Di cosa parliamo quando parliamo di odore. Dello spazio

2
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

La luna. Satellite poetico e coppa colma di romanticismo per intere generazioni di amanti e scrittori. Eppure, a rifletterci, esiste qualcosa di più immaginifico e conturbante che oltrepassa il fascino assoluto del nostro satellite e incendia le menti di curiosità: l’odore dello spazio, dello spazio infinito di cui così poco conosciamo, se non il nero assoluto.
“Ogni volta che aprivo la camera stagna e il portellone […] i miei sensi venivano colpiti da uno strano odore” raccontava già dieci anni fa l’astronauta Don Pettit, specialista di missione nell’equipaggio Expedition 6 che, fra il 2002 ed il 2003, abitò nella Stazione Spaziale Internazionale. “All’inizio non sapevo bene cosa fosse […]. Poi mi sono reso conto che quell’odore insolito proveniva da tute, guanti e caschi che avevano usato là fuori. Era più forte sui tessuti che sulle superfici di plastica o metallo […]. La sensazione più vicina era di qualcosa di metallico, un gradevole odore di metallo dolciastro, che mi ricordava le estati da studente passate a riparare i macchinari di un piccolo impianto per il trasporto di tronchi. Saldatura… ecco di cosa profuma lo spazio”.

Non è questa che una delle prime testimonianze riguardo il misterioso odore di cui potrebbe essere intriso lo spazio. Anche l’astronauta Sunita Williams, assegnata alla Stazione Spaziale Internazionale come membro della Expedition 14, nel suo diario di bordo riporta queste parole:
“L’odore dello spazio…Abbiamo avuto una lunga discussione su questo […]. Perché la tuta spaziale, gli strumenti e la camera di compensazione, al termine di una missione esplorativa odorano di qualcosa di metallico? Siamo stati d’accordo sul fatto che sia probabilmente il risultato della ionizzazione dell’alluminio nella Stazione Spaziale bombardata dai raggi cosmici. La Stazione Spaziale è costituita principalmente di alluminio. L’odore è davvero strano; è un po’ come metallo che brucia[…]. È possibile sentirlo sulla tuta spaziale anche un paio di giorni dopo […]. Così abbiamo anche deciso che non c’è davvero nessun odore di spazio – odora solo perché abbiamo operato in prossimità di qualcosa che si è ionizzato”.

Le parole secche e pragmatiche dell’astronauta Williams non sono smentite dall’astronauta italiana Samantha Cristoforetti, seppure la sua versione appaia più scherzosa. Per lei, l’odore dello spazio, è quello che può percepire da un materiale (metallo, gomma, lubrificanti) esposti al vuoto cosmico. Le è capitato per la prima volta dopo l’apertura del portello della Stazione Spaziale, quando ha infilato la testa nel vestibolo a tenuta stagna che conduceva al portello del modulo cargo Dragon, poco dopo il suo attracco.
“A un certo punto, una volta aperto il portello sul nostro lato, Terry (Terry Virts, pilota della NASA e compagno di missione) mi ha invitata ad annusare “l’odore dello spazio” nel vestibolo. È una specie di barzelletta, naturalmente, lo spazio non ha odore. Ma è apparentemente il tipico odore dei materiali che sono stati esposti al vuoto. Non un odore piacevole, vi dirò: direi che la componente dominante è bruciato con un pizzico di stantio. Ma hey, se questo significa che un’astronave è venuta a farci visita, per me va sempre bene!”

All’insolito aroma gli astronauti sembrano affezionati, identificandolo proprio come l’”odore dello spazio”.

Esiste veramente o si tratta solo di suggestione?

L’odore è provocato dalla presenza di uno o più composti chimici volatilizzati in aria, anche a concentrazione molto bassa, che gli esseri umani o altri animali percepiscono attraverso il proprio apparato olfattivo. L’odore è dunque un senso chimico: si riferisce a sensazioni prodotte in assenza di contatto diretto in quanto utilizza, come informatori, sostanze diffusibili che debbono interagire con una mucosa sensibile, situata nel naso, ed essere convertite in stimoli nervosi.
La percezione di un odore in un essere umano avviene essenzialmente in due diversi modi, uno strettamente fisiologico, l’altro psicologico.

Il processo fisiologico è controllato da cellule sensoriali specializzate, i chemiorecettori olfattivi presenti nella mucosa del naso, che rispondono selettivamente a determinati tipi di molecole e sono stimolati in maniera differente dai diversi tipi di sostanze chimiche dissolte nell’aria. La conseguenza è la produzione di un segnale elettrico inviato ad una specifica regione del cervello umano, il bulbo olfattivo: essa decodifica il segnale e lo associa, attraverso la memoria, alle varie sostanze conosciute.

