Haik-Undici. Haiku e contemporaneità

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In tempi in cui comunicazione fa rima con saturazione e nell’homepage di un qualsiasi quotidiano on line la strage è collocata visivamente allo stesso livello di una ricetta di un masterchef, quando l’ansia da notizia prevale sul suo reale interesse, antepongo i tre versi di uno haiku classico. Come un lasciapassare.

Inverno desolato
nel mondo di un solo colore
il suono del vento
(Matsuo Bashō 1644-1694)

Mi sembra un mondo troppo superficiale? Leggo un profondo e malinconico haiku di Shiki (1869-1902). Tutto viene mostruosamente esposto? Cerco il pudore di un componimento di Issa Kobayashi (1763-1828). Contro irritanti femminismi di facciata, uno haiku di Momoko Kuroda (1938). E se gli ultimi vengono inesorabilmente vessati, mi rifugio in quelli scritti dal mio preferito: il monaco zen alcolizzato e anarchico Taneda Santoka (1882-1940).

Quando tutti, ma proprio tutti, alzano o abbassano il pollice digitale come dagli spalti di un primitivo stadio romano, quando l’attenzione diminuisce in favore di una distrazione impalpabile ma persistente, ecco che questi tre versi chiedono al lettore una cosa sola: riflessione.

Installazione "Big Bamboo" presente al MACRO di Roma [foto: Susanna Tartaro]

Installazione “Big Bamboo” presente al MACRO di Roma
[foto: Susanna Tartaro]

Attenzione, gli haiku non li uso come talismani o come i Ching, non fraintendetemi. E non sono una nippologa. Per me si tratta solo di un “lasciapassare letterario” e di un modo diverso anche di usare la rete e i social. Nell’era dell’immagine ecco la potenza icastica di uno haiku, componimento capace di sprigionare anche visivamente la sua forza, come un’istantanea sul reale.

Con solo tre ku di 5-7-5 sillabe, poeti e filosofi zen da più di trecento anni uniscono la brevità di Twitter e le immagini di Instagram in un colpo solo. Gli haiku, componimenti pensati da monaci viaggiatori già alla fine del diciassettesimo secolo, riescono a fotografare anche la nostra realtà, i nostri giorni, le nostre miserie.

Così ho scritto in cima al mio blog e da questo assunto voglio partire per qualche considerazione sul genere poetico in questione, nato nel Giappone del 1600, derivato da una forma poetica più antica che si chiamava tanka (V secolo d.C.), evolutasi in seguito nel renga. Lo haiku derivò dal verso più importante contenuto nel renga chiamato hokku.

Ecco le mie riflessioni, in undici punti, sugli haiku letti nel 2015:
1) E’ più breve di un Twitter
2) E’ più nitido di una foto su Instagram
3) E’ soggettivo e cosmico insieme
4) E’ altamente letterario
5) E’ sapienziale nell’accezione più profonda
6) Non giudica
7) Non parla mai (o quasi) in prima persona
8) Non parla mai di cucina o di ricette
9) E’ sempre attuale
10) Sembra semplice comporlo
11) Sembra semplice capirlo

Ecco. Vi ho squadernato gli undici punti. Nessuna classifica, sono tutti importanti allo stesso modo, ma desidero soffermarmi sugli ultimi due e su quello scivoloso concetto di “semplicità”. Molti credono di poter comporre haiku perché conoscono le regole e alcuni possono dire la frase classica – come davanti al quadro con i tagli di Fontana: “Ma che ci vuole a farlo?!”.

Ecco, risponderei a entrambi, non ce la puoi fare. Mi dispiace, sai. Ma non ce la farai mai. E’ come fare yoga in una palestra pensando di stare sul Gange, meditazione con le amiche prima di andare in pizzeria o tagliare una tela dopo settanta anni. Ti puoi divertire, giocare con le parole, solo questo.

Nello spazio così breve di tre versi di 5-7-5 sillabe, c’è un mondo. Un preciso riferimento stagionale, alla natura, un simbolo, un criptico riferimento a un maestro, a un lutto, a una novità. Purtroppo la grazia degli ideogrammi e il ritmo del verso si perdono se non si conosce il giapponese ma, nell’angustia della sintesi obbligata, il respiro rimane cosmico ed esistenziale.

[foto: Susanna Tartaro]

[foto: Susanna Tartaro]

 

Ma non è la distanza culturale il vero problema. Paradossalmente è nella loro prossimità l’effettiva irraggiungibilità. È la profonda letterarietà, che ci riguarda così da vicino, a colpirci. Ecco perché gli haiku possono adattarsi e commentare prodigiosamente anche la notizia del giorno – che sia di politica interna o sull’ultima scoperta scientifica – come succede nel mio blog.

E aprono mondi mentali, letterari e artistici. Accendono le sinapsi, cliccano sui link che abbiamo
nella testa, ci spingono alla ricerca. E’ letteratura, ci riguarda! E, come capita quando hai a che fare con i grandi, devi rileggere un paio di volte, prima di capire bene. Anche se qui hai solo tre righe apparentemente semplicissime, devi rileggerle per capirle. Leggere per capire.

Scrivere e leggere sono cose per tutti. La letteratura, purtroppo e per fortuna, no. Ma attraverso di essa ti senti far parte di un mondo più vario, più ricco, dove è bello vivere e poter pensare che sì, quella cosa su cui si sono soffermati Giacomo Leopardi, Philip Roth o Matsuo Bashō è, meravigliosamente o dolorosamente, anche tua.

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