Incontri ravvicinati con la Storia. Oriana Fallaci, una donna nel mito

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Mi ritrovo a leggere attentamente, gli occhi fissi sullo schermo. Notizie d’altri tempi e immagini sgranate scorrono freneticamente sotto il mio occhio vigile. Non riesco a smettere: è come se non riuscissi a porre freno all’insaziabile curiosità che mi pervade, come se non riuscissi a fare a meno di quella voglia di scoperta, di scavare a fondo, di trovare il bandolo della matassa, un fil rouge rivelatore.
Scrivo con fervore. All’esterno, apparentemente impassibile, il mio volto non lascia trasparire emozione; dentro, un turbinio di pensieri e riflessioni che vanno e vengono al ritmo di una marea irrequieta. Sono talmente concentrata da non accorgermi del tempo che passa, del parlottare confuso che mi circonda, delle presenze che popolano l’ambiente in cui siedo, dei suoni e dei rumori della vita che mi attornia ma non mi stuzzica. In tutto questo, sento soltanto il picchiettio incessante delle mie dita sulla tastiera che digitano e cercano febbrilmente di dare un senso a queste sensazioni, compiute e digerite.
E mi concentro di nuovo su quelle parole taglienti, nette, sardoniche, sarcastiche e sprezzanti, eppure anche così vere, obiettive e encomiabili, così esposte e chiare, così oneste e limpide. Così perfettamente scelte e ponderate. E sorrido. Un risolino appena accennato, consapevole e con un suo preciso perché.

Vi siete mai trovati nella condizione di riconoscere la grandezza di un essere umano, uomo o donna che fosse, e di compiacervi di una siffatta scoperta? Avete mai provato quella sensazione d’impotenza e di deferenza fugace quasi quanto quello sbrilluccichio nello sguardo dovuto a un lampo d’illuminazione e genialità? A me è capitato pochissime volte, eppure quelle volte le ricordo tutte, dalla prima all’ultima. Una di queste è stata quando ho conosciuto (letterariamente) Oriana Fallaci.

Questa è la storia di quell’incontro.

“L’Oriana”, luci e ombre di una vita da film

In occasione dell’anteprima cinematografica di “L’Oriana”, film-evento con la regia di Marco Turco alla scoperta della giornalista fiorentina, ho deciso di immergermi interamente nella storia di questa donna, scovandone i lati più inediti e fumosi, aspetti sorprendenti e sconosciuti che hanno lasciato in me l’impronta di emozioni non mie, il segno di cicatrici non facilmente rimarginabili, l’ombra di speranze e sogni infranti. Sento il peso di quella vita d’avventure e di rimpianti, mentre ne tratteggio i fatti salienti. Probabilmente si tratta dell’“effetto Oriana”. Empatia e osmosi.

orianaNel lavoro di ricerca, ho spulciato decine e decine di interviste, stralci, aforismi, articoli, fotografie color seppia, controversie messe nero su bianco come olio su tela, critiche al vetriolo, immagini di sguardi intensi e rari sorrisi, onnipresenti sigarette fumanti, occhialoni da sole, rughe scavate, solchi del tempo, occhiaie segnate, l’inseparabile Olivetti Lettera 32, capelli spettinati, parole roche, espressioni criptiche, prese di posizione che non lasciano spazio a dubbi né ammettono repliche.
Avevo fra le mani dati, racconti, impressioni, opinioni di e su una delle personalità più irriverenti e significative del Novecento italiano, e il labor limae (tappa obbligata per chiunque scriva) non si prefigurava certo semplice. Occorreva escludere qualche aspetto e enfatizzarne un altro, nonostante l’infinità di materiale a disposizione. E “L’Oriana”, il film, è corso in mio aiuto, prestandosi a linea guida in questa impresa semi-biografica.

