Se il dolore paralizza, si può uscire dal “loop”?

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Quando ci succede qualcosa di veramente brutto, qualcosa che ci fa paura, qualcosa che non ci saremmo mai aspettati, che piomba nella nostra vita all’improvviso con la forza di un uragano e che sfugge al nostro controllo, ci sentiamo paralizzati, rimaniamo disorientati, perdiamo i nostri riferimenti e le nostre sicurezze. E la nostra volontà, quella che sempre abbiamo pensato ci potrà sorreggere di fronte alle difficoltà, vacilla, ci abbandona, sembra venir inghiottita dagli eventi. 

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L’unico modo per uscirne è quello di riuscire, in qualche modo – e ognuno deve trovare il suo – a intravvedere nella situazione di palese difficoltà, un varco nella mente, una sorta di apertura, di luce che possa illuminare un nuovo punto di vista, uno squarcio nell’anima sofferente capace di regalare una nuova possibilità. Insperata ma reale. Tanto reale quanto autentica sarà la nostra fiducia nella sua realizzazione.

Si tratta di elaborare un sistema di uscita da un “loop” ovvero uno schema consolidato dentro di noi che si colloca al di sotto della nostra soglia di consapevolezza e che ci pilota nei nostri atteggiamenti, nei nostri impulsi e nei nostri sentimenti, costringendoci entro confini ben definiti dove si svolge la nostra vita emozionale ed è contenuta la nostra possibilità di movimento.

Per chi non ha mai sperimentato questa strategia, certamente questa ipotesi potrà sembrare bizzarra e di difficile realizzazione ma chi invece è avvezzo a farne uso, in modo spontaneo, ogni volta che ne ravvisa la necessità, senza il contributo della mente razionale, può testimoniare quanto questo strumento possa rivelarsi utile nel superamento dei momenti difficili della vita con cui, ognuno di noi, prima o poi, sarà costretto a confrontarsi. Certamente chi non l’ha mai sperimentato dovrà iniziare con una sorta di allenamento consapevole.

Il primo passo da fare, forse il più difficile, è quello dell’accettazione.

E accettare non significa subire! Ci sono eventi che si possono cambiare, alcuni che si possono combattere, altri che si possono trasformare. A volte dobbiamo ragionare, altre chiedere aiuto, in altre ancora, anche la rabbia, se ben gestita, può aiutare, ma ci sono situazioni in cui non abbiamo molta scelta: succede quando ci scontriamo con qualcosa che è più grande di noi, qualcosa contro cui noi non possiamo nulla. E’ li che l’accettazione può diventare un balsamo e nel contempo regalare una nuova possibilità.

Non si tratta di soccombere né di subire ma di concedersi di “mollare le redini”, di lasciar andare, di acconsentire di farsi trasportare là, dove la corrente ci porterà, con la fiducia di arrivare proprio in quel posto dove è giusto approdare, dove potremo attingere nuove forze e una consapevolezza diversa e più piena che sarà in grado di sorreggerci e aiutarci a ri-diventare persona, capace di veicolare nel modo più sano le nostre energie e le nostre emozioni.

Potremo così ridisegnare lo schema allargando i suoi confini, creando un maggior spazio di movimento e una nuova possibilità di sperimentazione della vita, più gratificante, più ricca, più serena.

E’ meno difficile di quanto possa sembrare e ne vale veramente la pena provarci. La ricompensa sarà di altissimo valore e, con l’esperienza, si innescherà un processo automatico che si rinnoverà e si rinforzerà ogni volta che sarà messo in pratica.

Seminare la vita buona

Quando un dolore è riconosciuto e vissuto solo come un dolore, resterà tale per sempre, ingabbiato nella sua etichetta. Sarà un inutile spreco di energie, un terreno sterile su cui ci saremo fermati, spargendo preziosi attimi di vita che saranno inghiottiti nel nulla.

Se invece sapremo trasferire il dolore nei processi vitali allora potremo operare un’alchimia, una metamorfosi dell’esistenza, potremo porre nel terreno fertile i semi per la nostra crescita ed il nostro benessere futuro.

