“O tempora, o mores!” Storie di ordinaria indignazione

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Oggi come oggi, ci si indigna.

Ci si indigna un po’ per tutto, diciamocelo…

I privilegi della politica, le prospettive sempre meno rosee per le generazioni a venire, i danni irreparabili inferti all’ecosistema, gli sviluppi di quella scienza che lambisce pericolosamente i confini dell’etica comune, gli effetti di quella tecnologia che va sostituendosi progressivamente all’uomo (e non sempre in buona fede), l’insincero bigottismo sventolato sotto il naso di tutti da chi (arricchitosi) non si è certo fatto scrupoli di sorta nella propria arrampicata sociale, il falso moralismo di chi predica bene e razzola male, l’evidente decadimento valoriale, la dipartita del buon senso, le nuove ondate segregazionistiche, la mancanza di possibilità lavorative, gli eccessi delle ideologie, il fanatismo religioso, la censura inquisitoria, le leggi ad personam e contra personam, e chi più ne ha più ne metta.

Ognuno si indigna, e fa bene

Risentirsi per qualcosa che da un punto di vista soggettivo si ritiene sbagliato, è sintomatico: solitamente ci si espone quando si ha una forte convinzione, e questo non può che essere positivo per la società degenere in cui ci tocca vivere, volenti o nolenti. Per dirla con un francesismo, c’est la vieCi si indigna, quando ci si sente feriti nel profondo: ciò avviene perché ciascuno di noi, nel proprio piccolo, perora una causa, sia essa particolaristica o universalistica, chi per spirito d’autoconservazione, chi per “effetto gregge”; il perché poco importa. Ciò che conta è che ci si indigna, perché si crede. Ci si indigna, perché di coscienza critica si è fatti. Per fortuna.

Anch’io, d’altro canto, mi indigno

Sono giovane, sono piena d’energie (un po’ meno d’ottimismo), sono studentessa e lavoratrice, sono figlia e parente, sono donna… e mi fermo qui. Fra tutti questi modi d’essere, mi indigno soprattutto in quanto esponente del mio genere, amato e bistrattato, esaltato e seviziato, rassicurato e annientato, rincuorato e denigrato, coccolato e incatenato. Parlo, seppur ad interim e del tutto eccezionalmente, come portavoce di un genere sottomesso e adorato, succube e divinizzato, vittima e carnefice, creatore e distruttore al contempo. I recenti fatti di cronaca aiutano a cogliere il senso ultimo delle mie parole, corredate in via accessoria da un vissuto spesso negativo, sfortunato per certi versi, dal retrogusto amaro e dal sapore insipido. Condizione, quest’ultima, che ci accomuna tutte, chi più chi meno.

Così vi sentite più sensibilizzati a crisi e malattie?

Così vi sentite più sensibilizzati a crisi e malattie?

È un dibattito infinito, quello sulla donna e sul suo ruolo, tanto nella sfera privata quanto in quella pubblica. Storicamente e innegabilmente soggetta a discriminazioni e vessazioni d’ogni tipo, ancora oggi (all’alba del XXI secolo!) si avverte l’eco di quel pesante fardello, chiamato “sessismo”. Al di là delle politiche di empowerment in cui ogni governo sembra profondere parte delle proprie energie (non indaghiamo se per consenso elettorale o se per ferma convinzione ideale), sento di dover esprimere una posizione critica su tutta la linea. Non metto in dubbio la bontà delle “quote di genere” (anche se non necessarie) né tantomeno è mia intenzione difendere a spada tratta quegli estremismi che destano tanto scalpore senza scalfire il senso comune. A costo d’essere tacciata di “scetticismo acido e incurabile” (per non dire altro), chiedo a tutti, e specialmente al pubblico maschile: i seni bellamente in mostra e gli abitini in pelle delle attiviste Femen hanno fatto scattare in voi una qualche molla interiore che vi ha spinti a rispettare maggiormente il genere femminile? Quanti si sono curati del significato simbolico di tanto frastuono mediatico? Quanti si sono sentiti più “sensibilizzati” e “femenizzati”?

