L’anno prima della guerra. Febbraio 1915

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Cosa accadeva cento anni fa in Italia? Per capire un anno decisivo della storia italiana, l’Undici racconta gli avvenimenti dell’anno prima della guerra. Ogni mese, dall’aprile 1914 al maggio 1915, politica, arte, cultura, sport, cronaca. La guerra infuria in Europa. L’Italia è dichiarata neutrale ma Salandra e Sonnino cercano di capire cosa possiamo ottenere da Austria e Germania per mantenere la neutralità oppure dall’Intesa per intervenire. Le trattative sono segretissime. La Camera e il popolo italiano non devono sapere nulla delle trame diplomatiche. Possono morire per la patria ma non sapere perché. Gli interventisti fanno campagna per la guerra, i nazionalisti per la grandezza d’Italia, i democratici per distruggere il militarismo. I socialisti sono all’opposizione. Mussolini rompe con il PSI e passa al campo interventista, fondando un nuovo giornale “Il Popolo d’Italia – quotidiano socialista”. Almeno per ora.

Guerra in terra, in aria, sotto il mare.

Nessuno può chiamarsi fuori dalla guerra. Anche i civili devono dare il loro contributo di dolore. La marina britannica impone il blocco navale per affamare i tedeschi, mentre la Germania scatena un’indiscriminata guerra sottomarina per bloccare i rifornimenti alle isole britanniche. In una giornata gli U-boot di Guglielmo II affondano cinque mercantili inglesi. Led Zeppellin e aerei solcano gli orizzonti, ma spetta alla fanteria l’orribile compito di districarsi tra i campi minati e i reticolati per raggiungere le trincee. Il fronte occidentale è statico, mentre in quello orientale i tedeschi passano all’offensiva nel pieno di una tempesta di neve il 7 febbraio. Avanzano di quasi cento chilometri in una settimana senza però distruggere la capacità di resistenza dei russi. Francesi e inglesi si preparano a forzare i Dardanelli, attraverso il quale potrebbero stabilire un collegamento diretto con la Russia ed infliggere un colpo strategico decisivo agli Imperi centrali. I bombardamenti navali iniziati il 17 febbraio distruggono i forti di accesso agli stretti turchi, permettendo lo sbarco a gruppi di marines inglesi ma il brutto tempo impedisce grandi progressi. L’Italia invece continua ad essere duramente impegnata in Libia. Le notizie che filtrano sui giornali sono preoccupanti. Il nuovo governatore della Tripolitania, generale Tassoni, deve dare l’ordine alle basi interne di ripiegare verso la costa. Le colonne italiane sono esposte a durissimi attacchi da parte dei ribelli. Nel mese di febbraio l’aeronautica militare diventa una vera e propria arma, distinta da tutte le altre.

Chiacchiere e manovre politiche.

L'attacco alla colonna Gianinazzi nel febbraio 1915 presso Bungeim.

L’attacco alla colonna Gianinazzi nel febbraio 1915 presso Bungeim. Dalla Domenica del Corriere.

A metà dicembre 1914 il governo aveva avviato trattative segrete con Vienna per ottenere i “compensi” previsti dal Trattato della Triplice Alleanza. In pratica, se l’Austria si espandeva nei Balcani, l’Italia aveva diritto di reclamare alcuni territori. I tedeschi premono sugli alleati austriaci affinché si dimostrino concilianti. A metà febbraio l’Italia non ha ancora ottenuto una risposta positiva. Il governo tace e in questa atmosfera di silenzio, trionfano le chiacchiere. Qualche notizia filtra sui giornali, astutamente manipolati dai governi per cercare di mettere pressione sugli altri con il gioco dell’oltraggio all’opinione pubblica.

