Pop-filosofia, la riscossa del sapere a portata di telecomando

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È possibile comprendere e spiegare complessi fenomeni sociali partendo dall’analisi di un videogioco o di una canzone? Parlando più in generale, la tanto decantata speculazione filosofica può essere applicata ai prodotti della cosiddetta “cultura pop”? A quanto pare, la risposta è univoca, nonostante l’acceso dibattito registrato negli ultimissimi anni: semplicemente sì.

Mi spiego meglio: parliamo di pop-filosofia che, senza eccessivi eufemismi né forzature, potrebbe risultare la migliore chiave di volta per la decodificazione di presente e realtà, sempre più avulsi dai tradizionali canoni descrittivi e sempre meno scontati nel loro incessante divenire.
Che sia semplice smania di esprimere il proprio punto di vista su qualsiasi cosa che capiti a tiro? Non proprio. E se fosse il risultato più lampante dell’onnipervasiva mancanza di creatività e originalità che tanto attanaglia il settore culturale? Men che meno. Puro esercizio di decifrazione oppure elaborazione teorica a tutti gli effetti? Scopriamolo!

Pop-filosofia: cos’è

Neologismo entrato da poco nel linguaggio corrente, di primo acchito pop-filosofia potrebbe evocare mondi di senso (o non-senso) astrusi, ideali, astratti, ideologizzati, remoti, quasi arcaici, universi di pensiero contemplativo fine a se stesso, incomprensibile, elitario, imperscrutabile, inintelligibile, insomma un domaine réservé per pochi fortunati studiosi, ma… se non fosse davvero così? E se fosse possibile scalfire quell’aura fumosa di cui si è ammantata negli anni la filosofia, per poi approdare a un sapere più fruibile e accessibile al grande pubblico? Chimera o fattibilità? Ai posteri l’ardua sentenza, ai presenti azione e prontezza.

Si sa, con la crisi ci si reinventa: ogni settore ha il suo gran bel daffare per rimettersi in gioco e riproporsi in chiave più accattivante. È per questo che parlare di riqualificazione della cultura, specialmente nel nostro Paese, è un indifferibile must, un’urgenza avvertita sempre più come un pesante fardello di cui liberarsi in fretta e furia (più in fretta che in furia) in quella che è l’era della globalizzazione per eccellenza.

primaMa facciamo un po’ di chiarezza. La pop-filosofia è un indirizzo di studi che mira ad applicare gli strumenti propri della tradizione speculativa alle varie espressioni dell’intrattenimento di massa: serial televisivi, videogiochi, reality show, cartoni animati, calcio e persino pornografia, sono i temi più gettonati, evidentemente estranei alla filosofia così com’è generalmente intesa. Da qui lo scandalo: menti di straordinaria effervescenza sinaptica e cervelloni d’inossidabile brio (e verve polemica) – un po’ tutta l’intellighenzia del Bel Paese, a onor del vero – hanno voluto dire la propria a riguardo… e i risultati sono stati a dir poco esplosivi. Gli uni, i più critici, si sono espressi in merito all’apparente squilibrio fra oggetto indagato e mezzo analitico impiegato; gli altri, i più sensibili alla questione, si sono profusi nel miglior stile apologetico permesso dalle circostanze. Ed è scoppiato il caos.
Lo ammetto: pensare di poter applicare categorie (per definizione) filosofiche all’interpretazione dell’“Isola dei Famosi” o di “Quelli che il calcio”, è piuttosto bizzarro. Eppure, coi tempi che corrono, ci si dovrà abituare. In fondo, se si accetta oramai con rassegnazione lo straparlare (i cui esempi sono innumerevoli a ogni latitudine), si può anche tollerare il filosofare sull’anticonvenzionale, sull’ordinario, su ciò che, pur se etichettato come “banale”, nulla ha di ridicolo e stravagante.

