La polvere di argilla. Porto Alegre

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Campo CostanzaDalla nostra corrispondente nel Rio Grande do Sul.

Partita dalla mia nuova città brasiliana, nel cuore del Rio Grande del Sud, alla volta di Porto Alegre, per raggiungere i grattaceli lussuosi della bella capitale. Ai piedi, le immancabili e colorate ciabattine brasiliane, per contrastare il formalismo dell’incontro lavorativo con l’ente di turno che mi attendeva. Lungo il tragitto, guardando il parco alla mia destra, immaginavo la passeggiata che mi sarei concessa una volta lontana da noiose pratiche burocratiche, lasciandomi solleticare dall’erba appena tagliata. E così, all’ombra degli alberi, mi ritrovo a attraversare quella striscia verde fino a raggiungere la grande distesa di acqua che in lontananza si apre al mare.

Poi, dopo qualche metro, mi fermo. Un cortile, circondato da una vecchia rete arrugginita che tenta di proteggere un gruppo di case di un color celeste sbiadito dal tempo e dalla dimenticanza. Alla destra di quel mare e in fondo, lontanissimi e imponenti, i palazzi del benessere e della salvezza da cui provenivo, che dal basso si elevano maestosi e fieri. Un’immagine, che se immortalata con una foto, sarebbe stata una bellissima cartolina, con la solita frase leggera “Un caro saluto da Porto Alegre. Baci”.

E convinta che possa essere davvero una bella cartolina, mi spingo un pochino oltre quello che appare a uno sguardo rapido di passaggio. E non posso non farlo, in ragione di ciò che mi ha spinto a trasferirmi in questo posto, infinitamente distante dal mio luogo originario: la passione per i miei studi e per il mio lavoro, ora a servizio di una fondazione operante nel campo ambientale, e l’esigenza di credere nel sogno espresso da quel messaggio di accoglienza “Qui abbiamo un intero mondo da costruire”.

PA 2Esce un uomo da quelle mura celesti. T-shirt colorata, bermuda di jeans, i piedi in un infradito sportivo impolverati dal rosso dell’argilla metropolitana. Si guarda intorno, riconoscendo i simboli della sua normalità. E allora, se in quel momento sollevasse lo sguardo dal rosso della sua terra sino al cielo, scorgerebbe le somme cime di quelle misteriose costruzioni, restando piacevolmente incantato e divertito dal bagliore riflesso nei mille specchi delle loro facciate.

C’è una lunga strada che separa quei due mondi, che si estende oltre i sei chilometri segnalati dal cartello stradale affisso al palo. Oltre quei vetri, un’agitazione di persone, con tacchi alti e cravatte variopinte, tra cui quelle che si prefiggono l’arduo compito di proteggere un intero popolo, rappresentato dall’uomo e dalla sua polvere ai piedi. Paladine di una teorica giustizia, secondo un piano rigido di procedure e azioni, per fornire quel mondo nuovo, sognato e ambito, a vantaggio di chi poi. Una rivoluzione totale, di ambienti e scenari, di norme comportamentali, per restituire nelle mani di tutti un futuro migliore. Già. A questo punto la cartolina potrebbe diventare un manifesto elettorale di propaganda.

PA 6Immagino che quell’uomo, mentre resta con gli occhi rivolti lassù, possa provare a fantasticare su quello che gli specchi oscurano. E mi chiedo cosa possa pensare che accada dietro quegli specchi. Lui percorre le strade della città con il suo solito lento ritmo quotidiano, leggendo strani cartelli in giro e incontrando casualmente tanti visi gentili che gli sorridono, abbelliti da quei bellissimi tacchi alti e dalle camicie inamidate, in una nervosa concitazione. Così può comprende soltanto che all’interno di quei palazzi, dove risiedono i tanti visi gentili, ci sia lo stesso rapido movimento che, chissà perché e in che misura, lo coinvolge.

E allora, se gli fosse consentito di oltrepassare quel netto confine, potrebbe essere testimone di quanto avviene e porre anche domande:

“Mi sembra che qui si parla di me. Ho letto da qualche parte che l’ambiente dove vivo non è sano. E forse in parte è colpa mia. Mi sembra anche che devo entrare in grandi stanze, qui vicino ai vostri meravigliosi palazzi, e sentirvi parlare. Poi, in giro, qualcuno mi ha detto che non devo gettare la carta per terra, ma nei cestini che ci sono per la città. E di stare attento, perché la bottiglia di acqua non posso buttarla insieme a quello che resta del mio pranzo. Ma poi a volte non c’è spazio, e vedo bucce e bottiglie ovunque. Io voglio farlo, ma non so se faccio bene. Non so a chi chiedere. Se sbaglio, che succede? E devo avere paura di quello che sento? Rifiuti tossici, acqua contaminata, scarichi abusivi? Io vi ripeto quello che sento, ma non so neanche cosa sono queste cose. Vedo tanti visi cattivi. Non come i vostri. Capisco che sono bruttissime parole. Mi spiegate per favore? È colpa mia? Forse non dovevo buttare quelle bottiglie in quel cestino ieri. Mi dispiace. Poi, ieri un mio amico mi ha detto che un amico del suo collega, al lavoro, ha dovuto aprire un grande rubinetto. È uscita tantissima acqua nera che è arrivata fino al fiume. Lui lo ha fatto, al lavoro si fa quello che il capo ti chiede. Ma perché era nera? L’acqua di casa non è nera. Solo una cosa. Il fiume dove vado con i bambini a volte è più nero del mare che vedo in televisione. Posso sapere perché? L’amico del mio amico ha aperto tante volte quel rubinetto grande?”Grattacielo 8

