Gli Undici film che hanno fatto sognare il mondo

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Vi abbiamo parlato del “Cinema che ha fatto sognare il mondo”, ora è il momento di guardare i film, quindi di ricominciare a sognare. Non si tratta di nostalgia o di un mero interesse storico, perché  questi film vi sorprenderanno per il ritmo,  il fascino dei loro interpreti, la perfezione della loro messa in scena. E sarà semplice capire perché Frank Capra o Ernst Lubitsch, Clark Gable o Gary Cooper, Carole Lombard o Miriam Hopkins sono diventati dei miti.

Non sono poi tantissime le commedie screwball o sofisticate, stiamo pur sempre parlando di un breve periodo tra la metà degli anni trenta e i primi quaranta. Eppure ogni film che si vede è una scoperta e meriterebbe di essere recuperato. 11 è quindi un numero piccolo. Abbiamo scelto 11 film esemplari, tra i più divertenti e comunque in grado di farci vedere le opere più significative di grandi autori (sì, anche se siamo negli anni trenta possiamo già usare questo termine, visto che questi registi partecipavano attivamente alla sceneggiatura e alla produzione) e dei  miti di Hollywood che in quegli anni hanno veramente iniziato a fare sognare il mondo.

In questa prima parte presentiamo i film che hanno dato il via al genere, film oggi meno conosciuti. Guardandoli ci si accorge di quanto siano divertenti e quanto fascino conservino i loro protagonisti. Recuperateli, sognate anche voi, magari un sogno in bianco e nero, ma un sogno grandissimo.

“Mancia competente” (Trouble in Paradise) di Ernst Lubitsch, 1932
Con Herbert Marshall, Miriam Hopkins, Kay Francis
Scritto da Samson Raphaelson. prodotto da Ernst Lubitsch per Paramount
Durata 83 minuti

Herbert Marshall e  Miriam Hopkins: cenetta romantica con sottrazione di oggetti personali

Herbert Marshall e Miriam Hopkins: cenetta romantica con sottrazione di oggetti personali

“Se fossi vostro padre, ma per fortuna non lo sono, e voi tentaste di occuparvi di questioni finanziarie, vi darei una buona sculacciata. In senso figurato è ovvio.”
“E che fareste se foste il mio segretario?”
“La stessa cosa!”
“Siete assunto!”

In un grande albergo veneziano il falso barone e ladro di alto bordo Gaston Monescu (Herbert Marshal) deruba un ricco ospite e conosce la collega falsa contessa e vera truffatrice Lily (Miriam Hokins), in una romantica serata di reciproci borseggi i due si innamorano. Un anno dopo a Parigi Gaston ha l’occasione di lavorare per la ricchissima Madame Colet (Kay Francis), tra furti, truffi e schermaglie amorose si giungerà ad un finale imprevisto.

Questo film di Lubitsch arriva in anticipo sulla screwball comedy e si distingue per la sua ambientazione europea. Venezia e Parigi sono ovviamente ricostruite in studio per un film che si svolge quasi interamente in interni. I protagonisti sono meno conosciuti di quelli che interpreteranno le commedie successive, ma hanno una classe davvero invidiabile. I dialoghi scoppiettanti e le trama meno lineare rispetto alle commedie classiche lo rendono assai divertente ancora oggi. Il tocco di Lubitsch c’è già tutto.

“Red-headed woman” di Jack Conway, 1932
Con Jean Harlow, Chester Morris, Lewis Stone, Charles Boyer, Una Merkel
Scritto da Anita Loos (dall’omonimo romanzo di Katherine Brush
Prodotto da Paul Bern per Metro-Goldwyn-Mayer

“Pensi che sia trasparente?”
“Temo di sì”
“Allora penso proprio che lo indosserò”

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Corpi esposti, provocazioni, seduzione…tutto resterà impunito (e a noi ci scappa da ridere)

Una irresistibile Jean Harlow, già “Donna di platino” (Platinum Blonde) per Frank Capra, ha qui i capelli rossi (così ci dice il titolo, ma siamo in bianco e nero), ed è donna modernamente fatale più che mai. E’ una delle magnifiche figure femminili disegnate da quel genio della sceneggiatura che era Anita Loos che per questo personaggio si ispira al suo successo “Gli uomini preferiscono le bionde”. La protagonista, Lil, è la tipica golddigger (cacciatrice d’oro) che per raggiungere il pragmatico sogno americano fa davvero di tutto. Bellissima e determinata, non si ferma davanti a niente usando il suo corpo seducente e le sue forme sensualissime per stendere uno dopo l’altro gli uomini che le servono per raggiungere il suo scopo. E, nonostante non rispetti regole morali e convenzioni sociali seducendo uomini sposati, minacciando e puntando pistole, le andrà davvero bene con un finale che la vede bella e sorridente sposata con un ricchissimo anziano e con al fianco l’amante giovane. Il suo è un percorso simile a quello dei gangster, gli unici che nel periodo della Grande Depressione provavano a raggiungere il sogno americano che prometteva la possibilità di arrivare ai milioni partendo dallo spillo. Nei film di gangster però il protagonista veniva regolarmente punito per le sue gesta che violavano le regole. Qui invece siamo in una commedia ed è proprio questo a salvare la nostra amorale eroina e tutto il film dalla censura e dalla condanna morale. Perché in un’apoteosi di vestisti scollati e cosmetici la vediamo spesso e volentieri baciare, provocare e stendere le proprie vittime designate, sdraiarsi e rialzarsi sopra uomini incapaci di resisterle. Con una trama come questa non ci dovrebbe essere niente da ridere, ma se si fosse puntato su un tono (melo)drammatico in quegli anni un film come questo non sarebbe stato possibile. In Red-headed woman invece si vira sulla commedia e grazie al tocco leggero e all’umorismo dei dialoghi scritti da Anita Loos riusciamo ad ammirare Lil fino al raggiungimento del suo scopo. E ci divertiamo. Per fortuna.