Per cui, quando il 2 febbraio il giornale di Roma “La Tribuna” pubblica una lettera scritta da Giolitti al deputato Camillo Peano, si scatena una tempesta di voci. Giolitti parla per sé o a nome di Salandra? Si tratta di un breve documento con cui Giolitti riafferma una visione realistica della politica estera. “Io considero la guerra non come una fortuna, ma come una disgrazia, la quale si deve affrontare solo quando sia necessario per l’onore e i grandi interessi del Paese” La guerra non si fa per aiutare gli altri popoli “non credo sia lecito portare il Paese alla guerra per un sentimentalismo verso gli altri popoli. Per sentimento, ognuno può gettare la propria vita, non quella del proprio Paese.” Ma allora, quando sarebbe lecito e necessario entrare in guerra? “Quando necessario, non esiterei ad affrontare la guerra e l’ho provato.” E poi la frase che tante critiche gli valsero dagli ambienti nazionalisti, “potrebbe essere e non apparirebbe improbabile che nelle attuali condizioni dell’Europa, parecchio possa ottenersi senza una guerra.” Cosa significhi questo parecchio Giolitti non lo dice ma è sufficiente per marchiarlo come un infame mercante dell’onore italico.

I giornali prendono posizione. Accanto al Corriere della Sera, interventista della prima ora, ci sono il Resto del Carlino e molti altri giornali liberali, mentre La Stampa, già vicina a Giolitti, si schiera apertamente con i neutralisti. La Stampa contesta la tesi che un’Italia neutrale resterebbe isolata nella futura Europa e sostiene che un paese giovane come l’Italia debba entrare nella guerra dei popoli, la più terribile della storia, solo per difendere i suoi interessi vitali. Un’Italia neutrale, con le forze intatte, potrebbe trovarsi in una posizione di maggiore forza rispetto agli altri stati spossati dalla guerra. Il 13 febbraio il Giornale d’Italia, organo vicinissimo a Sonnino e Salandra passa all’interventismo. A primavera ci sarà lo scontro finale e l’Italia non può restare indefinitiamente in questa situazione. “L’inerzia è la morte, l’azione è la vita.” Nessuno può sapere che questo redazionale cade in un momento chiave dell’azione politica di Salandra e Sonnino.

I negoziati.

Alla vigilia della ripresa dei lavori parlamentari il 18 febbraio in molti si rendono conto che le prossime settimane saranno decisive per l’Italia. Si moltiplicano i segnali di una possibile “irrevocabile decisione”. Un articolo della Neue Freie Press di Vienna dice che il progetto tedesco di convincere l’Austria a cedere territori all’Italia in cambio del non intervento è fallito. Pochi conoscono la realtà delle cose, meno di tutti il Parlamento.

Il paesaggio di Alessandria d'Egitto è la prima poesia di Giuseppe Ungaretti, pubblicata su Lacerba del 7 febbraio 1915. Ungaretti era nato ad Alessandria e da tempo era in corrispondenza con gli intellettuali fiorentini.

Il paesaggio di Alessandria d’Egitto è la prima poesia di Giuseppe Ungaretti, pubblicata su Lacerba del 7 febbraio 1915. Ungaretti era nato ad Alessandria e da tempo era in corrispondenza con gli intellettuali fiorentini.

Gli austriaci non intendono cedere alcun territorio, tantomeno prima che sia finita la guerra. I tedeschi sono più flessibili perché si rendono conto del pericolo di avere un altro nemico sul fianco sud. Il 12 febbraio il ministro degli esteri Sonnino scrive agli ambasciatori a Berlino e Vienna per interrompere le trattative e minacciare l’Austria di conseguenze gravi in caso di azione nei Balcani. Von Bulow va a trovare Sonnino che gli fa un quadro molto chiaro della situazione. La monarchia dei Savoia si regge solo sul nazionalismo italiano. Se non si dà soddisfazione al nazionalismo il paese rischia la rivoluzione. L’alternativa è la guerra per ottenere i giusti obiettivi nazionali. La neutralità non è più un’opzione. Con occhi odierni (ma anche con quelli dell’epoca) si tratta di un ragionamento da folli. Nessuno pensava ad una rivoluzione in Italia e i gruppi nazionalisti erano assolutamente minoritari, ma l’obiettivo del governo è di creare un alibi propagandistico per giustificare la futura entrata in guerra. Pochi giorni dopo, il 16 febbraio, Sonnino autorizza l’ambasciatore a Londra a riprendere formalmente contatti con l’Intesa. L’Italia non si accontenta; chiede agli inglesi Trentino, Trieste, Tirolo cisalpino, buona parte della Dalmazia con le isole, una porzione dell’Impero ottomano, un trattamento equo nella distribuzione delle colonie. Una politica imperialista che non tiene in alcun conto della situazione politica nei Balcani né del principio di nazionalità. Né del parere negativo di Cadorna sull’utilità militare della Dalmazia.

