Nel mezzo del panin

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In qualunque aspetto della mia vita in ogni momento ho la consapevolezza di trovarmi sempre nel mezzo, e questo fatto mi dà gran soddisfazione.

Cioè io sono uno che sta meglio del barbone che cerca l’elemosina in strada ma peggio di quello che c’ha la bella villa, e se avessi la villetta starei meglio di quello che campa in affitto in quaranta metri quadri nel grigio condominio ma peggio di chi possiede decine di attici e superville sparse per il mondo e se fossi un barbone (solo per ipotesi eh, non sia mai, non scherziamo, eh!) starei in mezzo tra quello che sta in affitto e chi è costretto a spalare zolfo giorno e notte con un mitra puntato nella schiena.

Questa cosa di stare nel mezzo, di avere conoscenza dei livelli adiacenti, di poter continuamente definire la mia posizione mi dà sicurezza, avere davanti a me una prima meta a cui mirare bramosamente e dietro le spalle un primo baratro in cui evitare a tutti i costi di sprofondare mi fornisce continuo impulso a migliorare, a crescere, ad espandermi; il sapere di essere oggettivamente migliore di qualcuno mi fa stare bene e mi rilassa, così come la consapevolezza di non essere ancora arrivato al livello di qualcun altro mi mantiene umile ed attivo.
Ed il bello degli strati è che sono tanti quanti ne si vuole, per ogni ampiezza epsilon scelta di intervallo si può sempre trovare un delta tale che io sono comunque migliore di qualcuno.

Io e Tizio siamo apparentemente simili?
Abbiamo entrambi la macchinina, il maglioncino a “V”, lo smartphone grosso? Andiamo a vedere le marche!
Abbiamo il figlio alla scuola privata? Andiamo a vedere in quale scuola!
Abbiamo entrambi un lavoro stabile? Andiamo a vedere la busta paga, le conoscenze tra i colleghi che contano, il livello di confidenza coi capi!
Come i nobili di un tempo che, incontrandosi in senso opposto sul lato giusto della strada fermavano i cavalli e sciorinavano titoli nobiliari ed antenati illustri per stabilire a chi spettasse il passaggio sulla destra, così io ad ogni occasione prendo le misure, ristabilisco il mio livello, sistemo le gerarchie, abbassando umilmente la testa e guardando con sana invidia chi ce l’ha fatta, chi è arrivato più di me, chi per questo merita rispetto, ma pretendendo che sia fatto ugualmente verso di me da parte di chi, dopo oggettiva analisi, risultasse essermi inferiore.
È questione di posizione sociale, guadagno mensile, conoscenze che servono, roba che si può ostentare, aspetto fisico, cose belle che ci si può permette di fare, persone che ci si può arrogare di possedere o tenere in scacco.
Tutto il resto è fuffa, invidia sociale, rabbiosa insoddisfazione, triste rassegnazione, assurdo e disperato spiritualismo da santoni, guru e poveri bigotti, oppure pretenzioso intellettualismo da giovani sfigati e vecchi parrucconi con la testa nelle nuvole e la puzza sotto il naso.

Questo sono io, eccomi, guardatemi, sono lì, nel mezzo del grande e vasto panino che è il mondo, al di fuori del quale non esiste null’altro.

paninazzo

Nel mezzo del panin di nostra vita

Sono il mezzo granello di pepe della fettina di salame paesano, la viscida acciughina sottolio, la sottilissima rondella di pistacchio della mortazza, il buco deforme della fetta di formaggio giallognolo senza nome, la frangia dell’unta stria di grasso del pezzetto di pancetta.
Me ne sto qui, al mio posto, stretto stretto, fastidiosamente appiccicato a robe simili che mi separano da altre robe diverse, asfitticamente pressato, perso nel mucchio e con la vista totalmente preclusa, ma sempre ben conscio degli strati, di ciò che sta sopra e di cosa sta sotto.

Perché è così che vanno le cose a questo mondo, e se non l’hai capito devi svegliarti!
E per questo, ammettilo, sei inferiore.

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