Pop-filosofia: a cosa serve

A questo punto, non può che sorgere spontaneamente una domanda del tutto legittima: se è vero che la filosofia (“amore per il sapere”) si pone domande sull’uomo e sul mondo, sull’esistenza e sul senso dell’essere, perché non dovrebbe indagare anche su ciò che circonda, allieta, limita, caratterizza, alimenta, atrofizza e/o addolcisce le nostre vite? Per quale ragione non dovrebbe occuparsene? Chi ha fissato le colonne d’Ercole del pensiero conosciuto? E chi ha permesso che si cristallizzassero col rischio di perdere ogni contatto con la nostra realtà? La filosofia contemporanea è quindi pop-filosofia? E, infine, è davvero così inutile come si crede indagare sull’effetto dirompente che talvolta una serie televisiva può avere sulle nostre esistenze?
lostRiporto un aneddoto, a tratti inquietante ma comunque esemplificativo di quanto detto sopra. Esattamente cinque anni fa, nel 2010, il portavoce del presidente USA annunciò ai giornalisti che il discorso sullo Stato dell’Unione [che si tiene usualmente dinanzi al Congresso nel mese di gennaio, NdA] non avrebbe fatto slittare la messa in onda della prima puntata dell’ultima stagione della serie cult “Lost”, tanto da arrivare persino a esporsi affermando che “Non posso immaginare uno scenario in cui milioni di persone che sperano di rispondere al più presto agli interrogativi posti da “Lost” siano sopraffatti dal Presidente”. Frase, quest’ultima, che avrebbe del surreale, se non la contestualizzassimo. Fatto, quello riportato, che ci dà la netta percezione di quanto potente sia la forza di penetrazione di una fiction nella realtà di tutti i giorni.
Non vi ho ancora convinti?! Non mi sorprendo. Il nocciolo della questione è stato appena sfiorato, i punti da trattare sono tanti ma, per spiegarvi cosa sia la pop-filosofia, è prima necessario un bel tuffo nel passato.

Tutto ha origine, perlomeno per l’Occidente, nel VI secolo a.C. nella Grecia delle poleis e dei presocratici. Prima che un campo speculativo, la filosofia nasce come disciplina che indaga sui principi alla base del corretto e razionale “modo di vita” da condurre, senza alcuna velleità moralistica. Ci si concentra sull’“uso del sapere a vantaggio dell’uomo” in una visione eminentemente pratica a forte caratterizzazione collettiva.
terzaAnzitutto, sfatiamo un falso mito: i primi filosofi non hanno certo la consapevolezza di esserlo! In realtà, sono sophoi, sapienti, uomini pragmatici che, emancipatisi dal pensiero mitico, riscoprono il logos e l’importanza del pensiero critico-scientifico; uomini d’altra pasta, poliedrici e attenti alla vita di comunità, considerati tali non tanto perché coltivassero lo studio di una disciplina particolare, ma perché “vivevano come soggetti impegnati a far prevalere la riflessione razionale, rispetto all’ignoranza, alla superstizione o all’idolatria. Da questo punto di vista, non soltanto la filosofia delle origini non ha nulla a che fare con una forma istituzionalizzata di conoscenza o di sapere astratto, ma coincide piuttosto con un modo di vita”.
Il modo di vita cui si fa riferimento è quello politico, legato al contesto della polis. Il saggio, secondo i concittadini, è quell’individuo (per ragioni contingenti, di sesso maschile) che si rapporta, con impegno e fare critico, alla comunità organica di cui è parte integrante. Risulta allora evidente che, nella sua forma embrionale, la filosofia si diffonde non come una forma di sapere “alto” e sofisticato, ma come un “modo di stare nella polis”, oltreché come forma di interrogazione sul “tutto”. Insomma, prima ancora di assumere il nome con cui sarà contraddistinta successivamente, la filosofia nasce pop e politica, perché si sviluppa a partire dalle considerazioni di “comuni mortali” in relazione ai problemi presenti in una comunità.

quartaSuccessivamente, nel post-Aristotele la filosofia si configura come una forma di sapere distinta dalle altre, divenendo una materia di insegnamento a tutti gli effetti. Il consolidamento di questa accezione “disciplinare”, maturata in seno al contesto accademico e scolastico, condurrà gradualmente alla costituzione della filosofia come un sapere altamente formalizzato, dannatamente autoreferenziale, appannaggio di pochi per la pochezza di molti, lontano dalla sua originaria declinazione popolare, radici che si sono perse e col tempo dimenticate. Senza un valido perché.

Obiettivo della pop-filosofia (e dei suoi instancabili promotori) è proprio quello di rispolverare gli albori del pensiero sistematico e lo fa proponendosi come alternativa alla variante accademica dell’“amore per il sapere”. A essere rilanciati con fantasia e audacia sono i termini di una continua ricerca sul senso, non più della vita ma di ciò che con essa interferisce, nel bene e nel male, con effetti più o meno deflagranti: in un mondo sempre meno trasparente e sempre più criptico, la filosofia popolare è quella applicata ai prodotti culturali della contemporaneità proprio per la loro rilevanza sociale e diffusione globale. La pop-filosofia, dunque, cerca di recuperare la sua dimensione originaria, quella dimenticata, quella che di baronale ha poco e nulla, contrapponendosi polemicamente a quella canonica, relegata a forza nelle aule universitarie, categorizzata sotto rigide definizioni altisonanti che, al di là del trionfo di retorica, non offrono molta sostanza né sufficienti chiavi di lettura del presente.