Ecco perché, prima che un articolo, si è trattato anzitutto di una sfida personale, lanciata a me stessa, condotta con piacere, spirito avventuriero, tenacia e caparbietà, in puro “stile Oriana”: non certo con paragonabile capacità e forza espressiva, seppur con la stessa bontà d’intenti. Con occhio critico e nel miglior stile non apologetico, ho voluto scoprirla, dissezionarla, rivoltarla e sviscerarne l’essenza, per poterla riportare a tutti voi nella sua sostanza. Come suggerisce il caso, devo essere sincera: mi è stato difficile, anzi impossibile, non provare umana simpatia e devozione (per quanto mi è concesso) per una figura autentica come la sua.

fotografiaCiò che emerge dai suoi scritti è infatti di una lucidità disarmante: la verità è che Oriana si “fotografava” scrivendo quanto le balenava per la mente, si denudava per amore dell’oggettività disdegnando quanti la osteggiavano e solidarizzando invece con quanti si mostravano per ciò che essenzialmente erano, per le loro storie e le loro emozioni. Oriana era estremamente umana, naturalmente imperfetta e in totale tensione col creato, ritrattista sociale affamata di storie e non di gloria, nonostante le accuse di eccessivo protagonismo che segnarono gli ultimi anni di vita. Con enorme professionalità, consapevolmente ignara delle regole dettate dall’etichetta, svolgeva il proprio lavoro a modo suo: ricercava negli altri il proprio riflesso, uno scontro, un barlume di pensiero indipendente e autonomo. Così facendo, rivoluzionò quel giornalismo che lei stessa ammise essere “all’inizio un compromesso, un mezzo per arrivare alla letteratura”. Così facendo, Oriana entrava nella Storia.

L’Oriana”, portato sullo schermo con grande determinazione da una Vittoria Puccini dalla voce graffiante e da un intenso Vinicio Marchioni, porta sulla scena soltanto alcune parti della sua vita, tanto incredibile quanto funesta, facendo cogliere allo spettatore sì il nocciolo del discorso, ma non le sfaccettature di contorno né l’aspetto centrale che scandì gli ultimi anni della scrittrice: la crociata contro l’estremismo islamico. Molte domande rimangono senza risposta, e forse l’obiettivo del regista era proprio questo: rappresentare il “semplice” dipanarsi e evolversi della donna-giornalista Fallaci fra flashback e presente, per portarla a conoscenza di quanti ancora brancolano nel buio, all’oscuro della sua esistenza.

È sorprendente come la versione cinematografica, ridotta (ne esiste anche una televisiva più “estesa”, miniserie in due puntate), sia stata pensata apposta per il pubblico italiano, come se quest’ultimo fosse incapace di sostenere intellettivamente tre ore di fatti, accadimenti e vita reale (non di reality show) di una delle icone più dissacratorie e affascianti che abbiano mai tastato la scena internazionale.
Una nota di demerito oppure un favore per i cinefili della Penisola? Personalmente ritengo che la scelta di frammentare e montare il film in due formati diversi non sia apprezzabile, a meno che non si parta dal presupposto che il film presentato in sala sia carente e lacunoso a monte; a valle, però, è pur sempre vero che l’impostazione filmica, se da un lato toglie un po’ di pathos alla visione d’insieme, d’altro canto non va a inficiare la comprensione della complessità di questa Cassandra dei nostri giorni. Detto questo, “L’Oriana” potrebbe rappresentare un valido punto di partenza per salpare alla scoperta di questa Penelope alla guerra contro tutti e nessuno, il più delle volte senza il suo Ulisse.

Amare, Soffrire, Lottare, Vincere: i quattro imperativi dell’Oriana donna e giornalista

Osannata e criticata, amata da molti, odiata da altrettanti ma indifferente a nessuno, sin da giovane dimostrò un carattere di ferro, forte e dissoluto, inarrestabile e incontenibile come la sua verve polemica. La vita non le faceva paura, perché Oriana la amava a tal punto da essere pronta a difenderla “con un fucile appostata alla finestra”. Quand’anche “L’Alieno” [il cancro di cui soffriva e che se la portò via nel 2006] la costrinse ad appartarsi dal mondo che tanto aveva viaggiato in lungo e in largo, lei, che mai era rimasta appollaiata al balcone della vita, urlava al mondo il proprio sdegno e la propria frustrazione fra articoli di spalla, trafiletti dettati dal cuore, lettere di resistenza e lamenti fatti di parole.guerra

