L’ascolto del silenzio

1
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Rumore d’onde

che vanno e vengono

così lontano da casa.

(Santoka 1882-1940)

Alla fine, per andare avanti, abbiamo bisogno di quelle tre o quattro cose. Gli affetti, la salute, il lavoro. Lavoro a Radio3. Sono fortunata. E oggi, cullata dal “rumore d’onde” di Santoka, il mio amatissimo monaco zen, mi vorrei soffermare su onde radio, messa in onda e ascolto di un programma radiofonico.

Ma vorrei riflettere sull’ascolto non in termini di share, di conteggio di individui a cui fornire un prodotto, di target da invogliare. Proprio l’ascolto, quella disposizione d’animo, quella meravigliosa condizione di vigile apertura verso l’altro che la radio affina e tiene in esercizio.

Un'immagine di uno studio di Radio3 durante una puntata di "Fahrenheit"

Un’immagine di uno studio di Radio3 durante una puntata di “Fahrenheit”

Ai miei inizi, quando ero una giovane ultima ruota del carro, mi avevano messo all’ascolto di vecchie bobine. Dovevo richiederle presso la nastroteca, portarle in uno studio (pesavano un po’), montarle sulla macchina che ne permettesse anche il montaggio che si chiamava revox, facendo molta attenzione a non spaccare il nastro e, soprattutto, a non perderle lasciandole in giro. Il mio lavoro consisteva nell’ascolto di vecchie trasmissioni e prendere appunti veloci, nulla di più. Dovevo annotarmi il minuto e il secondo precisi del frammento di archivio che serviva per il programma a cui lavoravo allora. Mi sedevo davanti alla macchina, le bobine impilate per terra ai miei piedi, i resti di un panino nella sacca, con il tempo che passava veloce girando su se stesso come quei nastri.

Avevo tra le mani qualcosa di pulsante, sapete? Una forma tonda che giaceva nella sua scatola catalogata, scelta fra mille e che solo poco prima era insieme a centinaia, migliaia di altre. Ancora senza ascoltarla, la bobina, già mi diceva qualcosa. L’odore tipico della polvere accumulata sul nastro magnetico, un odore legnoso di negozio di antiquariato, che riconoscerei anche bendata. I cartigli contenuti internamente alla scatola, vecchie schede di programmazione datate e firmate che si sbriciolavano solo toccandole, vecchi nastri adesivi scollati e incollati negli anni, vecchie scritture, vecchie vidimazioni su timbri vecchi. Grafie anni quaranta precise, ordinate, omologate. Segni-fantasma di chi non c’è più ma che ancora dicono tanto (un archivista o un bibliotecario può capirmi benissimo).

Avvertimenti premurosi come “sfumabile al quindicesimo minuto”, oppure leziosi “commediola di carattere allegro”, o censori “messa in onda non adatta”. Registi che hanno fatto la storia della radio, tecnici in camice bianco, rumoristi. Professionisti seri, di poche battute, consapevoli del loro ruolo, responsabili anelli orgogliosi di far parte della lunga catena di un servizio pubblico.

E imparavo a sollevare il nastro con il dito mentre girava sul suo supporto, evidenziando visivamente, con un giro fuori posto, la zona di nastro utile per me, imparavo a unire due pezzi di nastro al punto esatto. Insomma, imparavo.

Una volta, siamo alla fine degli anni Ottanta e non ricordo cosa cercavo di preciso né per quale trasmissione lavorassi, mi capitò, nella pila delle bobine, anche una vecchia intervista a Primo Levi. Levi raccontava della sua esperienza nei campi, con la fermezza e sobrietà che tutti noi ormai conosciamo del suo modo di stare in pubblico. Serenamente, come se avesse senso questa parola con lui, raccontava quanto immaginerete raccontasse. Io ero lì, cuffie in testa, ma pensavo anche a che ora si era fatta, al cinema della sera, a cose così.

A un certo punto di quella intervista che continuava nelle mie orecchie, in un preciso momento che non dimenticherò mai, mi metto all’ascolto e “capisco” la radio. Ricostruisco per voi. A una domanda dell’intervistatore, Levi non risponde subito, c’è quello che in gergo si chiama “buco”, ovvero un silenzio un po’ troppo lungo. Poi si sente un cigolio, lievissimo, come di chi stia cambiando la posizione per mettersi più comodo sulla sedia. Ancora silenzio, sembra interminabile. Poi, ecco: la rotellina sfregata tra le dita dell’accendino, che immagino di plastica tipo i vecchi Bic. Subito dopo, è questione di secondi, l’aspirazione di quella che ora vedo come una sigaretta tra le labbra dello scrittore. Alla fine, un lungo respiro. Vedo ancora, il fumo che esce dalla sua bocca e che va esaurendosi con questo lungo, interminabile respiro di Levi al microfono, prima di rispondere alla domanda. Fine del buco sonoro. Levi risponde. Ed ecco a voi: la radio!
Sì. In quel buco sonoro, in quella microazione così significativa che ci inchioda, c’è la radio. Quella minuscola rotellina, quel fumo immaginato dentro uno studio radiofonico,
quell’intelligenza e sensibilità di chi ha lasciato tutto così senza tagliare nulla, senza avvicinare due lembi di nastro che avrebbero cancellato quella pausa fondamentale, fanno la radio.

Orecchio dell'autrice. [foto: Susanna Tartaro]

Orecchio dell’autrice.
[foto: Susanna Tartaro]

Parlare di silenzio per parlare di radio e di ascolto può sembrare strano, ma è un modo che mi aiuta a riflettere. E Radio3 contribuisce non solo a raccontare il mondo ma anche ad ascoltarlo. Nel suo rumore e nei suoi silenzi. In una strana e virtuosa empatia – che non finisce mai di stupirmi – fra chi fa la radio e chi la ascolta. Dove è possibile un confronto sulle cose, civile e competente se non in quell’universo della radio che faccio? E dove chi ascolta assomiglia, e spesso supera o mette in crisi o stimola, chi realizza un programma? E in quale posto il confronto è concreto, sommesso e costruttivo? Un’empatia che capita sempre quando incontro qualcuno che ascolta Radio3 e che mi sembra di conoscere e che mi conosca. Ecco perché sono fortunata.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Cosa ne è stato scritto

  1. Salvatore Augusto Tonti

    Nella sera sospesa e senza voce
    ascolto me stesso
    muto interrogare il silenzio

    Rispondi