Pop-filosofia: cosa può fare

E se fosse tempo per la filosofia di abbandonare il proprio recinto? Pascoli infiniti l’attendono, vasti prati erbosi in cui cultura e curiosità crescono rigogliose. Che sia trasformazione radicale o un ritorno alle origini, i pop-filosofi fanno blocco su un elemento che li accomuna tutti, un auspicio che non deve passare inascoltato, ora più che mai: la filosofia popolare è tale soltanto se in grado di arrivare al grande pubblico. Ma gli ostacoli, affinché ciò avvenga, sono dietro l’angolo: diffidenza e sospetto si aggirano con malcelata ironia.
C’è chi ha sostenuto che “il successo della filosofia pop è un bluff” (Edoardo Camurri, conduttore televisivo, giornalista e scrittore), chi l’ha difesa a spada tratta (Simone Regazzoni, filosofo nonché docente di Estetica presso l’università di Pavia), chi ancora ne ha fatto il punto focale di un festival nazionale (che si chiama per l’appunto Popsophia). Critiche al vetriolo e elucubrazioni a parte, è indubbio che si tratti del fenomeno di gran lunga più degno di nota del (desolato) panorama culturale italiano. In un’Italia in cui escono in continuazione libri che minimizzano filosofia e psicologia, relegandole a sezioni new age delle librerie di tutto lo Stivale, occorre una linea guida che regga le redini della decostruzione posta in essere, e quel Qualcuno (o quel Qualcosa) è proprio la pop-filosofia.

quintaAltolà, detrattori dal grilletto facile! Al bando le penne più velenose del West! Non parliamo di degenerazione del pensiero, ma di semplice adattamento alla società multi-sfaccettata in cui siamo immersi fino al collo. Una realtà postmoderna, tutta scena, ipocrita, mercificata, contaminata, densa, fluida, “spottizzata” (la pubblicità la fa da padrone, ammettetelo): insomma, pop. La “nuova filosofia”, dotata di spirito critico e strumenti decrittanti, illustra la ricchezza e la complessità della cultura della nostra epoca nelle sue molteplici forme e misure, andando oltre il visibile e riscoprendo l’essenziale di ciò che appare talmente tanto comune e ordinario da non suscitare in noi più alcun pensiero compiuto. Se non vogliamo ricadere nell’apatia e nella fruizione passiva, un po’ di filosofia non fa certo male.

Un’impostazione di tal fattura è, come avrete ben capito, un bersaglio sì facile ma anche facilmente difendibile. Chi critica con leggerezza la filosofia popolare, la considera alla stregua di un’inutile “spiegazione di barzellette”; la cultura di massa, alla luce di tali premesse, diviene un opaco simulacro di ciò che è, si trasforma in bazzecola e minuzia, ovvero in oggetto non degno di studi approfonditi. Eppure, data la sua onnipresenza e rilevanza, non vedo perché declassarla su tutta la linea. Come se non ci riguardasse. Come se fosse un passatempo, un puro divertissement buono soltanto a far ridere i polli. Sbagliato. Profondamente sbagliato. Un altro primato negativo per l’Italia, dopo quello di Stato con la maggiore evasione fiscale pro capite, con il maggior numero di auto blu, con il minor “esercito” di giovani laureati e la minor quota di spesa nel sostegno alle famiglie – questo per citarne alcuni.

E, mentre in Italia si denigra la cultura di massa e chi la studia con serietà, il panorama internazionale analizza la questione con la maggiore scientificità possibile, perlomeno con quella concessa dal caso in oggetto: un fenomeno in continuo mutamento nella dinamica di società. Nessuno si scandalizza, nessuno sminuisce né minimizza la portata di queste ricerche, perlomeno non con carta e penna alla mano. Anche in questo caso vale il detto de gustibus non est disputandum, e ognuno è libero di pensarla come crede, beninteso. Sono dell’idea, però, che non esistano ricercatori di serie A e di serie B: ogni lavoro intellettuale ha la propria dignità; che vada rispettata nel suo ambito di applicazione, è d’obbligo. Gli ultimi fatti accaduti in Francia ce ne danno un’inconfutabile conferma.

