Paura di morire o paura di soffrire?

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Ci sono argomenti che da sempre sono tabù. Fanno paura. Si preferisce non pensarci. Non se ne parla. Uno di questi è la morte.

Il solo dire questa parola crea disagio, imbarazzo, fastidio, malessere, quasi che, pronunciandola, la si potesse equipaggiare di un’energia, una forza tale da renderla percettibile, visibile, materializzabile. Non se ne parla volentieri e, quando siamo costretti a farlo, pensiamo che in fondo la cosa non ci riguarda. Almeno non direttamente. Almeno non adesso. Almeno non subito. Ma dentro, giù, nel profondo della nostra coscienza, tutti sappiamo bene che arriverà. Non possiamo scappare. Non possiamo difenderci. E’ l’unica cosa certa della nostra vita. Non sappiamo né quando, né come, né dove. Ma sappiamo che arriverà. Di fronte a lei, siamo disarmati, ci sentiamo impotenti, increduli. Allora cerchiamo di esorcizzarla, dichiarandoci disincantati, indifferenti, indenni, raccontando barzellette o alimentando gossip su di chi è così lontano da noi da non sembrare quasi un personaggio reale. Insomma, cerchiamo un modo per tenerla a bada e renderla finta, distante, impalpabile, innocua. Un modo come un altro per proteggerci.

Ma c’è, oggi più che in passato, un tabù altrettanto dirompente e di certo più inquietante: è il tabù del dolore.

chefainellavita.lundici.gennDolore morale. Dolore spirituale. Dolore fisico. Chi di noi non lo teme? Chi di noi non l’ha mai conosciuto? Ed è proprio per questo, per questo nostro esserci già passati e messi alla prova, questo averlo già sperimentato o forse, per i più fortunati, anche solo sfiorato, che lo guardiamo da lontano, relegato nel nostro passato o nelle storie dei nostri conoscenti e amici, nelle parole della gente, nei telegiornali, nelle notizie che ci forniscono i media, nelle corsie degli ospedali, nei film e nelle fiction della tv. E restiamo senza fiato, come sospesi su di un filo sottile che dondola su un baratro aperto sotto di noi. Non ci resta che sperare che tenga, che non si spezzi, che non ci lasci cadere … perché si, a differenza della morte, possiamo illuderci che non ci prenderà, che non ci sceglierà o che ci darà tregua perché, in fondo, abbiamo già dato. Il mito del superuomo, della vita eterna, del regno di Shangri-La di James Hilton dove spazio e tempo si amplificano all’infinito regalando l’illusione di un’esistenza priva di dolore e di debolezze sono forti esche che fanno gola a tutti.

Ed è così potente, a volte, la paura del dolore, da preferirgli addirittura la fine.

La fine di tutto. La fine della vita. Il dibattito sulla dolce morte e sull’eutanasia affolla i nostri quotidiani e abita i nostri pensieri. Chi di noi non ha mai pensato piuttosto che così meglio morire? Eluana Englaro, ricorda suo padre Beppino, lo disse in tempi non sospetti, prima che la tragedia segnasse il suoi lunghi anni di sofferenza. Piergiorgio Welby la scelse con estrema determinatezza, lucidità e profonda consapevolezza come liberazione da una vita diventata ormai inaccettabile più che insopportabile.

E’ umano, quando non c’è più speranza, e a volte davvero non c’è, desiderare di andarsene.

Ma, diversamente da quello che può essere un inevitabile e inarrestabile declino fisico, il dolore della mente, del cuore, l’incapacità di incanalare le emozioni in un percorso di vita e non di morte, la solitudine, l’incomunicabilità, la delusione hanno sempre una via d’uscita, esiste sempre un’altra chance. Bisogna cercarla, volerla vedere e credere che rappresenti una strada che si può percorrere. A volte si rinuncia troppo presto, c’è poca forza, poco coraggio, poca determinazione a sorreggerci.

E allora bisogna cercare aiuto.aiutarsi.lundici.genn

Ciò che non si può fare da soli forse si può fare se qualcuno ci tende una mano.