Tra l’altro, non va dimenticato che i trentini non hanno alcun interesse all’annessione all’Italia. Pochi mesi prima Alcide De Gasperi, deputato al parlamento asburgico per il Trentino, aveva dichiarato all’ambasciatore austriaco a Roma Von Macchio che se i trentini avessero potuto votare, avrebbero scelto al 90% di restare con l’Austria. Lo si vedrà chiaramente al momento dello scoppio della guerra. Su 60.000 trentini richiamati, solo in 700 fuggiranno per arruolarsi sotto il tricolore.

IL PAESAGGIO DI ALESSANDRIA D’EGITTO

La verdura estenuata dal sole.

Il bove bendato prosegue il suo giro

Accompagna il congegno tondo stridente.

Si ferma alle pause regolari.

L’acqua mesciuta si distende barcollante.

Si risotterra durante il viaggio.

Le gocciole attimo di gioia trattenuto

brillano sulla verdura rasserenata.

Il fellà è accoccolato nell’antro

del sicomoro ritto sulle proboscidi

che escono di terra come vermi mostruosi

col moto uguale di anelli in su e giù

stese verso terra come le braccia di Gesù.

Il fellà canta

gorgoglio di passione di piccione innamorato

nenia noiosa delizia

- Anatra vieni.

- E chi se ne frega.

- Al letto di seta colore di sfumature di poesia.

- E chi se ne frega.

- T’insegnerò la frescura di tramonto delle astuzie.

- E chi se ne frega.

- Lo possiedo duro grande e grosso.

- E chi se ne frega.

Il mio silenzio di vagabondo indolente.

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Pane duro e freddo

Sembra incredibile l’incompetenza del governo nazionale. La penuria di carbone e grano si fa sentire ovunque. Soffrono le industrie, si lamentano i proletari che vedono crescere il prezzo del loro  principale alimento. Il governo aveva rifiutato pochi mesi prima di acquistare il grano a 27 lire il quintale. Oggi costa 40 lire. Le importazioni di materiali ferrosi sono crollate. La crescita dei noli marittimi causati dal pericolo bellico, la mancanza di navi mercantili e il congestionamento del porto di Genova rendono difficili gli approvvigionamenti di carbone. Salandra e i suoi emanano nuovi palliativi. A partire dall’8 sono vietate quasi tutte le esportazioni di prodotti alimentari. Restano fuori solo quelli deperibili come frutta, burro, latte, che è difficile immagazzinare. Si fanno esperimenti nel panificio militare per produrre pane anche con altri cereali, mais e riso. I deputati vengono invitati ad una dimostrazione. Il pane è ottimo, dichiarano.

Il maltempo colpisce l’Italia in ogni regione. E’ inverno e a quell’epoca non si parlava di “emergenza freddo”. E faceva davvero freddo. La neve abbondante che cade sulle Alpi era pericolosa come oggi. La notte del 12 febbraio una valanga si abbatte su un villaggio temporaneo di operai a San Dalmazzo di Tenda, in provincia di Cuneo. Centinaia di persone e di soldati spalano la neve in cerca di superstiti. I morti sono decine. Tra gli operai c’è Alfredo Ransi, l’unico sopravvissuto della sua famiglia al terremoto di Avezzano. Emigrato al nord in cerca di lavoro, la sua vita si spezza sotto un cumulo di neve. Negli stessi giorni Roma viene allagata da una forte piena del Tevere che esonda nel quartiere Prati, nel Borgo Vaticano (dove oggi c’è Viale della Conciliazione) e nel Testaccio.