I tempi sono più che maturi, direi quasi sfatti. È ora di riscoprire, ricreare, ricercare, ricostruire decostruendo. Per una rivisitazione a 360° di quel “corpo semimorto”, di quella “stantia, stanca e asfittica discussione accademica nazionale” che è la filosofia d’oggi: quelle di Francesca Recchia Luciani (storica di filosofia contemporanea presso l’Università di Bari) sono parole che risuonano, rimbombando, nelle aule rialzate e fra i banchi consunti di numerose facoltà e dipartimenti votati alla causa. Ecco perché, ora più che mai, la pop-filosofia è necessaria e doverosa, proprio mentre l’offerta della Casa italica langue.
sestaOccorre svecchiare le tradizionali tipologie di studio. Occorre internazionalizzare quell’esercizio filosofico, da decenni bistrattato, che per molti ormai non è che l’ultima ruota del carro dell’Università italiana. Altrimenti rischiamo che tutto vada in fumo, migliaia di anni di pensiero dati in pasto a tomi finemente rilegati in similpelle e stampe color oro, sbiadite dal tempo e dall’indifferenza generale. Cenere alla cenere, polvere alla polvere.

Pop-filosofia: cosa deve fare

Il pensiero è materia viva, magmatica, irrinunciabile. E La filosofia, baluardo del libero pensiero, deve stare al passo coi tempi, dimostrandosi capace di andare incontro alle aspettative e alle speranze dei suoi fruitori, soprattutto delle nuove generazioni. Dev’essere provocatoria e irriverente, mettere in discussione lo status quo, trattare d’argomenti disparati e impensabili: la filosofia deve osare. Soltanto così potrà essere nuovamente valorizzata per ciò che è: esercizio mentale che rende l’uomo una creatura capace, non soltanto di piccolezze senza capo né coda, ma soprattutto di grandi, mirabili gesta.

Il merito della pop-filosofia è proprio questo: osa, e lo fa in modo confacente, analizzando, dissezionando, scomponendo e ricomponendo la nostra quotidianità. Non agisce “sanza infamia e sanza lodo”, ma si infiltra nei posti più impensabili, irradiandoli con luce nuova e inedita, malgrado le maldicenze. È filosofia pratica, che spazia fra attualità e varietà, che ci aiuta a decodificare la realtà e a comprenderla un po’ meglio. Perché viviamo in un pazzo, pazzo mondo, che spesso lascia sbigottiti e increduli.

Lancio una freccia a favore della pop-filosofia, perché la Storia insegna che nessun pensiero troppo anticipatore o avveniristico ha mai conosciuto sin da subito fama e gloria incondizionate. Per prendere il volo, ci vuole tenacia, coraggio e un pizzico di fiducia gratuita. E io sono fiduciosa.
“Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui.” (Aristotele, Esortazione alla filosofia)

Oh Italiani, un tempo popolo di santi, poeti e navigatori, ora popolo di tronisti, vallette e masterchef, vi esorto: siate coscienti, siate sognatori, siate anche un po’ filosofi!
E ricordate: l’amore per il sapere è di tutti.

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7 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio

    Mi aggrada molto lo stile da te usato per esporre concetti di qualsivoglia natura, caratteristica di chi affronta con passione la vita… la cultura, rispetto alla cui visione non può non evidenziarsi l’impeto combattivo nei confronti di ogni forma, subdola o manifesta, di incultura la quale, in sintesi, vuol dire negazione della bellezza quale diritto assoluto di ogni essere umano.
    Veronica, ti manifesto espressamente il mio plauso per aver fatto scorrere la tua penna sulle pagine dell’Undici; i primi scritti fanno presagire nuovi ed interessanti sviluppi nei quali – nel caso ti facesse piacere – leggerei molto volentieri un attacco frontale ai baluardi dell’incultura che imperversano sui media, a cominciare dalla televisione (a tua scelta).

    Rispondi
    • Veronica Fabbro

      Un apprezzamento a regola d’arte, Antonio!