Nessuno ci insegna a comprendere ed accettare il dolore come parte integrante e vitale del nostro essere al mondo. Non ci sono scuole o materie di insegnamento che spiegano come fare quando il dolore arriva e che arriverà di sicuro. Nessuno racconta ai bambini che nella vita ci sarà anche l’angoscia, la disperazione, la sofferenza fisica e morale. Lasciamo che sia. Che ognuno si arrangi, in fondo che si può fare? Ma chi non è sufficientemente attrezzato per guardarlo in faccia, il dolore, magari con timore, magari con riverenza, magari con distacco o con rabbia, ha un’unica via: rinunciare alla vita. Assistiamo impotenti al “suicidio da panico” – ed è suicidio anche semplicemente rinunciare a tenere in mano le redini della propria vita – quando forse non tutte le variabili sono state scandagliate per trovare un appiglio che ci permetta di dire si, vado avanti, ce la posso fare edimenticando che volere è potere e che il contributo della nostra mente, in molte occasioni, è fondamentale per affrontare e superare i momenti difficili.

Allora che fare? Prima di tutto ribaltare gli schemi mentali che sono lesivi della nostra libertà di scelta, perché scegliere si può. Sempre!

Molte cose possono aiutare: essere obiettivi e propositivi, smettere di lamentarsi, avere pazienza, sorridere di più, scegliere chi frequentare, tagliare i rami secchi che ci prosciugano l’energia, accettare il confronto, nutrire le buone amicizie, accettare l’aiuto di chi ci vuole bene, imparare dall’esperienza invece che sprecarla, guardare come fa chi è più bravo di noi, essere curiosi, acquistare dei buoni libri, rivolgersi ad un professionista competente. Ma sono solo degli esempi ed ognuno ha la sua strada. Siamo sempre responsabili della nostra capacità di affrontare il mondo e dobbiamo operare scelte consapevoli solo così potremo smettere di attribuire agli altri la colpa per le nostre sofferenze. Non è facile ma … se qualcuno ci riesce perché non potremmo farcela anche noi?

 

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11 commentiCosa ne è stato scritto

  1. rita dei cas

    scusate, non voglio leggere per il momento, lo faro’ dopo, giuro…e’ cosi’ la morte e’ diventata un tabu”’ da tempo….ormai …perche’ pare si debba solo morire in tv….uccisi per mano del coniuge o di qualche psicopatico in linea di massima di origine lontana….qualcosa che accomuna il piu’ vicino al piu’ lontano…la mano del colpevole…invece la morte quella che dovrebbe essere naturale…fa quasi schifo o annoia…invece la vecchiaia ed il dolore vengono relegati in luoghi appartati…chiamati con nomi eufemistici….ormai se io dico ospizio….tutti mi cazziano….si chiamano case albergo-case di riposo….giuro leggero articolo

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    • Daria Cozzi

      Ciao Rita, hai ragione, stiamo allontanandoci dal senso delle cose, dalla verità, da ciò che fa parte del nostro essere uomini e donne. Abbiamo sempre più paura. Mettiamo sempre di più la testa sotto la sabbia, troviamo scuse, scappiamo. Indossiamo maschere e impariamo a recitare per non far trasparire ciò che siamo realmente o ciò che non abbiamo il coraggio di guardare. Ma sono anche fermamente convinta che c’è una gran parte di noi che si sta impegnando e cerca di riemergere, di tirare su la testa e di respirare. Di costruire, di credere e di avere fiducia. Coraggio! Ognuno nel suo piccolo può fare molto. E l’unione fa la forza. Un abbraccio e buona Pasqua! ;-)
      p.s. ma poi l’hai letto l’articolo?

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  2. Giovanna Ciccotti

    Bello questo articolo. È vero che alcune persone non temono la morte ma il dolore. Certe volte penso alla devastazione che la sofferenza fisica ha procurato negli uomini che dovevano affrontare situazioni terribili senza poterle alleviare con un ritrovato medico. Gli uomini in guerra, le donne col parto etc…Per la soffere nza morale e spirituale penso che oggi siamo più attrezzati. Con lo studio, la globalizzazione culturale, la conoscenza, così rapida di altre storie di vita e di scelta in qualsiasi parte del mondo, sappiamo che abbiamo altre possibilità di scelta e che possiamo cambiare la nostra vita, mutando orizzonte, lavoro, convinzioni. La pressione religiosa così schiavizzante un tempo e fonte di torme nti spirituali e morali alcune volte assurdi assurdi si è dovuta allentare col progresso. Si è perso anche, purtroppo, il senso dell’onore, concetto bellissimo ma ormai desueto. E, spero che, per quel che riguarda la morte, si possa tornare al senso che aveva nel mondo antico: quando non ne posso più, per diversi motivi, decido il giorno e vi saluto.