La risposta delle cellule sensoriali agli odori descrive l’informazione in base alla quale l’uomo deve elaborare i dati disponibili e decidere cosa fare nelle diverse situazioni. Entra in gioco allora il processo psicologico di riconoscimento dell’odore, attivato dalle esperienze, i ricordi, le emozioni che ogni essere associa ad un determinato odore in base alla interazione tra la struttura olfattiva e il sistema limbico, la zona del cervello in cui transitano le nostre emozioni.

Nello spazio vuoto, senza atmosfera, non possono propagarsi né i suoni né i profumi. Le molecole emesse da una sorgente odorifera sono percepite dal sistema olfattivo dopo aver coperto la distanza che separa la sorgente dal rivelatore; il loro moto è il risultato della diffusione e delle correnti d’aria. Tuttavia l’aria non è l’indispensabile vettore della sensazione, sebbene faciliti la mobilità delle molecole e quindi produca una sensazione più intensa.
L’interazione tra le molecole chimiche e i recettori nel nostro naso definiscono l’odore; di conseguenza, in base alla sua composizione chimica, una sostanza avrà un caratteristico aroma. Questo significa anche che in zone diverse dello spazio, con differenti percentuali di elementi chimici, ci saranno probabilmente odori diversi, sebbene non percepibili dal nostro olfatto.

Per sapere quali odori diffondono nello spazio bisogna basarsi su misure indirette

La principale fonte di informazioni sono le analisi chimico-fisiche e il rilevamento degli elementi chimici presenti in aree di interesse.
L’astrofisico Luis Allamandola, direttore del Astrophysics and Astrochemistry Lab presso il NASA Ames Research Center, spiega come “l’odore” del nostro sistema solare presenta alcune peculiarità: esso è particolarmente pungente perché ricco di carbonio e povero di ossigeno. Un odore, insomma, simile a quello che si sente quando si ingolfa il motore di un’automobile.

Intorno all’orbita terrestre, ad esempio, l’odore che si potrebbe avvertire è dovuto principalmente a molecole di idrocarburi policiclici aromatici. Sulla Terra si formano dalla combustione di carburanti fossili e sono inquinanti atmosferici, ma possono essere prodotti anche dalla cottura ad alta temperatura di alcuni cibi (come la carne alla griglia). Violente combustioni si verificano inoltre durante la morte delle stelle, veri e propri eventi esplosivi in grado di liberare enormi quantità di molecole di idrocarburi, vaganti nello spazio. Queste possono poi depositarsi sul tessuto delle tute dove, in seguito all’attrito con l’aria presente nella stazione spaziale al rientro dell’astronauta, genererebbero il caratteristico “odore di spazio”: un odore di metallo scaldato o gasolio, simile a quello che si sente nelle officine meccaniche, assieme a un poco gradevole olezzo di carne bruciata.

galaxy-67528_1280L’astronomo Arneau Belloche e i suoi colleghi del Max-Planck Institute for radio Astronomy di Bonn, in collaborazione con la Cornell Univerisity di New York, hanno analizzato le radiazioni elettromagnetiche emesse dalla nube Sagittarius B2, al centro della Via Lattea. Poiché queste radiazioni dipendono dal tipo di molecole presenti nella zona considerata rappresentano impronte digitali che permettono di risalire all’identità chimica dello spazio in quella regione. Dall’analisi dei dati rilevati è risultata un’elevata percentuale di una sostanza chiamata formato di etile, un estere prodotto dalla reazione di etanolo e acido formico responsabile, per esempio, dell’odore del rum e, in parte, di quello dei lamponi.
Potrebbe essere un’immagine stramba ma piacevole immaginare Saggitarius B2 come il corrispettivo di un bar caraibico terrestre, intriso di profumo di rum, e meta di passaggio nella galassia per avventurieri e viaggiatori alieni.

Diverso è il discorso per le comete. Risale al 2004 una missione sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea il cui obiettivo, dopo un cambio dovuto alla posticipazione del lancio, era l’atterraggio e lo studio della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, ribattezzata “Chury” e raggiunta il 6 agosto dello scorso anno. Si è dovuto però attendere sino al 12 novembre per il lancio verso il nucleo della cometa e il successivo atterraggio, avvenuto con successo, del modulo mobile racchiuso in Rosetta, il lander di nome Philae.