Non credo che décolleté e vestiti succinti possano veicolare un messaggio, non certo con la profondità che ci si auspicherebbe. Non deploro il fine, nobile e nobilitante, ma non ne giustifico i mezzi, più che altro perché si inseriscono nel solco già lungamente segnato della donna quale puro oggetto di piacere, semplice trastullo da circo, carne scoperta e nient’altro da offrire. Non possono sortire l’effetto desiderato, perlomeno non nel mondo in cui viviamo ora, laddove persino un pacchetto di cracker punta su scollature e sguardi ammiccanti pur di pubblicizzarsi sul piccolo schermo. Tutto questo per un semplice motivo: il periodo storico. Dunque, soltanto schiamazzi, qualche risolino ironico, un’occhiata maliziosa e poco più nella società d’oggi, inconfutabilmente fallocentrica.

Posso sembrare radicale, femminista, intransigente, ma la realtà è che non lo sono

Mi definirei piuttosto postfemminista, o meglio “pari-opportunista”: mi si consenta questa piccola licenza poetica, se non altro perché non credo esista termine migliore per descrivere “una persona che persevera nella speranza di vedere un giorno la società in cui vive dedita al riconoscimento di pari opportunità e pari diritti in ogni campo del vivere sociale”. Senza distinzioni di genere, senza “soffitti di cristallo”, concetti tanto cari alla sociologia contemporanea, termini sempre più attuali.

Non è mia intenzione elevare la donna al massimo rango dello scibile umano, né sostenere la necessità di eliminare ogni categoria di genere (anzi sono a favore della varietà e del rispetto d’ogni orientamento) né ancor meno vorrei salvare in corner la cultura maschilista che ha preso il sopravvento nella cosiddetta “modernità”. Amo gli uomini, amo la loro perspicacia e il loro essere pragmatico, amo il genere maschile per la sua capacità d’adattamento, per la sua sensibilità (di taglio differente ma comunque esemplare) e soprattutto per la solidarietà dimostrata nei gruppi di pari: elementi che non caratterizzano di certo il panorama femminile (ogni donna ne converrà), nonostante le dovute eccezioni che sempre ci sono state e che sempre ci saranno – se non altro perché la relatività è più un dato di fatto che una teoria appena abbozzata.

"Soffiaglielo in faccia, e lei ti seguirà ovunque". Convincente.

“Soffiaglielo in faccia, e lei ti seguirà ovunque”. Convincente.

Qualche tempo fa, sui social network più popolari, riviste e quotidiani on-line, hanno impazzato fior fior di articoli sul “sessismo nel passato” così come rappresentato su cartelloni e affiche variopinte risalenti a quattro-cinque decenni fa. Manifesti pubblicitari d’epoca, eppure non tanto antichi quanto quel male cronico che è la discriminazione di genere, riferita in particolare al “gentil sesso”.

Quanto è stato fatto per debellare questa malattia? C’è stato un progresso oppure il paziente è ancora in prognosi riservata? Domande che in parte rimangono senza risposta, mentre centinaia di programmi e spot tv spazzano via, furenti, ogni mia benché minima fiducia nel genere umano.

Crescendo, ho avuto modo di provare sulla mia pelle cosa significhi “sessismo”: ho esperito e preso coscienza dell’asimmetria e della disuguaglianza tra i sessi a livello non soltanto sociale ma anche economico (lavorativo, beninteso). Crescendo, si comincia a comprendere che i rapporti di potere e di gerarchia instaurati, così come tutti quei processi di esclusione e svalorizzazione della donna, non sono altro che limitatezze senza senso, folli. Anacronistiche. Vorrei che non fossero mai state “attuali” ed “effettive”, ma purtroppo non si può cambiare il corso degli eventi.

Tuttavia, credo nella redenzione

Sono stata cresciuta in un ambiente sano con i dovuti stimoli, tanto che da bambina non riuscivo davvero a capacitarmi dell’importanza della “questione femminile” (perché di “questione” tout court si tratta). Ho scoperto il femminismo così come spiegato sui libri scolastici, come movimento sociale e politico: qualche trafiletto d’inchiostro che negli anni del liceo è divenuto un dossier da una pagina e mezza o poco più. Continuavo a non capire come fosse possibile non parificare uomo e donna: esseri così profondamente diversi, eppure così incredibilmente necessari l’uno all’altra.

