Édouard Manet, pittore ribelle, borghese gentiluomo

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Quando Éduard Manet – il figlio indocile di un alto funzionario del Ministero della Giustizia che sperava per lui una carriera più onorabile di quella di pittore – cominciò a presentare le sue opere al Salon di Parigi, era convinto che l’unica strada per il successo fosse ottenere l’approvazione dell’ambiente borghese dove era nato e cresciuto, convinzione che lo accompagnò per tutta la vita. Si sbagliava: il Salon, la più importante esposizione organizzata di pittura e scultura nella Francia dell’Ottocento, era per gli artisti un eccellente biglietto di presentazione per gli acquirenti importanti, ma anche il covo di una cerchia bigotta e completamente chiusa alle innovazioni.
Per esservi ammessi occorreva superare il vaglio di una giuria che selezionava le opere secondo i criteri rigidi e superati della pittura tradizionale: la costruzione basata più sul disegno che sul colore, l’imitazione dei maestri antichi e i soggetti storici e mitici, la realizzazione dei paesaggi in studio e non all’aria aperta (en plein air), la rifinitura perfetta. I lavori prescelti, solitamente conformisti, ripetitivi e di cattivo gusto, piacevano molto alle classi abbienti ma erano definiti dai detrattori “Art Pompier” forse perché gli elmi presenti in tanti dipinti storici ricordavano i caschi dei pompieri che facevano servizio di sicurezza nelle sale.

Le Déjeuner sur l'herbe, 1862-63, Parigi, Musèe d'Orsay

Le Déjeuner sur l’herbe, 1862-63, Parigi, Musèe d’Orsay

Nel 1863 una commissione particolarmente conservatrice decise di eliminare la bellezza di tremila opere, causando la sollevazione degli esclusi e l’intervento dell’imperatore Napoleone III che decretò l’apertura di un parallelo Salon des Refusés, in cui erano collocati i lavori rifiutati. Ed è proprio in quest’ultima esposizione che il giovane Manet presentò il quadro che avrebbe sconvolto gli schemi accademici ormai frusti, aprendo la strada alla successiva pittura impressionista.

“La colazione sull’erba” (Le déjeuner sur l’herbe), raffigura due uomini in abiti contemporanei seduti all’aperto vicino a una donna nuda, mentre un’altra più discosta e vestita solo con una camicia si lava in un torrente.

Apriti cielo: per la mentalità borghese dell’epoca il nudo era ammesso solo se inserito in contesti mitologici e non certo in una scena che poteva rappresentare un qualsiasi pomeriggio sulla Senna, con una bruna sfacciata e senza niente addosso – evidentemente non una ninfa – che fissa direttamente negli occhi lo spettatore. I precedenti della composizione risalivano ad opere del Rinascimento che Manet amava e aveva potuto studiare al Louvre, ma l’origine nobile del lavoro non fu colta nemmeno dall’imperatore che, soffermandovisi davanti, lo definì un’offesa al comune senso del pudore. Fu così che sulla scia dello scandalo pruriginoso su cui soffiò anche la stampa, il Salon des Refusés, cui parteciparono altri artisti come Whistler e Courbet, si riempì di un’enorme folla di curiosi che volevano passare un pomeriggio spassoso dandosi di gomito e facendosi un mucchio di risate.

Olympa, 1863, Parigi Musée d'Orsay

Olympa, 1863, Parigi Musée d’Orsay

L’insuccesso non scoraggiò Manet: due anni dopo si presentò caparbiamente con un’altra tela scandalosa, “Olympia”, che si rifaceva alla Venere d’Urbino di Tiziano, mostrando una giovane donna nuda sdraiata su un letto e a cui una servetta di colore presenta un mazzo di fiori. Senza alcun travestimento storico la moralità della ragazza era ambigua e aveva il difetto, come scrisse Émile Zola riferendosi al pubblico maschile, “di assomigliare a molte signorine che conoscete”.