 

 

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Alfredo Pezzuti

    E’proprio vero,quello che hai scritto Daria.La mia drammatica esperienza mi ha portato a dover scegliere ,di rimanere fermo per il resto della mia esistenza,oppure di continuare a vivere applicando i consigli benefici di cui hai scritto.L’11/11/2002 ho perso il mio primogenito ,ucciso dal suocero senza alcuna ragione,appena sposato ed in attesa di un fliglio,che poi è nato dopo sei mesi dalla sua morte.Ho dovuto scegliere di vivere un’altra vita,poichè la vita di prima non ti apparteneva più.Raffaele aveva 30 anni era un artista che si stava affermando a Milano dove viveva .Avendo dovuto purtroppo, lasciare per desiderio dell’assassino il suo percorso artistico,ho pensato bene di continuarlo io al suo posto..Cosi dopo pochi mesi ho cominciato a portare in giro le foto delle sue opere in un book ,(come faceva lui, presso le gallerie d’arte) a persone competenti,raccontando la storia e chiedendo cosa si poteva fare di queste opere.Per sette lunghi anni mi è stato risposto:purtroppo c’è poco da fare poichè non c’è continuità,cioè l’artista non esiste più.Ma nel 2009 ho avuto ragione ed ha avuto luogo la prima mostra alla biblioteca nazionale di Napoli,l’anno dopo all’accademia di belle arti di Napoli,tre anni fa ho iniziato un nuovo percorso con le istituzioni per un premio per giovani artisti a suo nome,quasi sicuramente sarà realizzato con una istallazione sotto un tunnel della metro di Napoli.In questi anni ho iniziato a leggere,ad ascoltare musica classica,ad amare il teatro,l’opera lirica ed infine ho cominciato a scrivere poesie in dialetto ed in italiano.Tutto questo non sarebbe stato possibile se io fossi rimasto fermo.Questo è quello che è accaduto a mia moglie,che dopo circa 13 anni,è ingrassata molto ed è sempre malata perchè pensa solo a suo figlio morto.Faccio presente che io non sono un artista,e nulla so fare ,neanche disegnare.ma amo incondizionatamente l’arte in tutte le sue forme,sento spesso questo grande bisogno.Amo la fotografia,la natura e la vita,non ho paura della morte,perchè l’ho già vissuta attraverso quella di mio figlio.Raffaele era nato 11/8/72,poichè nelle due date di nascita e di morte compaiono tre undici,ritengo con certezza che il numero undici è la via per la sua “continuità “che io rappresento,quella che dicevano mancasse a lui.Sono molto felice di aver letto questo articolo,vorrei se possibile mi rispondessi anche per e-mail .Per vedere le sue opere puoi andare su google e cliccare PEZZUTI RAFFAELE troverai anche la cronaca del triste evento un abbraccio affettuoso Alfredo Pezzuti

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    • Daria Cozzi

      Caro Alfredo, grazie!
      Grazie davvero per la tua profonda e vibrante testimonianza.
      La vita a volte ci impone prove durissime e ci mette davanti a sfide che mai avremmo voluto affrontare. Ma la vita non è un bosco incantato bensì una foresta piena di insidie e altrettanto piena di meravigliose opportunità. E’ un luogo dove ci si può perdere ma anche dove si può tracciare, con fatica, impegno e tanta buona volontà, un sentiero per andare avanti e per scoprire, dentro di noi, le straordinarie energie che custodiamo, senza saperlo, nella profondità del nostro cuore. Ed è nella difficoltà che siamo spronati ad attingere la forza e il coraggio per progredire, per creare e rinnovarci. Per diventare persone nuove e sperimentare mille vite ancora. Non c’è mai fine per chi ha speranza, per chi guarda al mondo con il disincanto di chi ha capito che nulla ci è dovuto ma tutto possiamo essere e avere.
      Grazie Alfredo per aver avuto il coraggio di continuare a credere nei sogni, tuoi e quelli di Raffaele. Lui c’è. C’è ancora!
      Un abbraccio pieno di bene a te che percorri una strada in salita lastricata di fiori che segnano la direzione da prendere!
      Daria

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