Lo sport

Gli sport invernali dominano il cartellone con i campionati di sci a Courmayer. Ma l’attrazione del pubblico è sicuramente dal campionato di calcio giunto nel nord Italia alla fase decisiva. Nella quarta giornata dei giorni semifinali il Torino strapazza il Pro Vercelli per 3-0 davanti a ben 4.000 spettatori, mentre il Genoa detronizza i campioni del Casale con un secco 3-0. A fine mese, con una sola giornata rimasta, a meno di clamorose sorprese, sono ormai qualificati Genoa, Milan, Torino ed Inter.

La riapertura del parlamento

Dopo quasi due mesi di vacanza, il 18 riapre la Camera dei deputati. Gli interventisti si concentrano in Piazza Montecitorio per accogliere degnamente i deputati ma vengono rapidamente dispersei da carabinieri, polizia e bersaglieri. Marinetti, che proprio in quei giorni stava completando insieme a Bruno Settimelli e Bruno Corra il “Manifesto del teatro sintetico futurista” (qualunque cosa esso sia), viene arrestato e poi rilasciato subito dopo. La polizia ha l’ordine di reprimere qualsiasi manifestazione pro guerra o favore alla neutralità. La seduta a Montecitorio inizia alle due di pomeriggio, e trascorre a ricordare i morti del terremoto marsicano, i parlamentari defunti negli ultimi due mesi e i caduti della legione garibaldina in Francia. Si passa poi alla conversione dei decreti legge che si erano ammucchiati a prendere polvere. Il governo risponde a qualche interrogazione minore. Si nota una differenza di tono rispetto a dicembre. Generale contegno, riservatezza, meno patriottismo esibito. Il governo ha blindato i lavori. Il giorno dopo, quando socialisti e repubblicani tentano di forzare la mano per discutere di politica estera, il governo si oppone col sostegno della sua maggioranza. Il socialista Marangoni chiede di discutere del bilancio del Ministero degli esteri ma la proposta è respinta. Chiesa, per il gruppo repubblicano, presenta una mozione chiedendo al governo di informare il parlamento di cosa intende fare di fronte alla guerra. Salandra si oppone, affermando che se la mozione non verrà ritirata, la risposta arriverà comunque fra molto tempo.

Una discesa del genoano Berardo II.

Una discesa del genoano Berardo II.

Gli interventisti non smettono di farsi sentire. Il leader degli esagitati debitori, D’Annunzio, fa un discorso al banchetto interventista organizzato dalla “Revue Hebdomadaire” di Parigi ma in quei giorni lo assillano di più i suoi problemi finanziari. Il vate continua a spendere molto di più di quello che riceve dal direttore del Corrierone Luigi Albertini, da Treves e dal gruppo americano Hearst. I rivoluzionari cercano di provocare un casus belli con l’Austria. Corridoni, Mussolini e altri si agitano, in un denso sottobosco di diplomatici, contatti segreti, di cui l’Ambasciata austriaca e Salandra sono bene al corrente.

Domenica 21 viene indetta una “giornata di propaganda socialista”. Si svolgono delle manifestazioni in tutto il paese contro la guerra che attirano una folle numerosa, nettamente maggioritaria rispetto alle opposte dimostrazioni a favore della guerra. Gli interventisti attaccano sistematicamente le manifestazioni neutraliste. Alla Casa del popolo di Roma, presente il segretario socialista Lazzari, le due fazioni vengono alle mani. Si scatena una feroce battaglia a forza di sedie in testa e pugni. Sono quarantacinque minuti di guerra che lasciano 15 feriti. Contemporaneamente Corradini arringa un comizio nazionalista al teatro Cines in via Nazionale. All’uscita, trovano i gruppi interventisti provenienti dalla casa del popolo decisi a provare caos. La truppa innesta le baionette e per un momento si teme un bagno di sangue. Incidenti anche a Milano con venti feriti ma le manifestazioni neutraliste sono nettamente più affollate di quelle nazionaliste. A Firenze il comizio di Rocco raccoglie un 300 persone, una minoranza rispetto ai 1400 presenti nel campo socialista. Anche qui scontri con una decina di arresti. Stesse scene a Venezia, Ancora, Catania, Napoli.