Abilitato per lo studio della composizione del suolo e dell’atmosfera, Philae è stato dotato di strumentazioni avanzate tra le quali il sensore ROSINA (Rosetta Orbiter Sensor for Ion and Neutral Analysis). Questo sensore, provvisto di due spettrometri di massa, sta “annusando” la chioma della cometa. Dall’analisi delle molecole presenti sarà possibile capire la sua composizione chimica e, quindi, anche il suo possibile odore. Per ora, le molecole potenzialmente odorose riscontrate sono a concentrazioni molto basse e si trovano sospese in un misto di acqua, anidride carbonica e monossido di carbonio. La chioma della cometa Rosetta ne è ricca, nonostante Chury si trovi a 400 milioni di chilometri di distanza dal sole e a quelle distanze, di solito, le sostanze più volatili sublimano senza lasciar traccia.

Poterne annusare l’odore rischierebbe però di svilire ogni forma di romanticismo e stupore nato, guardando, da terra, la sua coda che si sgretola nel cielo notturno in una polvere luminosa: stando alle rilevazione effettuate Chury dovrebbe infatti puzzare di urina di cavallo (per l’elevata quantità di ammoniaca), uova marce (per la presenza di acido solfidrico) e un opprimente tanfo di formaldeide, il tutto ad avvolgere un cuore amarognolo di mandorla (per via dell’acido cianidrico) con note di testa a base di diossido di zolfo (con quell’aroma di aceto…), una nota alcolica al metanolo e il vago sentore dolciastro del solfuro di carbonio.

cygnus-loop-nebula-599267_1280Un miscuglio corposo e robusto, degno della lunga e complicata genesi che ha avuto l’universo: perché, dalla composizione di queste molecole, gli scienziati sperano di comprendere meglio come si è formato il sistema solare e, quindi, anche la Terra. Con Rosetta, inoltre, si potrà seguire per la prima volta l’evoluzione di una cometa mentre si avvicina al sole e studiare come si sviluppa la sua chioma, e quali gas e polveri emetterà.

Oltre all’odore, potrebbe lo spazio, avere anche un sapore? Se utilizziamo certi ingredienti recuperati dai più disparati luoghi dell’universo, la risposta è sì. Ce lo conferma Douglas Adams:
“La Guida galattica per gli autostoppisti [...] dice che la miglior bevanda alcolica che esista è il Gotto Esplosivo Pangalattico. Dice che quando si beve un Gotto Esplosivo Pangalattico si ha l’impressione che il cervello venga spappolato da una fetta di limone legata intorno a un grosso mattone d’oro. La Guida dice anche […] quali sono le organizzazioni volontarie che possono aiutare il bevitore a disintossicarsi. La Guida insegna perfino come ci si può preparare da soli il Gotto.
Prendete una bottiglia di Liquore Janx, dice. Riempitevi un bicchiere.
Poi versatevi una dose d’acqua dei mari di Santraginus V. Ah, quell’acqua di mare santraginese!, dice la Guida. Ah, quei pesci santraginesi!!!
Fate sciogliere tre cubi di Mega-gin di Arturo nella mistura (che dev’essere opportunamente ghiacciata, altrimenti il benzene in essa contenuto va perso).
Aggiungetevi quattro litri di gas delle paludi falliane, in ricordo di quei felici autostoppisti che sono morti di piacere nelle Paludi di Fallia.
Sul retro di un cucchiaio d’argento fate galleggiare una dose di estratto d’Ipermenta Qualattina, dall’odore e dal sapore dolci, pungenti, mistici.
Aggiungete il dente di una Tigre del Sole Algoliana. Guardatelo dissolversi e diffondere il fuoco dei Soli di Algol nel cuore della bevanda.
Spruzzate un po’ di Zamfour.
Aggiungete un’oliva”. (Douglas Adams, Guida galattica per autostoppisti)

Annusate e bevete, facendo attenzione.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Chi lo ha scritto

Alessandro Silva

Sito web

Nato a Parma nel 1976, tra il grande fiume e la nebbia, compensa i mancati esperimenti infantili con “Il Piccolo chimico” laureandosi in Scienze Biologiche prima e ottenendo in seguito un Dottorato in Biologia e Patologia molecolare presso l’Università di Parma dove, per anni, si occupa di studiare gli effetti antitumorali esercitati dalle catechine, composti estratti dalle foglie del tè verde. Tra una tazza e l’altra dell’ottima bevanda non riesce a sfuggire all’incanto esercitato dalle opere letterarie e decide di dedicare il suo tempo libero all’arte della composizione scritta. Poesie, racconti e articoli di divulgazione scientifica divengono, giorno dopo giorno, il suo pane e ora privarsene lo esporrebbe a tremende crisi di panico e pianto. Lasciatelo con la penna in mano, in fin dei conti non ha intenzioni serie.

2 commentiCosa ne è stato scritto

Perché non lasci qualcosa di scritto?