Con gli anni, di fronte a storie d’ordinaria discriminazione, ho rivalutato il femminismo come sentire personale, modificandolo in base alle mie esigenze, e ne ho carpito l’essenza: il femminismo è un urlo. Una denuncia, una rivendicazione, una richiesta di rispetto della propria dignità, del proprio essere donna, di fronte alle migliaia di aggressioni, abusi, molestie, discriminazioni spesso non denunciate e nemmeno confessate. Un grido contro l’ingiustizia, contro quelle barriere sociali, culturali e anche psicologiche che impediscono l’avanzamento professionale e una maggiore sicurezza nelle proprie potenzialità.

Insicurezza d’animo e affetto incondizionato possono stroncare una vita.

Insicurezza d’animo e affetto incondizionato possono stroncare una vita.

In vita mia, ho visto donne abbassarsi con estrema umiltà, inginocchiate su “cocci aguzzi di bottiglia” senza possibilità di riuscita: non per stupidità né per incapacità, ma per circostanza. Ho ascoltato donne che soffrono in silenzio, donne che piangono al riparo del brusio del televisore, donne costrette a impersonare quel ruolo di “custode del focolare domestico” dato per scontato, spesso accettato per quieto vivere. In una brevissima fase della mia vita, ho temuto che anch’io potessi diventare una di loro: una donna relegata in casa, senza appigli esterni per non alimentare gelosie inutili, senza stimoli alcuni per non destare sospetti, senza il minimo accesso al mondo per non dare da pensare; una donna coi propri sogni e le proprie ambizioni irrealizzate, schiava del sacrificio e della propria famiglia, senza possibilità di scelta. Un uomo, all’epoca un ragazzo, mi ha fatta persino prendere in considerazione questa prospettiva di vita. E me ne vergogno: provo imbarazzo per lui, ma soprattutto per me. Perché, col senno di poi, mi sono accorta che insicurezza d’animo e affetto incondizionato possono stroncare una vita.

È ora di dire basta

È ora di imporsi. È ora di tornare a vivere. Noi siamo la società in cui viviamo e pertanto occorre partire da noi stessi tramite due importantissimi mezzi: educazione e socializzazione. In famiglia il ruolo di “madre” non dovrebbe essere più confuso con quello di “sguattera a tempo pieno”, così come quello di “padre” non dovrebbe essere più il correlativo oggettivo di “lavoratore-che-porta-a-casa-la-pagnotta”. È incredibile come molti figli crescano, ignari, all’interno di ambienti malsani, intrinsecamente distorti, non specchio di una realtà in continuo mutamento, ma riflesso di un’impostazione dettata dalla retrograda convinzione che la donna sia inferiore all’uomo: intellettivamente ma non emotivamente, fisicamente ma non spiritualmente. Occorre socializzare non solo alle identità di genere ma anche ai ruoli intrafamiliari, affinché possano crescere uomini e donne certi del proprio (giusto) posto nel mondo.

Vorrei un mondo in cui non ci si sorprendesse più delle donne manager e “notaie” (anche la lingua dovrebbe poter riflettere i cambiamenti in atto), in cui l’imprenditoria rosa non fosse più l’eccezione ma la regola, in cui l’economia e la politica fossero più naturalmente “femminilizzate”. Vorrei un mondo in cui le campagne di sensibilizzazione fossero prese sul serio e non osteggiate, né derise né ancor meno brutalizzate. Vorrei che si promuovesse la presenza equilibrata di uomini e donne in ogni luogo decisionale tramite la divulgazione a tappeto delle disposizioni in materia di parità d’accesso. Vorrei, infine, alzare lo sguardo e osservare quel soffitto di cristallo sbriciolarsi a poco a poco in piccoli frammenti inoffensivi, scalfito da tante punte di diamante quante sono le voci fuori dal coro, quelle dell’indignazione, quelle della consapevolezza, quelle della rinnovata libertà.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Nazzareno Torresi