Forse crede che quei visi gli rispondano “Non si preoccupi, stiamo lavorando perché il fiume non sia più nero. E perché quelle parole bruttissime siano sostituite da altre bellissime”. “Grazie, che bello. Scusate, forse ho lasciato un po’ di polvere rossa sul vostro pavimento luccicoso.”

Bello, forse sarebbe così. E allora, seppure ogni cosa rimanga oscurata dalla luce riflessa degli specchi, il ricordo di quel viso gentile potrebbe rassicurarlo.

Pensa che prima di ritornare alla sua terra, qualcuno lo rimproveri. E lui lo accetterebbe, del resto lui non sa. Lui non capisce se sbaglia o se è nel giusto. Anche lui vuole un mondo migliore. “Ma migliore perché?”. Per lui quel mondo migliore cosa mai può rappresentare? Forse si vede entrare in quei palazzi, anche lui con una bellissima cravatta variopinta. E diventando uno di loro magari avrebbe la possibilità di rallegrare la sua casa nascondendo con tinte accese quel celeste sbiadito.

E smette di fantasticare. Si fida poco dei suoi sogni. “Mi darà un mondo nuovo, i miei bambini nuoteranno nel mare pulito. Si vedrebbero anche i pesciolini che nuotano. E poi? Al di là di questo? Perché la mia vita potrebbe essere migliore?”

Pensa “meglio aspettare”. Forse crede che qualcuno verrà a chiamarlo per accompagnarlo in quei castelli di vetro. E avrà il tempo per togliere la polvere dalle sue ciabatte sportive e non lasciare così tracce all’interno. Allora corre. Lì accanto al suo cortile arrugginito c’è un campetto di calcio. Pali distanziati alle due estremità, senza rete. Ma i campi per lui non hanno la rete, quelli a un passo dalla laguna, con la terra rossa come la sua polvere e marcata dalle orme dei piedi nudi.

PA 11Torna a casa. L’ha lasciata aperta. Accende la TV. Appare un viso gentile stavolta, come quello immaginato e come i tanti sconosciuti che incontra nella sua città. Ma si parla di complotto e corruzione e di quel fiume che è diventato ancora più nero. Guarda il suo mare, mentre ascolta che è contaminato, con effetti irreparabili. A quei termini dal suono violento e misterioso si susseguono immagini. E le immagini, come i disegni di chiunque, rappresentano un linguaggio universalmente valido e riconoscibile.

Forse la sua fantasia ha osato eccessivamente. Allora esce di nuovo, e alza ancora gli occhi al cielo. “Mi sono sbagliato. E allora perché quei visi sono gentili? Perché mi sorridono?” Da quel cortile il suo sguardo si estende lungo la linea orizzontale del mare, mentre il gentile signore con la sua cravatta stretta al collo ha quell’espressione sorridente proprio perché può sollevarsi da quel mare, scrutandolo a distanza per dominarlo. Lo teme, essendo consapevole della sua pericolosità molto più di chi lo ha e lo ha sempre avuto lì ad un passo. Lui ora ha paura. Sa che quel palazzo ha il potere di schiacciarlo, distruggere la sua casa, la sua vecchia tv e quella rete arrugginita di protezione.

Decide così di restare lì nei dintorni. Rincuorato da quel campetto rosso e dai pali senza rete.

PA 13Così, da quella distanza, non può comprendere che tra il complesso gioco di specchi c’è chi, proprio come me, purtroppo confuso nella crudeltà di quelle immagini, vuole costruire davvero quel mondo nuovo, e migliore per lui. E io, per quello che sono, che ho scelto di essere e che mi muovo dentro quegli specchi, in quel momento ripenso al mio messaggio di benvenuto. E sono felice per aver scelto di indossare le ciabatte brasiliane. Sentendo l’erba solleticante sono arrivata accanto a quella casa celeste, guardando i miei piedi tingersi del rosso della sua argilla. Si è girato quell’uomo, e senza alzare lo sguardo, con i suoi occhi colmi di vita vera, mi ha sorriso. E se lo avessi preso per mano, gli avrei raccontato della sincerità che può esserci lassù. E allora lui forse si sarebbe fidato.

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Chi lo ha scritto

Costanza

In costante evoluzione. Spirito nomade, animo irrequieto,  in movimento lungo un percorso di partenze e arrivi, soste temporanee e amori folli, come il Brasile, incantatore, magico, incoerente e indimenticabile. Curiosa come  Amelie  nel suo mondo favoloso, alla ricerca di quella bellezza “che può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune". E mi diletto in cucina, chissà se con i risultati attesi, perché in fin dei conti non si può essere soltanto ingegneri.

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