È solo il vento

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Molto probabilmente penserete che quanto dirò non è altro che un inutile ed estremo tentativo di difesa. Un modo per dimostrarvi che sono un uomo normale, vittima di un evento inspiegabile e terrificante. Ma, che ci crediate o meno, questa è l’unica verità che posso darvi, non saprei inventarne un’altra. E per farvi credere alla bontà delle mie ragioni devo cominciare il mio racconto dalla mia infanzia, perché il mio tormento mi ha accompagnato fin dalla nascita e a questo punto sono propenso a credere che mi accompagnerà fino alla fine dei miei giorni.

Dovete sapere che la casa in cui sono stato ritrovato è la stessa, nonché l’unica, in cui ho sempre abitato. L’ho ereditata dai miei genitori quando questi passarono a miglior vita, ad inspiegabile distanza di cinque giorni, infarto per mio padre e infarto per mia madre. A questa casa sono legati quindi i miei ricordi, il mio presente e (spero) il mio futuro.

Non è una gran casa devo ammetterlo e negli anni non ho mai cercato di migliorarne l’aspetto, nonostante le insistenze di mia moglie. Mi è sempre stata bene così com’era: una piccola villetta su due piani, un salone e la cucina al piano terra, due stanze da letto con un bagno al piano superiore, un arredamento austero e quasi spartano.

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A Wellington la velocità media del vento è di 29 km orari. Il vento soffia anche per 230 giorni l’anno.

Nonostante qualche cambiamento necessario la casa è dunque tutt’ora identica a come lo misero su i miei genitori. Mia madre in particolare l’aveva sempre amata perché c’era una scala interna proprio come quella che vedeva nelle sue soap-opera preferite, mio padre invece era stato ben felice di stabilire la sua dimora in quella villetta isolata immersa nella natura. Per queste ragioni non diede mai loro fastidio la caratteristica peculiare del posto: il vento. Non era lo stesso per me invece e da che mi ricordi ho sempre avuto difficoltà a conviverci.

Un vento imperioso e costante, che si fa intenso nelle ore più buie della notte, che trascina oggetti e detriti, disponendoli in modo tale da lasciare uno spettacolo di ambigua devastazione al risveglio la mattina. Ma non è per questo che divenne il mio cruccio, piuttosto sono sempre stati i suoni raccapriccianti che portava con sé a tormentarmi. A questo proposito vi racconterò uno dei tanti episodi che mi accaddero per spiegarmi meglio.

Era la notte del mio nono compleanno. Per tutto il giorno avevo giocato con i miei compagni invitati alla mia festa, scartando regali e ricevendo baci e auguri di continuo. Arrivai alla notte esausto, ma felice. Ma questo stato d’animo non durò a lungo. Ben presto si alzò il vento e cominciò una notte di incubi. Lo sentii dapprima fischiare fra le fessure della finestra, un fischio acuto e intenso, come a voler richiamare la mia attenzione. Poi cominciarono rumori di porte sbattute, di bottiglie rotolanti per la strada. Mi raggomitolai nelle coperte ma i rumori aumentarono di intensità. Uno stato di infantile paura mi attanagliò, cercai di resistere ma la paura diventò ben presto terrore quando mi sembrò di udire delle urla spaventose. Sudando freddo trattenni il respiro per capire se fosse stato il vento ad ingannarmi. E per attimi interminabili non le risentii. Così mi assopii ma mi destai nuovamente: il vento era aumentato d’intensità e di nuovo sentii quelle urla.

Mi sembrò di impazzire dalla paura, mi feci addosso e pensai che fuori stessero scannando qualcuno. Ma ben presto i rumori si fecero ancora più assordanti e ritenni che provenivano dall’interno di casa mia. Folle di terrore non resistetti più e corsi fuori dalla stanza urlando come un ossesso. Svegliati di soprassalto i miei me ne chiesero il motivo e balbettando lo dissi loro. Mio padre allora scese di sotto, controllò ma niente, non c’era niente e nessuno. «È solo il vento» mi rassicurò mia madre stringendomi al petto.