      Grazie per queste tue parole, così sincere e cariche d’energia positiva: sono i piccoli, grandi gesti come questi a incoraggiarmi nel continuare a scrivere con passione, audacia, vitalità e (perché no?) spirito combattivo!
      Armata di carta e penna, tastiera alla mano e occhi fissi sullo schermo, lotto da sempre per una visione del mondo ideale, per un’idea di bellezza diffusa e di generalizzata cultura, per uno scenario avveniristico in cui empatia e riflessione la facciano da padrone, viaggiando lontane anni luce da squilibri e iniquità!
      Un articolo incentrato sullo “scontro fra civiltà” (intese come incultura predominante da un lato, e ultimi baluardi di cultura dall’altro) potrebbe essere un argomento d’interesse unanime…insomma, un suggerimento di cui terrò indubbiamente conto!

      Il tuo entusiasmo, così posato e autentico, mi riempie di soddisfazione e nuova verve…grazie ancora!

      Alla prossima!

      Rispondi
  2. Valentina

    Ciao carissima!
    Se questo campo di indagine ti interessa, ti consiglio la sconfinata e interessantissima branca dei “cultural studies” di matrice anglosassone che nacque già nei lontani anni ’60 (pensa che uno dei primi oggetti di “studio” fu la sottocultura punk) e che prese piede successivamente anche negli USA e, in minor misura, in altri Paesi europei.
    Non so se “pop-filosofia” sia un’italianizzazione nostrana o una cosa diversa, ma ho riscontrato diversi punti di contatto tra le due scienze. E i cultural studies, per quanto studi umanistici, sono una sterminata fonte di analisi della cultura e sottocultura pop, con diversi sconfinamenti nel femminismo, il post-modernismo, il decostruzionismo.

    E ora una piccola parentesi “nerd”, che non può mai mancare. Se anche i videogiochi sono espressione di cultura, allora ti suggerisco in modo vivissimo di guardare tutto il gameplay (lo trovi interamente su Youtube) del videogioco “Journey” (Play Station 3). E’ un’esperienza unica, un viaggio dentro noi stessi e la nostra spiritualità.

    Un caro abbraccio,
    Valentina

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    • Veronica Fabbro

      I tuoi spunti sono di estremo interesse intellettuale: sono aperta ad ogni esperienza mistica mi venga proposta, specialmente se presentata con un simile cappello introduttivo!

      Ricordo perfettamente quelle lezioni di Sociologia all’università interamente concentrate sui “cultural studies”, dove postmodernità e cultura di massa si fondono indissolubilmente creando un unicum di notevole rilevanza concettuale, andando a indagare la contemporaneità e i suoi prodotti con immediatezza e serietà, spessore e profondità degni dell’oggetto di studio. In fondo, la comprensione del mondo e di quanto ci circonda parte dalla consapevolezza, così come la spinta al cambiamento: meditare attraverso categorie di pensiero fuori dalla norma e dal convenzionale, potrebbe costituire il fondamento primo di un riavvicinamento dell’individuo all’effettiva realtà delle cose in questo mondo, sempre più “di superficie” e sempre meno “di sostanza”, cui manca capacità d’autocritica, d’autoironia e d’autoanalisi.

      Grazie per i tuoi suggerimenti: non rimarranno certo inascoltati, tanto che li terrò in debit(issim)o conto! Un abbraccio

      Rispondi
  3. rinaldo

    “Due” righe di commento non te le leva nessuno anche se non si puo’ dire di piu’, data la vastità e complessita’ dell’argomento e la notevole capacita’ di analisi, a mio parere, da te dimostrata..

    Il mio personale ragionamento parte dalle fondamentali e INIZIALI involuzioni/evoluzioni fisico-morfologiche subite/godute dalle popolazioni a causa di situazioni prettamente geografico-metereologiche; le “scuole di pensiero” che l’ESSERE umano ha generato dopo tale sviluppo o degrado, sono state, nel bene, la politica (intesa in tutte le sue forme, perfino in quella anarchica) e quindi l’economia e quindi il benessere e quindi l’arte; quando cio’ non e’ avvenuto, a causa del mancato approfondimento e/o indifferenza rispetto al pensiero, qualsiasi esso fosse stato e per qualsiasi motivo non avvenuto, ha determinato degrado, poverta’ e ignoranza generalizzata.

    Sempre personalmente, tali azioni/inazioni sinaptiche svolgono quindi un ruolo perlomeno determinante, se non addirittura necessario per l’ESSERE umano, ieri come oggi, fermo restando, a mio parere, la necessita’ di un legame indissolubile NON ARTIFICIOSO, NATURALE ED INTERIORMENTE CONCETTUALIZZATO IN MANIERA POSITIVA (quindi non piu’ necessariamente effettivo e quotidiano) ai bisogni primari (mangiare, bere e coprirsi, per intendersi).