Sconfortato ma non vinto dalle critiche negative, Manet fu tuttavia accolto con simpatia e ammirazione da un gruppo di giovani artisti – i futuri Impressionisti – che lo consideravano il loro maestro per la scelta di soggetti contemporanei e la naturalezza dello stile, caratterizzato dalla pennellata fluida e volutamente poco rifinita. Pur non ritenendosi impressionista e rifiutando di partecipare alle mostre del gruppo, Manet manifestò sempre stima e amicizia per Renoir, Sisley, Pissarro, Bazille e Monet, l’ultimo dei quali aiutò anche finanziariamente nonostante la similitudine dei cognomi creasse loro qualche imbarazzo.
Édouard aveva fatto suo il motto:”comportatevi con coerenza e lasciateli parlare”; nonostante il clima ostile non rifiutò mai la sua origine borghese, negò assiduamente l’etichetta di rivoluzionario e continuò a condursi in modo educato ed elegante, facendo anche attenzione a vestirsi con cura.

Le fifre, 1866, Parigi, Musée d'Orsay

Le fifre, 1866, Parigi, Musée d’Orsay

Persistette così nella sua ricerca pittorica producendo capolavori regolarmente derisi. Tuttavia non doveva possedere sempre la calma olimpica che ostentava, se nel febbraio del 1870 sfidò a duello l’amico e critico d’arte Edmond Duranty per poche frasi su due suoi quadri pubblicate su “Paris-Jurnal”. Nessuno dei contendenti aveva mai maneggiato una spada e l’incontro, portato avanti con molto entusiasmo ma totale imperizia, finì con le lame piegate e una leggera ferita sul petto di Duranty. Salvato l’onore Manet offrì signorilmente i propri costosi stivali inglesi all’altro (che li rifiutò) e tutti quanti terminarono la giornata con una bevuta al caffè Guerbois.

La guerra franco-prussiana scoppiata nell’estate 1870 interruppe per due anni le esposizioni e il lavoro degli artisti, alcuni dei quali si rifugiarono a Londra. Fu in questa città che un Manet ormai quarantenne e con pochissime vendite all’attivo, conobbe l’intraprendente mercante d’arte Paul Durand-Ruel, che sarebbe diventato sostenitore e intermediario del gruppo impressionista e che gli acquistò diverse tele. Da quel momento il pittore conquistò anche l’attenzione di alcuni collezionisti, mentre le sue quotazioni aumentarono e le critiche diventarono meno aggressive, sintomo di un positivo cambiamento di gusto del pubblico.

Il vero colpo di fortuna arrivò però alla fine del 1881, quando il suo migliore amico, Antonin Proust, diventò ministro delle Belle Arti e lo nominò cavaliere della Legion d’onore; una riconoscenza più che meritata, seppur dovuta a una raccomandazione potente che non aveva mai cercato.

Argenteuil, 1874, Tournai, Musèe des Beaux Arts

Argenteuil, 1874, Tournai, Musèe des Beaux Arts

Dall’inizio degli anni Settanta Manet aveva scoperto di aver contratto la sifilide, malattia molto comune nell’Europa del XIX secolo. Era stato un impenitente donnaiolo; anticonformista anche nella vita sentimentale, si era sposato in ritardo e in aperta opposizione al padre con Suzanne Leenhoff, l’ insegnante privata di piano (poco più che una cameriera per quei tempi) assunta dalla famiglia per lui e il fratello Eugène, e che gli starà sempre vicina sopportandone i continui tradimenti.
Nel 1882 dipinse l’ultimo capolavoro: “Un bar alle Folies – Bergère” scrivendo anche in una lettera ironica ad Albert Wolff, critico de Le Figaro:”non mi spiacerebbe leggere finalmente, da vivo, l’articolo strabiliante che mi consacrerà dopo morto”. La fine lo colse a soli cinquantun anni, in seguito all’amputazione della gamba sinistra divorata dalla cancrena.

Bibliografia:
Elizabeth Lunday, Vite segrete dei grandi artisti. Tutto ciò che non vi hanno mai voluto raccontare dei grandi maestri, Mondadori – Electa, 2013
Manet, I classici dell’arte, Rizzoli-Skira, RCS quotidiani, 2003

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