A tratti irrispettosa, a tratti illuminante, Oriana emergeva per la sua schiettezza senza precedenti, per il suo essere scomoda e al contempo irrinunciabile in un ambiente, quello del giornalismo, considerato appannaggio quasi esclusivo del mondo maschile, specialmente all’interno della redazione de “L’Europeo”: se inizialmente si nutriva di mondanità, costume&società, oltreché di cronaca nera, successivamente il suo pane quotidiano divenne il “lavoro sul campo”, l’essere sempre in prima linea alla ricerca della notizia perfettamente scritta e calibrata, prodotta e confezionata, pronta per essere pubblicata. Grazie al suo spirito ribelle e al suo infallibile fiuto per il “politically incorrect”, non le fu difficile essere inviata come corrispondente di guerra in Vietnam, prima donna in Italia a divenire reporter di trincea. Un primato su tutti, ma non certo l’ultimo da inscrivere all’albo.

Staffetta partigiana con compiti di vedetta sin da ragazzina, rifornitrice d’armi durante l’occupazione nazista, giornalista in erba in gioventù, inviata speciale sul fronte da adulta, intervistatrice del Potere e della Storia in piena Guerra Fredda, madre mancata di un bambino mai nato, il successo planetario non tardò ad arrivare, così come non indugiarono delusioni, perdite e amarezze. Personalità proteiforme, visse la vita con eccesso e senza risparmio, con decisione ma senza paura, amando e soffrendo, lottando e infine vincendo, tranne l’ultima battaglia della sua vita, L’Alieno. Amò molto un solo e unico uomo (l’oppositore rivoluzionario, leader della Resistenza nella Grecia dei Colonnelli, Alexandros Panagulis), soffrì altrettanto, lottò, impavida e coscienziosamente, fino alla fine dei suoi giorni. Vinse molto, ma non tutto.

Spirito battagliero e agguerrito, Oriana era provocatoria e sapeva di esserlo, lei bambina-ragazza-donna vissuta sempre fra guerre di mezzo mondo. Nata in una famiglia in cui l’antifascismo era dogma e bandiera, Oriana crebbe e visse definendosi come un soldato in guerra contro l’ipocrisia e il medioevo della ragione. Cosciente dei limiti del mondo, in barba alle maldicenze e alle meschinità.
L’essere donna (spesso l’unica in numerose circostanze) fu condanna e liberazione, la sua fortuna più grande: probabilmente a salvarla dalle disgrazie della vita fu proprio la sua femminilità, quella sensibilità coniugata a durezza che soltanto una donna può sfoggiare con tanta maestria da non apparire contradditoria. Donna con la “d” maiuscola, perché non subiva e non si adeguava, non si faceva comandare e non chinava la testa di fronte al Potere, anzi lo sovvertiva con quello stile e quell’eleganza di cui soltanto lei era capace: perseguiva il proprio intento e la propria vocazione in modo inedito e brillante, con un’intelligenza vispa e sempre attiva. Senza eguali.

“Oriana Fallaci sapeva essere meravigliosa quando voleva, era una persona di grande generosità quando voleva, ed era una persona molto tosta e dura quando voleva. È stata di gran lunga la migliore giornalista italiana, (…) “enorme nei pregi e enorme nei difetti”. (Gianni Riotta)

Tradita e disprezzata, apprezzata e venerata, conosciuta e temuta, Oriana Fallaci era uno spirito libero in amore così come nella vita professionale: entrambi gli aspetti sprigionavano passione, audacia, intraprendenza, determinazione. La ricerca della verità divenne la sua missione più grande, la penna l’arma letale nobilitante.

