Si pensa ad usare questa occasione per spingere l’Italia all’intervento o per fare la rivoluzione. L’idea iniziale era quella di uno sbarco di garibaldini insieme all’inaugurazione del monumento e al discorso di D’Annunzio. Il vate nazionale pensa alla gloria e nel frattempo cerca soldi dai soliti amici. Luigi Albertini, direttore dell’interventista Corriere della Sera e amico del poeta, gli spedisce 4850 franchi. Il supremo poeta debitore ne aveva chiesti 5000. A metà aprile li ha già finiti.

Manifestazione interventista nel 1915. Da sinistra: De Ambris, Corridoni, Mussolini.

Manifestazione interventista nel 1915. Da sinistra: De Ambris, Corridoni, Mussolini.

Il 31 si svolge a Milano una grande manifestazione della sinistra interventista, a cui si contrappone una dimostrazione neutralista. Vengono arrestate 236 persone. In un’altra zona di Milano, ad arringare la folla interventista c’è anche Mussolini. Anche lui deve pensare ai soldi. Il suo Popolo d’Italia, per quanto in crescita di copie e di influenza, non naviga in buone acque. Pochi abbonati e scarsa pubblicità. Sono finiti i finanziamenti delle Messaggerie italiane del direttore del Resto del Carlino Filippo Naldi, Mussolini deve rivolgersi da altre parti. Li troverà in Francia ma solo a partire da giugno. Intanto il 29 marzo si scontra alla spada con il deputato socialista Treves, ex direttore dell’Avanti!, neutralista, che gli ha scatenato una violenta campagna con insulti personali. Il violentissimo duello dura ben venticinque minuti e si conclude solo per l’intervento dei medici. I due non si riconciliano.

A proposito di estrema sinistra. Cosa dice Nenni della guerra? “Solo se si identifica la nostra nazione con quella massa caotica di contadini o di lavoratori analfabeti ed ignoranti (non per colpa loro ma per colpa dei governanti) si può affermare che l’Italia è per la neutralità. Ma se si tiene conto dei cittadini che hanno un cervello e l’adoperano, che non sono né servi di preti né di socialisti, che non sono invigliacchiti né dai vizi né dalle privazioni, allora appare chiaro a chiunque che l’Italia è interventista.”

Il Como partecipante al girone semifinale D. Una sola vittoria in sei partite.

Immagine d’epoca. Il Como partecipante al girone semifinale. Una sola vittoria in sei partite.

Verso le finali nazionali

Nel frattempo avvengono anche cose più leggere. Il match-clou dei gironi di semifinale si tiene a Vercelli il 7 marzo tra il Torino e il Pro Vercelli. Un treno speciale porta da Torino un foltissimo gruppo di tifosi granata (400) che vengono inizialmente ben accolti dai locali. La partita finisce al 43° del secondo tempo con uno splendido gol di Mosso I su servizio in rovesciata di D’Auria. I vercellesi non ci stanno a perdere e, mentre dalle tribune si applaude sportivamente, dai posti popolari partono le invettive contro l’arbitro, un gruppetto invade il campo e devono intervenire i carabinieri. Parapiglia! Confusione! Titola La Stampa. Alla fine però i carabinieri sono sufficienti per riportare la calma e i tifo i torinesi possono avviarsi verso la stazione senza bisogno di una scorta armata. Il 28 marzo si giocano le ultime partite. Alla finale del nord Italia accedono, oltre al Torino, il Genoa, il Milan e l’Inter. 

Domenica 28 si tiene la nona edizione della Milano-Sanremo, al cui nastro di partenza sono presenti tutti i campioni italiani: Girardengo, Azzini, Ganna, Durando, Corlaita, Galetti e Calzolari, ma nessuno straniero. Si parte alle 5.30 sotto un cielo plumbeo. La fuga decisiva avviene sul mare. Nei pressi di Imperia, che allora si chiamava Porto Maurizio, si vedono in cinque sotto un tempo pessimo: Girardengo, Galetti, Azzini, Corlaita e Lucotti. Pochi minuti più tardi, al traguardo di Sanremo arriva Costante Girardengo, incrostato di fango ma freschissimo, con ben cinque di vantaggio su Corlaita. Subito viene presentato un reclamo. Pare che il campione, a Porto Maurizio, non abbia seguito le frecce che costeggiavano la cittadina, ma abbia proseguito diritto, guadagnando un vantaggio considerevole. Alla fine viene squalificato. Vince Enzo Corlaita.

Una delle numerose amanti di Giacomo Puccini, la baronessa Von Stengel (1886-1926).

Una delle numerose amanti di Giacomo Puccini, la baronessa Von Stengel (1886-1926).

Chiudiamo il mese con un po’ d’amore. Giacomo Puccini continua la sua storia d’amore con Josephine Von Stengel, baronessa tedesca, trentaduenne, divorziata e madre di due bambine. In marzo Josephine gli scrive una lettera appassionata. “Adoro te in tutto. Adoro l’arte tua, la musica tua, il tuo grande sapere in tutto e amo sopra tutto – malgrado tu non mostri come sei grande – la tua modestia e la semplicità d’ogni cosa tua! Sei adorabile davvero! (…) Come ero felice quel giorno a Viareggio, quando venisti al bosco per cenare con me, alla lampada rossa! Come mi faceva piacere e come godevo nel preparare la tavola per te! E poi a casa tua, io mi sentivo a casa mia! Che belle, indimenticabili ore!” Puccini è meno focoso. La vecchiaia incombente e un declino lo legano sempre più alla sua ansiosa gelosa e meno impegnativa e protettiva legittima consorte. La loro storia durerà fino al 1917.

 

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