“Partita a quattro” (Design for living) di Ernst Lubitsch, 1933
Con Fredric March, Gary Cooper, Miriam Hopkins, Edward Everett Horton
Scritto da Ben Hecht. prodotto da Ernst Lubitsch per Paramount
Durata 90 minuti

Ci sono un pittore, uno scrittore, un miliardario e una splendida bionda. Indovinate chi vince la partita?

Ci sono un pittore, uno scrittore, un miliardario e una splendida bionda. Indovinate chi vince la partita?

“E come mai il suo mandolino si trovava nel mio letto?”
“Lasciamo fuori da tutto questo il mio mandolino”
“Io posso dirle soltanto una cosa: l’immoralità può essere piacevole, ma non al punto di prendere il posto di una vita intemerata e di tre pasti al giorno”

Due artisti americani, un pittore (Gary Cooper) e uno scrittore (Fredric March) , incontrano su un treno diretto dalla Costa Azzurra a Parigi la connazionale Gilda (Miriam Hopkins), disegnatrice per la pubblicità. Tutti e tre sono giovani, belli, spiantati e in cerca di successo. Lei però a Parigi è attesa dal principale, l’attempato e ricchissimo Max Plunkett (Edward Everett Horton). Ne segue una partita a quattro in cui, manco a dirlo, a guidare il gioco è solo lei.
Ancora l’accoppiata Lubisch – Miriam Hopkins, e qui la biondissima attrice finta svampita, ma che sa benissimo quello che vuole, con uno sguardo lascia cadere gli uomini come birilli, senza che questi neanche se ne accorgano. Con una satira ancora fresca sul mondo dell’arte e quello della pubblicità, il film si fa gioco delle convenzioni delle storie d’amore e della censura del codice Hays rendendo esplicita l’impossibilità dell’esclusione del sesso dalla scena. Infatti i protagonisti si sdraiano e si alzano continuamente da letti più o meno disfatti e anche se a dominare sono i dialoghi e le battute scoppiettanti, il desiderio più o meno frustrato viene fuori continuamente.
Ambientato soprattutto a Parigi e Londra (ricostruite in studio, ma tanto è quasi completamente girato in interni), Lubitsch anticipa le screwball comedy con una commedia per nulla convenzionale e divertentissima, con un ritmo travolgente e un poker di attori impareggiabile.

“Accadde una notte” (It Happened One Night) di Frank Capra, 1934

Claudette Colbert e Clark Gable, autostop per un (ri)matrimonio

Claudette Colbert e Clark Gable, autostop per un (ri)matrimonio

Con Clark Gable e Claudette Colbert
Scritto da Robert Riskin. Prodotto da Frank Capra e Harry Cohn per Columbia
Durata 105 minuti

 “Togliete quegli affari dalle mura di Jerico”

Per convenzione la screwball comedy inizia proprio con questo film in cui una ricca e annoiata ereditiera fugge da casa e dal possessivo padre per andare incontro a quello che è per lei il vero grande amore. Un film che inizia negli ambienti più lussuosi, per dipanarasi in un percorso in treno, autobus e autostop attraverso l’America della grande depressione, un’America in cui, letteralmente, si sviene dalla fame. A guidare la determinata Claudette Colbert (bravissima e meravigliosa)  sarà lo spiantato giornalista Clark Gable che maschera la sua classe con un sorprendente senso dell’umorismo. I due, più o meno consapevolmente, si lasceranno prendere da un gioco di seduzione che li avvicinerà sempre di più nonostante l’innalzamento delle improbabili “mura di Jerico”,  mura destinate inevitabilmente a cadere. Battute e gag sullo sfondo di un percorso che ci mostra le miserie di un’America davvero allo stremo, un’America che anche film più “seri” faticavano a mostrare. Capra, qui lontano dalla sua retorica, ci sa mostrare da vicino queste miserie senza mai dimenticare però che sta girando una commedia. Gag e battute a raffica in un viaggio che è un crescendo di scambi di ruolo (sociale). Gli attori, manco a dirlo, sono eccezionali. Davvero una pietra miliare del genere, un punto di riferimento per innumerevoli commedie successive.