Manifesto del teatro sintetico futurista.

Manifesto del teatro sintetico futurista.

Le manifestazioni proseguono nei giorni seguenti. Gli incidenti più gravi avvengono il 25 a Reggio Emilia, una delle capitali del socialismo. Cesare Battisti va a chiedere la guerra per le terre irredente proprio nel cuore del neutralismo socialista. La tensione monta in città già dalla mattina. Studenti interventisti ed operai neutralisti sono pronti a darsele. Le autorità impongono il numero chiuso a teatro dove si terrà il discorso: si entra solo per invito e a pagamento. Il popolo resta fuori dall’edificio. Nella serata avvengono i primi duri scontri davanti al teatro, poi qualcuno estrae le armi. I colpi di fucili seminano il panico. Due ragazzi restano uccisi e moltissimi sono i feriti. I socialisti proclamano lo sciopero e il lutto proletario. Come reazione, il 26 il Consiglio dei Ministri dà ai prefetti la facoltà di vietare i comizi, anche privati, pericolosi per l’ordine pubblico. Inutili le proteste dei parlamentari socialisti. Su questo punto Salandra non esita a chiedere il voto di fiducia che gli viene accordato a grande maggioranza (314 a 44). Se qualcuno voleva usare la piazza per imporre leggi restrittive, c’è riuscito in pieno. Protestano anche i nazionalisti.

Salandra in Senato.

Salandra in Senato.

Qualche giorno dopo Battisti è a Napoli. Matilde Serao gli riserva parole di “rara perfidia” affermando che il discorso di Battisti cade nell’indifferenza generale, e non riesce a smuovere il pubblico, tranne “una diecina di studenti imberbi, riformati per deficienza toracica alla visita di leva”. Battisti viene definito “di nessuna autorità politica e morale, irresponsabile commesso viaggiatore della più losca idea guerrafondaia, che va facendo, della sua relativa italianità, insana e funestissima speculazione.”

Un altro animo infuocato, il futuro duce, tra un veemente articolo interventista e qualche amorazzo fugace, schiaffeggia l’avvocato Merlino nel corso di un processo per diffamazione. Merlino aveva accusato Mussolini sull’Avanti! di incitare i nazionalisti senza farsi mai vedere. Come si usava allora tra gentiluomini, il 25 mattina i due sono pronti a sfidarsi a duello. La polizia, che li tiene entrambi d’occhio, glielo impedisce. I due riescono a scontrarsi a mezzogiorno a suon di sciabolate. Tre assalti, conclusi con una ferita al braccio destro per entrambi. I padrini, sentiti i medici, decidono la conclusione dello contro. La questione si conclude con la riconciliazione tra i due.

 

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Anselmo

    Tutto si apprezza di questa cronaca a puntate, in diretta dal secolo scorso, davvero bellissima. Se non sbaglio, l’episodio del duello Merino-Mussolini è ripresa anche in “Vincere!” di Bellocchio

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    • Max Keefe

      Ciao Anselmo e grazie! La storia del duello l’ho presa dalle cronache del tempo. Ti fa pensare che certi figuri della politica starebbero più attenti se rischiassero una sfida alla spada dietro Montecitorio.

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  2. Valerio

    Ho apprezzato in particolare il riferimento al tiepido entusiasmo della maggioranza dei trentini per l’ipotesi dell’annessione all’Italia. Non se ne può più della retorica patriottarda con cui ci hanno allevati a scuola e che ha fatto passare quella brutale conquista militare come “l’eroico coronamento della Quarta Guerra di Indipendenza” (figuriamoci!)

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    • Max Keefe

      Probabilmente per i trentini del 1914 far parte di una monarchia autoritaria e decrepita che però che faceva parte del cuore della civiltà europea era più appetibile che farsi annettere da uno staterello retto da personaggi da baraccone come Vittorio Emanuele e Salandra. Ma alla fine, di fronte alla disintegrazione dell’impero asburgico, non c’era altra possibilità. Da chiedersi, semmai, se avesse senso annettersi l’Alto Adige, popolato in maggioranza da tedeschi.

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