Nei giorni che seguirono sentii ancora urla spaventose, terrificanti richiami, risate isteriche e alle volte filastrocche terrificanti, ma i miei genitori non facevano che ripetermi la stessa frase ogni qualvolta li svegliavo di soprassalto.

Raffica di vento di Lucien Lévy Dhurmer (1865-1953).

Raffica di vento di Lucien Lévy Dhurmer (1865-1953).

Gli anni passarono ma non per questo si attenuò la mia paura ogni volta che il vento cominciava a fischiare terribili melodie. L’unica cosa che mutò fu l’atteggiamento dei miei: anziché tranquillizzarmi mio padre cominciò a darmele di santa ragione urlandomi in faccia la solita frase: «È solo il vento». E così cominciai a tenere per me le mie paure, sotterrando la testa nel cuscino e sperando in cuor mio che effettivamente mi sbagliassi, che fosse solo la mia paura a farmi sentire quegli assurdi rumori.

Fu così che imparai a scacciare la paura e a non far più caso al rumore del vento. Acquisì una straordinaria capacità di annullare il mio udito la notte, di non sentire più alcun rumore. E vissi la mia vita in apparente tranquillità: nella mia lotta con il vento sentivo di esserne uscito vincitore, nonostante alle volte al solo pensiero delle notti vissute tremassi di paura.

Qualche tempo dopo che morirono i miei mi sposai. Non dissi a mia moglie niente del mio tormento e tenni tutto dentro di me. Vissi anni felici, il vento fischiava ed io non ne avevo paura. Ma mi ero illuso.

Il giorno di San Valentino dell’anno scorso non lo trascorsi come tutti gli innamorati. Per un futile motivo che non ricordo litigai con mia moglie e decisi così di trascorrere la notte sul divano al piano di sotto. Quel giorno il vento imperversò più furioso che mai, soffiò talmente forte che la mia resistenza fu messa a dura prova. In alcuni momenti della notte mi giunsero ancora all’orecchio quelle urla strazianti. Lottai con tutto me stesso per non farmi vincere dalla paura e alla fine ne uscii nuovamente vincitore: non sentii più niente. Soddisfatto e nuovamente calmo mi addormentai.

Mi svegliai la mattina di buon’ora. Mi sentivo stanco ma entusiasta della forza di volontà dimostrata durante la notte. Cos’era dunque per un uomo come me affrontare sua moglie dopo una stupida lite? Salii le scale ben deciso a far valere le mie ragioni. Ma non lo potei fare.

Trovai mia moglie orrendamente mutilata, la stanza sottosopra, schizzi di sangue sulle pareti, e per poco non svenni. Alla vista di quel macabro spettacolo persi il senno, corsi ad abbracciare mia moglie, come se così facendo sarei riuscito a riportarla in vita. I convulsi attimi che seguirono li ricordo a tratti, il ricordo del sangue copre tutti gli altri. Era assurdo, chi poteva aver fatto una cosa simile? Non avevo sentito entrare nessuno, eppure dormendo dal salotto me ne sarei dovuto accorgere. Il coltello con cui era stata uccisa giaceva ancora accanto al suo corpo esanime, lo raccolsi meccanicamente, non so dire perché. Poi mi giunse sul viso una folata di vento e mi risuonò nelle orecchie la frase che mi dicevano i miei «È solo il vento».

Quando la polizia venne a prendermi non trovarono alcun segno di effrazione, né alcuna impronta che non fosse la mia o quella di mia moglie. E allora capii: mi ero illuso di averlo sconfitto e questa era la sua vendetta, il vento aveva avuto la meglio su di me.

Molto probabilmente non mi crederete ma non mi importa poi molto. Avevo bisogno di sfogarmi e, in quanto al resto, forse condannandomi mi libererete finalmente dal mio pesante fardello. Per cui, condannatemi pure.