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    • Daria Cozzi

      Grazie Giovanna, grazie per il tuo contributo che tocca temi dai risvolti interessanti che meriterebbero di essere approfonditi! :-)

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  3. Anna

    Il ruolo del dolore, fisiologicamente, è primariamente educativo: sensazione spiacevole, ci aiuta a capire cosa dovremmo evitare per non incorrere in azioni controproducenti per noi stessi. Credo che questo valga sia per il dolore fisico che morale: il contatto con quella cosa/situazione mi ha fatto del male, questo influenzerà i miei comportamenti in modo che possa fare in modo che non si ripeta anche in futuro.
    Nonostante non faccia piacere a nessuno provare dolore morale, io voglio considerarlo un potente generatore di cambiamenti positivi di una persona. Magari escludendo i casi in cui è reattivo ad eventi indipendenti dalla nostra volontà (ad esempio, i lutti).
    Sarà spirito di sopravvivenza, sarà voglia di riscatto o ditemi voi cosa, ma sono convinta che dai peggiori periodi possano scaturire grandi idee e mutamenti profondi della propria persona, che forse non si sarebbero mai immaginati prima. Potrebbe essere una grande possibilità a noi concessa, perché segnale che forse la strada che stavamo percorrendo non era la più adatta a noi, non ci rispecchiava appieno (perlomeno in quel momento) ed è quindi giunto il momento di cambiare rotta e rinnovarci. Agire.
    Completamente diverso è il discorso del dolore patologico, quello derivato da una malattia, fisica o psichica, che a mio parere non ha nulla di positivo, non lo considero un valore e ritengo che debba essere curato. Per non parlare di quelli che provocano dolore agli altri o a se stessi a scopo dimostrativo di chissà che cosa (come la Storia ci ha proposto nel passato e ci propone ancora oggi).

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    • Daria

      Si Anna, è proprio così! ;-)
      Grazie per questo tuo bellissimo commento.
      Il dolore è un grande maestro. Ma lo è per le persone coraggiose, quelle che vogliono crescere, che cercano il cambiamento, che hanno la mente aperta e il cuore grande. Allora il dolore parla. E viene ascoltato. E’ nei momenti peggiori che possiamo dare il meglio di noi, tirare fuori la nostra forza e la nostra energia e alzare la testa, e lo sguardo per guardare lontano, oltre l’orizzonte e scoprire quant’è grande il mondo, e la vita, e le esperienze che possiamo ancora fare. Lo so, è antipatico dirlo, ma quando tutto va bene, quando tutto fila liscio noi ci sediamo … stiamo bene, perché far qualcosa? Non voglio dire con questo che dobbiamo per forza attraversare delle burrasche per crescere ma di certo le difficoltà sono il motore propulsore per eccellenza. Poi ci sono le persone che nel dolore soccombono, non hanno armi né strumenti per farvi fronte. A volte sono sole e si sentono fragili. Altre è una questione di carattere. Credo che ci vorrebbe un’educazione al dolore per capire i suoi straordinari messaggi e trarne vantaggio, ogni volta che è possibile!

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  4. Sabrina

    Ecco, la differenza fra sofferenza e sofferenza; tristezza e depressione. E, in sintesi, il danno più grande che si possa fare a chi, davvero, non ce la fa più: pensare che basti la volontà.

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    • Daria

      Cara Sabrina,
      grazie per il tuo breve ma significativo contributo. Hai colto nel segno: non tutte le sofferenze sono uguali, non lo sono le situazioni né le persone. Purtroppo è ancora molto diffusa l’idea che basta la volontà. Magari fosse così semplice! Quando ci sono di mezzo patologie serie come può esserlo una severa depressione, la strada non può essere altra che quella di farsi aiutare da un professionista competente. Ma di certo, in molti casi, le persone perdono di vista il loro “potere personale”. Attribuiscono agli altri la responsabilità del loro dolore e così diventano vittime del loro stesso pensiero. Molte volte sono degli schemi sbagliati che ci portiamo appresso ad impedirci di trovare la forza e il coraggio per reagire dando per scontata la nostra incompetenza e la nostra debolezza. Una riflessione su di un migliore protagonismo all’interno della nostra vita non potrà che far bene lasciando riemergere l’idea di un’autonomia che si dava per dispersa.

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  5. lasbrook

    Stupendo. Ho letto il libro della scrittrice Daria Cozzi.
    Una storia vera, piena di sofferenza a tratti dolcissima.
    Da leggere per capire e forse anche imparare qualcosa.

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    • Daria

      Grazie Lasbrook, non hai idea di quanto mi rendono felice le tue parole! Un abbraccio pieno di bene :-)

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