    sono non indignato,ma incazzato,gia,incazzato sia con i politici che con gli italiani,avessi qualche soldo da parte me ne andrei dall’italia. Ho perso il lavoro,nessun aiuto sociale poi ho scoperto che mi spettava di diritto,dopo 2 anni trovo un ” lavoro ” non vengo pagato denuncia e dopo 1 anno e mezzo niente ancora nel frattempo sto perdendo la casa non riesco a pagare il mutuo,dopo 12 rate in dietro decido di affittarla ed io dormo dove cazzo capita,anche sotto i ponti,pur di pagare e non rimetterci i sacrifici di 25 anni di lavoro (oltre 35 mila euro)be,non mi paga l’affitto,chiedo aiuto ma ci vogliono soldi per lo sfratto,io non ho piu nulla,ho subito sfratto dormo per strada,dalla vergogna non mi faccio piu vedere dalle mie figlie da oltre 1 anno chiedo aiuto al comune e sapete cosa fa , manda 2 vigili a casa della mia ex moglie dopo che ho minacciato di fare che so una rapina,ma non una rapina tanto per,ma di quelle che se va in porto mi aggiusta la vita,se va male obbligo le forze dell’ordine ad AMMAZZARMI. I politici fanno tutti schifo e non hanno la cognizione della realta,stanno annullando tutti i diritti degli operai,allora perche non si puo lasciare loro a casa,ti dicono che e un diritto acquisito il loro,come i vitalizi,gia barbareschi se lo e guadagnato si ma andate a fanculo.

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  2. rinaldo

    Un articolo da brividi…
    Hai presente le riprese documentaristiche in bianco e nero, intersecate da “strappi” neri o flash bianchi, a volte troppo veloci a volte troppo lente, inizio 900, dove delle donne in abiti tipici dell’epoca e grandi cappelli, dal palco, parlavano alla folla, arringandola a proposito di diritti, giustizia e liberta’ delle donne (e non solo) ?
    Mi sono sempre intimamente piaciute, sia dal punto di vista filmico culturale, sia dal punto di vista sociale, quelle riprese.. Con grandi Donne, direi soprattutto grandi Esseri, che lottavano e lottavano e lottavano…
    Tu sembri quelle Donne, quegli Esseri, in questo pezzo.
    Per certi versi e’ anche triste dire questo, perche’ siamo ancora la’, in quel tempo; ma e’ meraviglioso che alcune persone, tra cui tu, possano ancora lottare con la stessa veemenza, profondita’ e partecipazione per la liberta’, i diritti e la giustizia in generale e della donna in particolare.
    E’ chiaro che questa tua enfasi dipenda da tutto cio’ che la donna (e tu anche, quindi) vive ogni giorno e in tutti i settori della vita; cio’ che “passa” dalle tue parole e’ proprio la grande indignazione, direi l’aberrazione ottica della situazione femminile.
    Nel mio piccolo, cerchero’ di fare meglio possibile munendomi di occhiali con lenti di coscienza che tentino di “aggiustare” la visualizzazione del problema, ma e’ necessario insistere, come giustamente dici, nell’educazione in generale e di quella familiare, in particolare.
    Forse, da lì, qualcosa potrebbe nascere di positivo, in futuro.
    Il genere umano se lo augura.
    Grazie dei brividi..

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    • veronicafabbro91

      La tua profondità d’analisi è ineccepibile; le tue parole, sapientemente dosate, sono un tuffo al cuore! Lenti di buon senso critico richiedono tempo, passione, sensibilità, attenzione, consapevolezza e un briciolo d’amor proprio per poter essere sfornate sul mercato di massa…
      Nel frattempo, pazientiamo attivandoci! Attendiamo ulteriori sviluppi senza stare con le mani in mano! Sensibilizziamo, facciamoci sentire, manifestiamo con ogni mezzo disponibile il nostro sdegno per una situazione sì incancrenitasi ma non più accettabile! Non sorvoliamo distrattamente sulle storie che rimbalzano da un angolo all’altro della rete mediatica, ma arrabbiamoci! Insomma, indigniamoci pur sempre senza mancare di rispetto, senza oltraggiare nessuno, con intelligenza e costanza!

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