Questa fu l’ultima arringa difensiva di Jordan Smith. Prove schiaccianti lo inchiodarono come l’unico possibile colpevole e la difesa non seppe trovare alcun elemento a suo favore. Da una perizia psichiatrica risultò perfettamente sano di mente e la possibilità che gli venisse concessa la seminfermità mentale gli fu preclusa. Il verdetto fu inevitabile: condanna a morte. L’11 marzo dello stesso anno fu giustiziato.
Da uomo razionale non ho mai creduto alle ragioni di quell’uomo, per quanto prima di allora non avesse mai commesso alcun reato. Ma da quel giorno, ogni volta che di notte sento il vento soffiare non posso fare a meno di sentire un brivido e sperare che le sue folate non portino alle mie orecchie terrificanti e ambigui rumori.

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Chi lo ha scritto

Marco Ruberto

Marco nasce a Basilea ma vive e lavora in Calabria. Ama leggere, viaggiare, deliziarsi dei momenti trascorsi in compagnia della sua famiglia, della sua ragazza e dei suoi amici. Adora il calcio e il rock, quelli puri. Ma soprattutto adora scrivere, mettere su carta i suoi sogni e i suoi pensieri. Non smette mai di osservare con curiosità tutto ciò che lo circonda con la consapevolezza che si trova sempre qualcosa di bello da guardare.

Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    È un racconto molto bello, semplice nella costruzione e che accompagna con semplicità la vita di un bambino che diventa uomo all’ ombra di un incubo. Il finale è aperto: ognuno può trarre le conclusioni che crede.
    Pertanto io traggo le conclusioni mie. Pazienza i genitori, ché han da fare i genitori, non altro, ma è accettabile il verdetto dei medici che, di fatto, hanno condannato a morte un uomo colpevole sì, ma quanto responsabile delle proprie azioni? Era un bimbo che cresceva udendo nel vento grida spaventevoli, che imparava poi a nascondere come poteva le voci che riempivano la sua testa da anni. Che riusciva persino, soffocandole volontariamente, a non udirle più, quelle voci.
    La strana morte improvvisa e ravvicinata dei due genitori, tuttavia non infrequente..
    L’uomo si ricostruisce una vita. Una notte litiga con la sposa. Nella solitudine, nel turbamento che seguono si riaffacciano le urla nel vento. Una donna ignara viene macellata. Un uomo sofferente viene accusato. Non gli importa di morire. Sa di non poter vivere così, con un vento che lo domina e vince con le sue orribili voci.
    La situazione della sua colpevolezza per me è indubbia. Ciò che non mi appare congruo è il verdetto degli psichiatri che non ammettono la malattia di quest’ uomo, così come aveva fatto, semplicisticamente, il padre che, involontariamente, lo aveva costretto a conviverci col male, ad ” autoguarirsi”, con ovvi esiti. Sì, forse tutto non quadra in questa vicenda fatta di quotidianità, semplicità, solitudine, sofferenza soffocata. Ma ancor meno mi convince l’ analisi degli psichiatri. In fondo l’ uomo si lamenta di disturbi terrificanti fin da piccolo. Può essere un ottimo mentitore, ma dichiara che morire è meglio piuttosto portarsi appresso il tomento di quell’ orribile vento. Perché non cercare di capire di più? È dichiarato sano di mente per convincimento che è un lucido calcolatore o perché c’ è sempre troppa fretta di consegnare un capro espiatorio?
    Io non credo alla piena colpevolezza di quest’ uomo. È stato Iui a massacrare la moglie, ma era un uomo malato da anni, e per lunghi anni egli stesso ha creduto di poter soffocare la follia che cresceva con lui.La voce della follia ha infine vinto, quando la vita sembrava essersi incanalata nella routine di un matrimonio. Capita invece che alle prime difficoltà proprio della vita matrimoniale, che richiede maggiori responsabilità e capacità di confronto, la malattia prenda il sopravvento e si scateni in tutta la sua portata. Non sono psichiatra. Ma non vorrei nemmeno esserlo, per tutto l’ oro del mondo: facile diagnosticare e somministrare antipsicotici, aggiungendo forse terapie fatte di parole che se ne vanno nel vento dell’ incapacità di capirsi, di capire, di vedere, di prevedere. Facile dire che non c’ è nulla di anormale. Mestiere oltremodo difficile e che forse non consente sonni lieti.

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