“Ventesimo secolo” (Twentieth century) di Howard Hawks, 1934
Con Carole Lombard, John Barrymore
Scritto da Ben Hecht e Charles Mc Arthur (da una loro commedia) e Prodotto da Howard Hawks per la Columbia

“Questo è il problema con te, Oscar. E con entrambi noi due. Noi non siamo persone, siamo maschere. Non conosciamo niente dell’amore finché non è scritto e provato. Siamo reali solo davanti al sipario di un palcoscenico.”

Ti prego Carole, fammi male.

Su un treno, su un palco, nella vita…Carole Lombard e John Barrymore recitano in maniera straordinaria la loro parte

Il Ventesimo secolo del titolo è il Twentieth Century Limited, un treno di lusso sul quale si reincontrano per caso Oscar Jaffe (John Barrymore)  e la ex moglie Lily Garland (Carole Lombard). Lui era stato un grande produttore a Broadway e l’aveva scoperta, portata al successo e sposata. Poi le cose erano andate male, e addio. Lui aveva affrontato il declino, lei il successo a Hollywood. Ora su questo treno lui cercherà di riconquistarla, di riportarla a Broadway e di riconquistare la ribalta. In una classica battaglia di sessi (“Hawks dirige ogni commedia come se fosse un film di guerra” Frieda Grafe) i due protagonisti hanno chiaramente la coscienza di recitare una parte, di fare parte di un gioco. E ci si calano in pieno, senza escludere alcun colpo. In questo treno pieno di personaggi improbabili e bizzarri che con la loro assurdità contagiosa rendono ancora più screwball una commedia in cui il peso comico è soprattutto sulle spalle dei due protagonisti, un John Barrymore che mette nel suo personaggio molto di autobiografico e una Carole Lombard bellissima e senza freni, perfetta finalmente come protagonista di una commedia. Con un entrata del treno in un tunnel non meno allusiva di quella con cui Hitchcock concluderà “Intrigo Internazionale” Hawks si fa beffa del Codice Hays appena entrato in vigore e ci regala una delle sue migliori commedie, un film meno conosciuto, ma anche per questo ancora più bello da recuperare.

“L’impareggiabile Godfrey” (My man Godfrey) di Gregory La Cava, 1936
Con William Powell, Carole Lombard, Alice Brady, Gail Patrick, Eugene Pallette, Mischa Auer
Scritto da Morrie Ryskind e Gregory La Cava dal romanzo di Eric Hatch. Prodotto da Universal
Durata 93 minuti

“Per aprire un manicomio, tutto quello che ci vuole sono quattro mura e la gente giusta”

Carole Lombard e William Powell, già marito e moglie nella vita, si risposano in questo film. Ma i piatti deve lavarli lui

Carole Lombard e William Powell, già marito e moglie nella vita, si risposano in questo film. Ma i piatti deve lavarli lui

Una commedia che inizia in una discarica abitata da “straccioni” in cui un gruppo di ricchi “cretini e sfaccendati” va a cercar trofei per una caccia ai rifiuti, una specie di caccia al tesoro che mette in palio una coppa a chi porta al giudice cose improbabili che non servono a niente come una capra o, appunto, uno straccione. E’ così che il senzatetto Godfrey (William Powell) conosce le sorelle Bullock, rampolle annoiate e capricciose di una ricchissima famiglia. Godfrey si dimostra subito saggio, paziente e con un senso pratico davvero sconosciuto alla massa di ricchi annoiati, capricciosi e matti che lo circonda.

“E’ una famiglia esigente?” “No, sono matti!” Così la caustica cameriera accoglie l’arrivo del nuovo maggiordomo Godfrety nella casa dei Bullock. Pazzo, matto, folle sono aggettivi che ricorrono spesso in questo film in cui si esplicita una constatazione presente in molte screwball comedy: i ricchi sono egocentrici, egoisti, pigri e svitati. Per fortuna interviene Godfrey, ex ricco momentaneamente impoverito “per amore di una donna” che con amplomb e autorevolezza insegnerà l’arte di vivere a questa famiglia di ricchi squinternati.
Il film in sé è completamente folle, non lascia un attimo di tregua e sorprende con le sue gag e battute a raffica. Fu proprio per questo film che venne usato il termine “screwball” che poi prese piede e venne usato per l’intero genere.
I protagonisti sono eccezionali con un William Powell perfetto sia nella parte dello straccione, che in quella del cameriere che in quella del nuovo ricco e poi c’è Carole Lombard, ex moglie di Powell nella vita, che vediamo muoversi stranita ma seducente e determinata a raggiungere il suo obbietttivo romantico.
Il tutto diretto magistralmente da Gregory La Cava, autore fuori dagli schemi e uno dei pochi interessato veramente a incrociare nella commedia romantica con una visione interclassista.
Insomma dai meravigliosi titoli di testa al gran finale un film da vedere tutto d’un fiato, divertentissimo.

Fine seconda parte, nella prima parte “Il cinema che ha fatto sognare il mondo”
Nel prossimo numero gli altri film che hanno fatto sognare il mondo (ed entreranno in scena veri e propri miti come Cary Grant, Katharybe Hepburn, James Stewart, Ginger Rogers…)
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