    Cio’ che affermo puo’ apparire contradditorio: in filosofia non si ragiona “sul mangiare, sul bere e su come vestirsi” mi si dira’ (anche se in passato e non solo, sono esistite tali scuole di pensiero e in definitiva il ragionamento finale della filosofia in generale e’ il “vivere bene, anzi meglio” ); si ragiona d’altro, infatti, PROPRIO PERCHE’ SI PUO’ FINALMENTE CONTARE, INTIMAMENTE, sul sicuro soddisfacimento dei bisogni basilari.
    Mancando una vera relazione, o essendoci uno sganciamento interiore rispetto a questo, a vario titolo o in varie maniere determinato, come ad esempio l’assistenzialismo senza responsabilizzazione del soggetto, le possibilita’ di uno sviluppo filosofico che porti a cosiddette vette di pensiero mi appare arduo, in considerazione di una mancanza effettiva di VERI bisogni inderogabili (con tutti i distinguo possibili in relazione alle varie parti del mondo).
    Tutto e’ pronto e disponibile. Non serve piu’ pensare. E’ sufficiente, per il proprio essere, GUARDARE.

    Cio’ non vuole dire che un qualsiasi pensiero si sviluppi fuori daI MIO (speriamo) RAGIONAMENTO, sia un pensiero, per cosi’ dire, di serie B, ne’ che abbia la RAGIONE dalla mia; vuole dire semplicemente, per me, che essendo un pensiero scevro da necessita’, per dirla in maniera generalizzata, sviluppa delle idee diverse e agganciate a cio’ che il genere umano “sente” in quel preciso periodo storico-sociale; in sostanza cioe’, in questo momento, CIO’ CHE SEMBRA.

    Secondo me quindi e a causa di cio’, la Pop-Filosofia HA motivo di essere in ragione di cio’ che appunto, ora, E’.
    E’ vita quotidiana e pensiero; e tanto basta.

    Quindi filosofeggiamo pure MA IMPEGNAMOCI, PER PIACERE…
    Avremo GUADAGNATO tempo, grazie alle pubblicita’ ed ad Aristotele…
    e GRAZIE ANCHE A TE…

    Ringrazio dello spazio concessomi.

    Rispondi
    • Veronica Fabbro

      Che dire, Rinaldo?! Cos’altro aggiungere alle tue parole, così ben strutturate e coese nel raggiungimento del loro intento chiarificatore?!
      L’aver suscitato in te una simile riflessione, così complessa e articolata, nonché intima e pacifica, non può che spingermi ad analizzare l’attuale situazione così come hai fatto tu stesso, ovvero per ciò che sostanzialmente è: scarna ed essenziale, desertica a tratti, talvolta desolata… Insomma, la pop-filosofia in tal contesto è una reazione all’aridume circostante ed è per questo motivo che la difendo a spada tratta, affinché si possa uscire dal torpore culturale in cui siamo immersi fino alle doppie punte.
      Riconosco l’esistenza di punte d’eccellenza inarrivabili anche nel Belpaese che ha dato i natali a Dante e a Ariosto, ma si tratta davvero di pochi esemplari nostrani che (ahimè) tendono a sbiadire dinanzi a ogni scandalo politico, a ogni aumento del tasso di inflazione, a ogni manovra finanziaria e correttiva (in peggio)…e, dunque, che fare dinanzi a cotanto inarrestabile declino?! Si ridimensiona, si rinnova, si ammanta flora e fauna locale di nuova luce irradiante, si riscopre e, in ultima istanza, si rispolverano le origini: la teoria della ciclicità è applicabile ovunque, in forme sempre inedite e originali, specialmente in campo culturale. In tal senso, la pop-filosofia non può che essere una sana boccata d’ossigeno, uno strumento da manovrare con cura. Le ipotesi d’esito sono infatti due: o può dare il la a una fioritura generale e onnicomprensiva oppure è destinata a sprofondare nell’oblio come “uno dei tanti tentativi fatti” per rilegittimare valori, cultura, ambito accademico e scuola italiana.
      La pop-filosofia è una visione del mondo che va scoperta, rivalutata e, semmai, soltanto dopo abbandonata. Credo che ciò che porta in sé genio e innovazione meriti sempre un’occasione: parlarne e diffondere il Verbo è un primo step; scuotere le coscienze è il passo successivo.

      Rispondi

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