«Apro la mia boccaccia. […] e dico quello che mi pare.» Irriverenza e celebrità

alekos

Testimone e spesso protagonista di significativi eventi del secolo scorso, Oriana si è destreggiata fra i Grandi del suo tempo, lasciando in eredità interviste a personaggi del calibro di Pietro Nenni, Giulio Andreotti, l’amore di una vita Alekos Panagulis, Yasser Arafat, Mohammad Reza Pahlavi, Hailé Selassié, Henry Kissinger, Federico Fellini, Indira Gandhi, Golda Meir, Deng Xiaoping, Willy Brandt, Mu’ammar Gheddafi e l’ayatollah Khomeini, con cui l’incontro non solo si tramutò in “scontro fra civiltà” ma vide anche un’Oriana scatenata che, in gesto di sprezzo, si tolse il chador, quello “stupido cencio da medioevo” che era stata costretta ad indossare per essere ammessa alla presenza dell’imam.

Paladina della giustizia e del riconoscimento dei diritti civili nel mondo, particolarmente sensibile alla “questione femminile”, parlerà del proprio genere in termini di “sesso inutile”: i suoi viaggi alla scoperta dell’infimo trattamento riservato alle donne rappresentarono un atto di coraggio e di sfida contro un “villaggio globale” che considera(va) il genere maschile come il genere di default, quello preponderante, termine di paragone universale – conseguenza dovuta al millenario e innegabile dominio maschile in ogni settore della società, una supremazia che però dovrebbe adeguarsi a quello che è l’attuale ordine sociale.

All’estero, mentre rivendicava equità e diritti, Oriana indicava anche i primi passi da cui si sarebberoriana-fallacio dovuti muovere il cambiamento e l’emancipazione, esternando più volte quanto si sentisse fortunata a “essere nata italiana e donna, perché essere donna è così affasciante, un’avventura che richiede molto coraggio, una sfida che non finisce mai in un mondo fatto dagli uomini per gli uomini”.
D’altra parte, Oriana Fallaci dimostrò di poter fare qualsiasi lavoro, di incrinare la diga del conformismo, di gettare un masso in uno stagno, di smuovere la palude grigia e cinerea dell’inconsapevolezza, seminando il germe della razionalità in un mondo maggiormente illuminato dalla luce del Sole. Una figura epica, meravigliosa, vera e per questo indimenticabile, come i suoi occhi indagatori, sempre rivolti oltre la siepe dell’anima mia, tua, di tutti quanti voi.

 

“L’Oriana” narra la storia di una vita intensamente vissuta fra delusioni, amarezza, contraddizioni, insuccessi, clamori, pericoli, scoL'Orianantri, conflitti d’opinione, contrasti d’immagine, inconciliabilità, antinomie, nodi da sciogliere, battaglie perse e amori a metà.
Col suo carattere spigoloso, Oriana ha precorso i tempi, rivoluzionando il modo di fare giornalismo in Italia e nel mondo, entrando ben presto nell’Olimpo della carta stampata. Donna di una sensibilità accessibile a pochi, agli autentici e agli indomiti, capace di distanza e vicinanza umane sbalorditive, fu sempre fedele a se stessa e alla verità. Non risparmiava parole di critica a nessuno, né alla classe politica italiana né all’Occidente contro il suo lassismo nei confronti dell’inarrestabile avanzata dell’integralismo islamico.
Aveva la capacità di “infilarsi e affondarsi nel cuore dell’intervistato”, con tecniche manipolatorie degne della miglior letteratura spionistica di quegli anni. Aveva il coraggio di porre domande che nessun’altro avrebbe posto, alzava la voce, si imponeva, si incamminava in meandri e cunicoli irti di insidie. E ne usciva sempre indenne, vittoriosa come soltanto lei riusciva a fare, con classe e il coltello dalla parte del manico.

E il suo classico sopracciglio alzato.

Ah, Signora Fallaci, quanto mi piacerebbe poterLe chiedere cosa pensa degli ultimi accadimenti, degli attacchi terroristici, della barbarie dell’Isis, della Chiesa di Bergoglio, delle “famiglie arcobaleno”, dell’invadenza dei mercati finanziari, delle teorie complottistiche che sempre più spopolano in questo nostro pazzo, imprevedibile mondo di eccessi e dismisure!

 

 

 

 

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